E tu che femminista sei?

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Tutti (o quasi) i movimenti e le ideologie femministe

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Nonostante sia noto che l’etichetta “femminismo” raggruppi un insieme di movimenti il cui obiettivo ultimo è la libertà della donna, è altrettanto vero che è opportuno fare un’analisi un po’ più approfondita per comprendere le differenze fra i diversi tipi di femminismo.

I diversi movimenti che compongono il femminismo a livello mondiale hanno caratteristiche differenti, tanto nei loro principi quanto nelle loro modalità di espressione. A seconda del movimento, vi sono diversi tipi di femminismo. Allo stesso modo, questi movimenti si possono interpretare in riferimento ad ambiti differenti, come quello politico, culturale, economico o sociale.

Data la diversità dei movimenti, alcuni tipi di femminismo, a volte, entrano in dispute dialettiche. Tra questi movimenti vi sono quello liberale, materialista, radicale, separatista, l’ecofemminismo, ecc. Tuttavia, in questo articolo ci focalizzeremo su altri tipi di femminismo, che possono essere differenziati in riferimento all’ambito culturale. Questi sono: il “femminismo occidentale”, il “femminismo nero”, il “femminismo islamico” e il “femminismo indigeno”.

La corrente principale femminista

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Il femminismo “mainstream” è un termine ombrello assai ampio utilizzato per indicare questi movimenti femministi che non rientrano nei campi socialisti o radicali. Questa corrente principale si è tradizionalmente concentrata sulla riforma politica e legislativa e ritrova le proprie radici nella prima ondata femminista e nel femminismo liberale storico inscritto nella borghesia del XIX e dell’inizio del XX secolo.

Il termine è ai giorni nostri utilizzato spesso in riferimento ai movimenti maggiormente rappresentativi dello spettro politico tra cui il centro, il centro-sinistra e il centro-destra ed i quali sostengono delle posizioni politiche più o meno moderate, spesso in contrasto con il femminismo radicale e altre forme femministe troppo esplicitamente di sinistra.

Il “femminismo mainstream” si sovrappone al moderno femminismo liberale, anche se esso è un termine più ampio ed inclusivo. Esso tende ad esempio maggiormente ad accogliere gli uomini rispetto al femminismo radicale e spesso si concentra su questioni meno controverso nel mondo occidentale, come la partecipazione politica femminile o l’istruzione femminile. A volte queste femministe vengono criticate dalle radicali per il loro essere parte di “un sistema di patriarcato.

Tuttavia le principali tappe della lotta femminista, come il diritto di voto e il diritto all’istruzione, si sono attuate principalmente a seguito del lavoro della corrente principale del movimento femminista, che ha sempre sottolineato l’importanza della costruzione di un ampio sostegno alle cause femministe sia tra le donne che tra gli uomini.

L’eco-femminismo

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La complessità nel definire l’eco-femminismo non deriva solo dal fatto che il femminismo non è riconducibile a una singola definizione, essendo più propriamente una categoria che raccoglie in sé una molteplicità di femminismi, ma dal riconoscimento che , il rapporto tra patriarcato e donne visto attraverso il prisma di quello tra umani e animali non-umani, il rapporto tra corpo e veganismo, tra capitalismo e sfruttamento dei corpi femminili, e via dicendo.

L’anarco-femminismo

L’anarco-femminismo è una branca del movimento femminista che vede il dominio degli uomini sulle donne come una delle prime manifestazioni gerarchiche e discriminatorie della nostra società. Questa lotta contro il dominio di un genere sessuale sull’altro, invita a combattere tutte le forme gerarchiche che si fondano sulle istituzioni come lo Stato.

La questione femminista fu sollevata, sin dall’inizio del movimento anarchico, soprattutto dalle donne militanti, come Louise Michel ed Emma Goldman. A dire il vero, il problema della discriminazione femminile è storicamente già riscontrabile (per grandi tratti anche affine all’anarchismo) nell’inglese Mary Wollstonecraft (1759-1797) e nella franco-peruviana Flora Tristan (1803-1844), solo per citare due nomi “celebri”.

In molti anarchici di sesso maschile, permaneva un’idea della donna, se non discriminatoria quanto meno pietistica (Proudhon, Tolstoj) e solo a partire dagli “anni 60” del XX secolo, l’anarco-femminsimo si consolidò strutturalmente all’interno del movimento anarchico. 

Questo pensiero antiautoritario ha gli stessi fini dell’anarchismo: lotta al patriarcato, all’autorità, alla gerarchia, al sessismo ecc. e costruzione di una società fondata sulla libertà, l’egualitarismo, l’autogestione ecc.

Le anarchiche femministe intendono rompere con il patriarcato e con qualsiasi forma di dominio opponendosi inoltre ai paradigmi maschilisti e femministi tendenti a separare gli esseri umani in funzione del genere sessuale d’appartenenza e secondo cui alcune caratteristiche sarebbero prerogative prettamente maschili (l’aggressività, la forza e il coraggio ecc.) mentre altre apparterrebbero al mondo femminile (cooperazione, la sensibilità e la dolcezza ecc.).

