Kitchen di Banana Yoshimoto

Il caso di Banana Yoshimoto

Nel 1988 Banana (nome d’arte di Mahoko) Yoshimoto, mentre lavora come cameriera, scrive un breve romanzo intitolato Kitchen (キッチン) che la porterà immediatamente a ottenere una discreta fama prima nel suo paese e poi all’estero.
In Giappone, Kitchen ottenne ben 60 ristampe e divenne il soggetto di un lungometraggio e un film per la televisione. La prima traduzione
mondiale del romanzo è stata fatta in italiano nel 1991 da Giorgio Amitrano e questo ha contribuito a costruire un legame speciale tra l’autrice e il
pubblico italiano. A proposito del rapporto tra Banana e l’Italia vi suggerisco la visione di questa intervista.
I suoi libri (una quindicina di romanzi) continuano a essere tradotti in tutto il mondo e in Italia sono editi da Feltrinelli. La scrittura di Banana Yoshimoto viene spesso criticata come ‘commerciale’ o troppo ‘semplice’, tuttavia la risposta che hanno ottenuto i suoi libri sembra suggerire tutt’altro parere.
Kitchen è stato indubbiamente un caso letterario e un esordio eccezionale per la scrittrice nipponica.

Il romanzo, diviso in due parti Kitchen e Plenilunio, racconta la
storia di Mikage che si trova completamente sola dopo la morte della nonna e della sua amicizia inaspettata con Yūichi. Tra la prima parte del libro e la seconda passano
pochi mesi nei quali la protagonista ritrova il proprio equilibrio grazie alla decisione di apprendere “l’arte di cucinare”. Tutta il libro ruota intorno al concetto di famiglia e descrive in modo molto interessante il percorso non convenzionale di risalita dalla
solitudine e dal dolore del lutto.
Lasciando stare le critiche letterarie su canoni stilistici e tecniche narrative, vorrei parlarvi di Kitchen dal mio punto di vista, a partire da quelle pagine sfogliate velocemente tanti anni fa e da quelle parole che mi sono rimaste dentro.

“Non c’è posto al mondo che io ami più della cucina.
Non importa dove si trova, com’è fatta: purché sia una cucina, un posto dove si fa da
mangiare, io sto bene. Se possibile le preferisco funzionali e vissute. Magari con tantissimi
strofinacci asciutti e puliti e le piastrelle bianche che scintillano.
Anche le cucine incredibilmente sporche mi piacciono da morire.”

Kitchen

Fortunatamente per un titolo così breve e così concreto non c’è stato bisogno di tradurne il significato per il pubblico italiano. Il titolo in inglese, infatti, lascia -a mio avviso- un che di insolito che stimola la curiosità a saperne di più.
Di cosa parlerà questo libro? Di cibo? Ricette? In parte si, il cibo c’è e ha un suo importante ruolo nella storia, ma non si tratta soltanto di quello. Il libro parla del rapporto con certi ricordi legati alla cucina e al cibo, rituali indispensabili per sopravvivere al dolore e alla fatica, ma soprattutto descrive un percorso di fiducia e
di apertura verso gli altri.

La solitudine con cui si apre il romanzo diventa un primo
passo verso la conquista di una nuova forza che solo un certo tipo di sofferenza riesce a forgiare. La storia di Mikage Sakurai viene narrata in prima persona in una forma
monologante che crea fin dalle prime righe un’intimità profonda con il lettore. Il famoso incipit “Non c’è posto al mondo che io ami più della cucina.” descrive una scena squisitamente visiva, simile a una polaroid, della situazione. Senza troppe attese, arriva il primo cardine della storia, Mikage è rimasta sola (“Siamo rimaste solo io e la cucina. Mi sembra un po’ meglio che pensare che sono rimasta proprio sola.”).
L’ultima parente che le era rimasta, la nonna, è morta. La cucina, dunque, diventa ora il suo ultimo appiglio famigliare. Qui ci sono due interessanti indizi sul romanzo, direi.
Il primo è che la morte è così: arriva come un fulmine, prende i nostri cari e non si può aggiungere molto di più (“Sono rimasta di stucco”). L’altro è che si può amare una cucina o un giardino o una spiaggia e tenerli come un rifugio sicuro – se e quando ci
resta solo questo. È un fatto quasi naturale. La cucina qui diventa il sostituto da amare, perché Mikage non smette di amare e ce lo dice nella prima frase. Dopo il funerale della nonna, la cucina rappresentava un conforto e una protezione al dolore
sordo di quel momento, Mikage dormiva ai piedi del frigo perchè era solo così che riusciva a riposare. Niente di strano, succede. “Dormii raggomitolata nella coperta come Linus, col ronzio del frigorifero che mi proteggeva da pensieri di solitudine.”
La storia inizia con questa immagine buia come ‘le tenebre del cosmo’ per poi cambiare bruscamente, con il passaggio all’azione da parte della protagonista perché “non potevo andare avanti così per sempre. È incredibile, la realtà.”

