A ME PUOI DIRLO

“Dev’essere che io, qualunque cosa sia, me ne sto sul fondo di una canoa, a pancia in su, a guardare il cielo. Non riesco ad alzarmi o a muovermi. Non ho ricordi di me che salgo in canoa. A volte sento delle persone che parlano alla canoa come se non si rendessero conto che ci sono io lì dentro.”

Il o la protagonista di questa storia descrive così la sensazione di smarrimento che prova di fronte al proprio corpo, quando, davanti a uno specchio, prova a ricordarsi il modo in cui questo corpo che lo o la ospita è fatto. Il tema dei corpi, del modo in cui ci definiscono anche quando non vorremmo, dei limiti fisici che ci impongono, il corpo come ostacolo, è centrale in questo romanzo.

È centrale come il tema dell’identità, che si intreccia al modo in cui questa si forma anche grazie al nostro aspetto: il o la protagonista, infatti, non ha un’identità definita. Si aggira per la città vagabondando senza meta, dormendo nelle chiese perché non ha un posto dove fermarsi né una famiglia su cui fare affidamento. I ricordi legati al suo passato sono nella sua mente vaghi, sfumati, inafferrabili. Viene trovato, o trovata, da un gruppo di fedeli di una comunità piuttosto ristretta mentre dorme sulla panca della loro chiesa e questo basta ad affibbiarle/gli proprio il soprannome di Panca.

Panca non parla, non si esprime, non sa raccontare il suo passato, non sa dire se abbia subito traumi, chi sia la sua famiglia, se l’abbia mai avuta, una famiglia. Non sa nemmeno dire quale sia il suo nome. Panca non sa, su se stesso o se stessa, molte cose che invece gli altri hanno bisogno di conoscere, e non si danno pace per il fatto di non riuscire a scoprirle. Ad alcuni abitanti di questa piccola cittadina molto religiosa, Panca sembra una femmina, ad altri sembra un maschio. Ad alcuni sembra bianca, o bianco, ad altri sembra nera, o nero. Non riescono nemmeno a mettersi d’accordo su che età possa avere. E questo, il fatto di non riuscire a incasellare Panca nelle loro definizioni precise, li spaventa, li confonde. Panca è ospite, per qualche giorno, di una famiglia della comunità, e in questa famiglia tentano in molti modi di farla, o farlo, parlare, di confessare la propria etnia e il proprio sesso, senza successo. Sostengono di averne bisogno per essere in grado di aiutarla/o meglio, e addirittura tentano di portarla/o da un medico per farla/o visitare, ma Panca si rifiuta di spogliarsi e sono costretti a tornare a casa senza aver scoperto nulla di nuovo. Tutta questa attenzione verso il suo corpo instilla in Panca una serie di riflessioni sul suo significato.

Cos’è che ci rende umani, il corpo o i pensieri, ciò che è dentro la nostra mente? Perché l’aspetto sembra essere così importante e soprattutto, perché sembra essere così importante incasellarlo, definirlo, questo aspetto? Ad un certo punto Nelson, il figlio adottivo di una abitante della città, racconta a Panca un sogno che aveva fatto tempo prima: una scienziata era convinta che l’unico modo per essere felice fosse quello di trasformarsi in un cavallo, e dopo aver provato per tutta la vita a inventare un modo per renderlo possibile, ci riuscì e si trasformò in un puledro. Inventò anche un dispositivo che le permettesse di parlare, e così, all’esterno era un cavallo, ma la mente era sicuramente quella di un essere umano, e le parole anche. Panca si chiede, quindi, se questo corpo di cavallo con la mente di donna “andava considerato un umano o un cavallo? E che differenza c’era fra una vita e l’altra?”

La narrazione è divisa nelle giornate di una settimana, e quasi ogni giorno Panca incontra una o più persone nuove, che tentano di farlo/a parlare ma che finiscono per essere loro ad aprirsi e confessarsi. Ogni incontro nuovo di Panca diventa, quindi, una storia nuova e un nuovo spunto di riflessione per chi legge. Ad esempio ho apprezzato l’incontro con il signore anziano trasferitosi in quella comunità per stare vicino alla figlia, che ne ha sposato uno dei membri. Questo signore racconta, nostalgicamente, il rapporto che aveva con la figlia prima del trasferimento, un rapporto riempito da scambi di idee e discussioni animate sul mondo, sull’esistenza di un dio, che svanisce nell’istante stesso in cui lei si converte: “Dio mi ha parlato e io non mi faccio più domande”.

Durante gran parte della lettura non ho potuto fare a meno di pensare ad uno dei libri più importanti della mia infanzia: Extraterrestre alla pari di Bianca Pitzorno. In Extraterrestre alla pari, uscito nel 1979, un bambino, Mo, di un pianeta alieno viene ospitato da una famiglia terrestre per una decina di anni. Non si sa, però, se sia un bambino o una bambina e durante la lunga attesa dei risultati dell’esame del sangue, la famiglia ospitante decide, attraverso un test psicologico, che Mo è maschio. Viene, quindi, iscritto ad una scuola maschile, la camera viene arredata in un certo modo, i giochi che può fare sono quelli da maschio: giocare a pallone, fare la lotta. Viene rimproverato quando si commuove di fronte ad un film romantico.
Se in Extraterrestre alla pari la famiglia che ospita Mo decide, prima piuttosto arbitrariamente e poi attraverso un esame del sangue, il suo genere, in A me puoi dirlo la famiglia che ospita Panca non ci riesce nemmeno con l’aiuto di un medico, e questo la mette in crisi.
A me puoi dirlo è un libro particolare, strano, che a volte non rivela e lascia in sospeso, che ho apprezzato molto per come è costruito e per la capacità che ha avuto di spingermi alla riflessione. L’ho letto insieme al Glitch Book club di Jonathan Bazzi nella libreria Verso di Milano.

CATHERINE LACEY
Catherine Lacey, classe 1985, è una giovane scrittrice americana che ha all’attivo già tre romanzi. Nel 2014 ha pubblicato Nessuno scompare davvero, che l’ha portata ad essere finalista al premio per i giovani scrittori della New York Public Library e nel 2016 a vincere il premio Whiting Award, dedicato agli scrittori emergenti. Nel 2017 ha pubblicato il secondo romanzo, Le risposte, mentre A me puoi dirlo è uscito quest’anno. In Italia è stata pubblicata dalla casa editrice SUR nella collana BIGSUR, dedicata agli scrittori angloamericani.

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