Le anarchiche ricercano quindi una convivenza equivalente tra i generi sessuali in un’ottica rivoluzionaria, in cui lo scopo è quella di abbattere ogni sopruso e sopraffazione, non ritenendo il riformismo legislativo un mezzo consono al raggiungimento degli obiettivi preposti.

Inoltre, in quanto genere sessuale sottomesso in questa società del dominio, sostengono che le donne debbano mettersi in testa ai movimenti d’emancipazione con lo scopo di disarticolare il sistema autoritario e patriarcale.

Il femminismo culturale

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Femminismo culturale è la convinzione che le donne possano raggiungere la libertà tramite una cultura alternativa femminile.

Esso si concentra sul fatto che un certo stile di vita porti a una qualche “libertà personale”, ma in realtà si sviluppa a sfavore del femminismo anche se a tratti si riconosce il “femminismo radicale”.

L’espressione “femminista culturale” fu usata per la prima volta per criticare le radicali che portavano problemi personali come sesso e lavoro domestico come questioni di lotta politica. Per la prima volta questa espressione comparve nella rivista “Women: A Journal of Liberation”, in un articolo di Elizabeth Diggs, che si definiva femminista socialista. Le sue compagne hanno iniziato ad usare questa espressione per descrivere le femministe radicali e far passare il femminismo radicale per “non politico”. In seguito, l’espressione è stata usata tanto anche dalle donne che non avevano nessuna comprensione politica del femminismo.

Il femminismo culturale si formò all’interno del movimento delle donne, insieme a una scissione dalla “nuova sinistra”, intorno al 1970, e rifletteva una diminuzione dell’influenza politica della tale sinistra. Allo stesso modo, la controcultura, che prosperò negli anni ’60, arrivò in cima dopo il crollo del movimento di sinistra. Il femminismo culturale è il diretto discendente di questa controcultura, che abbracciava “il ritorno alla natura” e le canne, simbologia così popolare in quella cultura.

Il femminismo liberale

La corrente femminista liberale si afferma negli ultimi decenni dell’Ottocento e nel primo ventennio del Novecento. Si tratta della cosiddetta “prima ondata” del femminismo.
In generale il femminismo liberale si prefigge la parità giuridica e politica fra i sessi. Non vuole modificare la società capitalista, ma solo migliorarla e si batte per la libertà e l’autodeterminazione dell’individuo, lottando quindi contro la cultura dello stupro e in favore della libera scelta di ciascuno su ogni campo. Il femminismo liberale ha storicamente lottato per far sì che alla donna fossero concessi gli stessi diritti che ha l’uomo. La sua parola chiave è uguaglianza. Harriet Taylor e John Stuart Mill, ad esempio, nella loro opera del 1851 L’emancipazione delle donne rifiutano la presunta inferiorità femminile per natura. Per liberare le donne propongono un’eguale educazione scolastica ed universitaria, una paritaria rappresentazione sociale e politica, l’acquisizione del diritto di voto, l’accesso alle professioni mediche, legali e religiose e la possibilità di intraprendere attività economiche. Inoltre, credono che l’emancipazione si realizzi anche nella liberazione delle donne dagli obblighi familiari.

Il femminismo radicale

Il Femminismo radicale è una prospettiva all’interno del femminismo che richiede un radicale  riordinamento della società in cui la supremazia maschile viene eliminato in tutti i contesti sociali ed economici.

Le femministe radicali vedono la società come fondamentalmente un patriarcato in cui gli uomini dominare e opprimere le donne. Le femministe radicali cercano di abolire il patriarcato, al fine di “liberare tutti, da una società ingiusta, sfidando le norme sociali esistenti e le istituzioni.” Questo include opporsi alla ogg delle donne, sensibilizzare l’opinione pubblica su temi come lo stupro e la violenza contro le donne.

Per le femministe radicali, la vera uguaglianza tra i sessi si può ottenere solo abbattendo questi costrutti sociali di genere assieme al resto della struttura di potere che mantiene le ineguaglianze — es., la società come la conosciamo. Le femministe radicali affermano che abbattere il genere sia centrale nel rovesciare la struttura di potere. In contrasto, il femminismo liberale generalmente afferma che porre fine alle ineguaglianze sociali e ad altre norme esclusive svolgerà lo stesso compito gradualmente, e il predecessore ideologico più immediato del femminismo, il femminismo marxista afferma che il rovesciamento delle strutture di classe sia centrale.

Anche se vengono mostrati dei paralleli tra l’oppressione delle donne e l’oppressione di altri gruppi, l’oppressione delle donne viene vista come quella più basilare. La società patriarcale usa l’oppressione delle donne sia come modello di oppressione per altri sia come effettivo strumento per mantenere una serie di oppressioni sociali.