Come fa Mikage a rialzarsi da quel pavimento di cucina? Mentre decide di cercarsi un nuovo posto dove vivere e pensa a come organizzare la sua nuova vita, un compagno dell’università suona il campanello. Yūichi Tanabe lavorava dal fioraio
dove andava sempre a fare compere la nonna di Mikage e la morte dell’anziana signora lo ha scosso e spinto a offrire aiuto e ospitalità alla nipote rimasta sola.

(“Ho parlato con mia madre e… non verresti a stare da noi per un po’?”) Piuttosto semplice, no? Mikage confusa, decide di accettare l’invito bizzarro del ragazzo Nei romanzi di
Banana la leggerezza entra con forza e muove tutte le pagine come un vento estivo.
Leggendo mi sono sentita sollevata e confusa esattamente come Mikage e come lei mi sono detta che sì, era un invito che andava accettato. Perché no?

Una nuova famiglia

Mikage entra in questa casa sconosciuta e si innamora subito della cucina, segno imprescendibile che quella casa può accoglierla. Mikage di fronte a questo strana forma di aiuto si sente fragile e all’orlo delle lacrime quando Eriko, la mamma di
Yūichi, entra di corsa in casa. Eriko è una mamma diversa.
Quella era una mamma? Ero allibita e non riuscivo a staccare gli occhi da lei. I capelli lucidi le arrivavano alle spalle, la luce profonda degli occhi a mandorla, la forma perfetta delle labbra, il profilo deciso e la luminosità vibrante che irradiava da tutto il suo essere… non sembrava umana.”
Questa donna incredibile, quasi surreale, si rivela essere in realtà il padre del ragazzo.
Qui la sorpresa è tanto nostra quanto di Mikage. Questo elemento apre una
riflessione veramente affascinante intorno al tema della famiglia tradizionale e del concetto di maternità. Il padre diventato madre dopo la morte della moglie rappresenta al contempo un elemento a tratti ironico (“Tu una così la chiameresti ‘papà’?” – domanda Yūichi) e a tratti molto profondo nel proporre un quadro familiare slegato dalla tradizione. La scrittrice qui va oltre la tematica della transessualità, abbatte il muro del legame sanguigno e dimostra che la famiglia la si
può ricomporre senza problemi, inventare, attraverso una strada alternativa da quella cosiddetta ufficiale. Il messaggio è forte e chiaro, non siamo soli finchè non smettiamo
di aprirci al mondo esterno, ciò che amiamo lo si può ritrovare anche in luoghi del tutto inaspettati. La nuova cucina dove si trova ora Mikage è il filo rosso con la precedente, e quella futura delle sue classi per diventare cuoca. Nessun pericolo, non ci si perde mai veramente. Nemmeno quando si fa buio pesto all’improvviso.

Ti consiglio questo libro perché

È un libro ricco di emozioni pure, molto delicate. Talvolta alcune riflessioni si nascondono dietro l’immediata forma di un linguaggio estremamente contemporaneo
e di questi personaggi simili a quelli dei manga. La storia è difficile da restituire a parole, la descrizione della trama rischia di tradire questo delicato equilibrio tra le forti scosse di dolore e la assurda quotidianità che Yoshimoto offre in cambio di un
breve tempo di lettura (appena 87 pagine). I temi affrontati sono molti e non sempre facili da digerire, eppure dentro la storia la sofferenza e la gioia si intrecciano con naturalezza offrendo una narrazione unica e indimenticabile. I personaggi di Kitchen si lasciano guidare dalle emozioni senza interrogarsi troppo sul momento, il passato assume il ruolo di spinta propulsiva ad andare avanti nonostante le difficoltà, chi se
ne va lascia dietro di sé ricordi indelebili e luminosi in grado di guidare chi resta.
Questo romanzo è un piccolo gioiello da custodire e riprendere fra le mani quando si ha bisogno di ricordarsi che la vita è una continua trasformazione. Come dice Mikage:
Voglio assolutamente continuare a sentire che un giorno morirò. Altrimenti non mi
accorgo che vivo. Per questo è così la mia vita.”

Kitchen di Banana Yoshimoto (Feltrinelli, 2014) • Traduzione di Giorgio Amitrano

Articolo di Claudia Domenici

2 risposte a "Kitchen di Banana Yoshimoto"

  1. Questo è stato il primo libro di Banana che ho letto e son rimasta davvero presa. Il personaggio del padre che si veste da donna per fare la madre mi ha sconvolta. Da lì in poi ho comprato e letto tutti i romanzi suoi e ci ho trovato sempre la morte come protagonista di tutte le storie. Mi son accorta che son storie molto tristi ma mi piace leggerle. 😊

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