Il femminismo islamico

Malala Yousafzai, una degli esponenti del femminismo islamico

I primi movimenti femministi nel mondo arabo fanno la loro comparsa alla fine dell’800 con il movimento della Nahdah, composta da intellettuali che ritenevano l’emancipazione femminile uno dei capisaldi per la modernizzazione delle società arabe.

Il movimento moderno del femminismo islamico è iniziato nel XIX secolo. La poetessa iraniana Táhirih è stata la prima donna moderna a intraprendere l’esegesi coranica, ovvero l’interpretazione critica del testo sacro al fine di comprenderne meglio il suo significato. Nonostante le sue origini musulmane, è diventata un membro di spicco della fede Bábí, una religione autonoma staccata da quella islamica e che riconosce il Corano ma non la Shariʿah. Questa coraggiosa poetessa ha rifiutato la poligamia, l’obbligo di portare il velo e ha lottato con coraggio per i diritti delle donne. Il governo, tuttavia, ha deciso di giustiziarla. Secondo la tradizione, prima di morire ha pronunciato con coraggio la seguente frase: Potete uccidermi quando volete, ma non potete fermare l’emancipazione delle donne.

Una figura di spicco nella lotta all’emancipazione femminile è anche quella dell’avvocato ed intellettuale egiziano Qasim Amin, autore del testo Tharir al-mar’a, La liberazione della donna,  considerato ancora oggi il primo grande scritto femminista del mondo arabo. Secondo le sue argomentazioni, l’istruzione femminile era fondamentale in quanto era necessario che anche le donne contribuissero alla vita pubblica e privata dello Stato. Per Amin era fondamentale l‘abolizione del velo, visto come ostacolo all’emancipazione femminile e quindi allo sviluppo del Paese. Numerose femministe islamiche, tuttavia, hanno mosso pesanti accuse nei confronti del giurista, reo, secondo loro, di preoccuparsi più del progresso nazionale che della condizione della donna.

Fonti : Le Filosofie Femministe di Franco Restaino ed Adriana Cavarero ; Wikisessualità

G. Minardo

Graziana Minardo

Graziana Minardo

Una risposta

  1. Cara Viole di Marzo, quando dici :”Tuttavia le principali tappe della lotta femminista, come il diritto di voto e il diritto all’istruzione, si sono attuate principalmente a seguito del lavoro della corrente principale del movimento femminista, che ha sempre sottolineato l’importanza della costruzione di un ampio sostegno alle cause femministe sia tra le donne che tra gli uomini.” dimentichi che tali movimenti cominciano a prendere coscienza sul lavoro laddove i maschi partiti non fecero più ritorno. I periodi bellici durante le mattanza delle avanguardie sul fronte di guerra, nelle retroguardie le donne producevano le munizioni in fabbrica sostituendo gli uomini operai spediti al fronte in divisa militare. Nell’economia di guerra, lo sfruttamento delle retroguardie hanno visto spesse volte le donne promotrici di insurrezioni a causa dei tempi disumani di produzione. Sui torni, gli uomini rimasti (medio/anziani) e le donne, non godevano dello stesso stipendio in quanto i proprietari delle filiere, avendo poco margine di guadagno , sfruttavano meglio le vedove e le vergini orfane (sorelle di soldati) in quanto essendo prive di un sostegno maschile economico, sfruttavamo le poverine obbligate alla paga da sottoproletarie per fare margine ad una economia bloccata o spesse volte disastrata. In due parole, la fame non è maschio o femmina ma ambedue simili. Nel periodo post bellico, molti soldati di ritorno dal fronte trovarono il loro posto di lavoro occupato da femmine disposte a lavorare anche a minor paga pur di non mollare il diritto e posto di lavoro acquisito, scatenando il padronato, le contraddizioni sessuali per tenere alta la domanda della disoccupazione e rendere più servi i combattenti orgogliosi che chiedevano indietro il ruolo di lavoratore lasciato alle donne in affido. (disoccupazione). Stremati, molto spesso dovettero chiedere gli uomini minor garanzie e minori paghe rispetto le donne, facendo impennare i guadagni del padronato. I motti sovietici delle donne partiti dal cotonificio “Filorosso” (Pietrogrado) eseguivano dei piani eversivi di una classe femminile operaia che spingeva sull’acceleratore della storia ma da opportuniste, (erano a maggioranza bundiste). Inscenarono una rivoluzione programmata che verrà poi castigata da Stalin. Solo qualche anno dopo la vera rivoluzione proletaria abbatterà il ruolo femminista alzandolo al grado di “compagne” eroine del lavoro per tutte le donne lavoratrici. Di conseguenza tutti gli stati occidentali a conduzione capitalista dovettero fare piccole concessioni al mondo femminile ancora prigioniere nelle fabbriche belliche anche a guerra finita. Nasce il movimento delle donne asessuate o sterili , modello futuro del mondo a conduzione capitalista occidentale, soprannominate negli anni sessanta : “Femminista”. Da qui partono quelle lotte femministe che sono sempre state distaccate da quelle dei proletari spesse volte loro mariti, considerasti nemici ideologici o ideali..

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