DIARIO DI UN CORPO

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Il corpo femminile è soggetto a un’analisi costante. Nella nostra società, ancorata alla cultura patriarcale, le donne faticano a scorgere se stesse come completamente libere. Ancorate a una visione limitante, si sentono costrette a dover perder peso anche quando non lo desiderano, a vestirsi con più cura nonostante non sia una loro volontà e a comprare trucchi di cui non avrebbero voluto nemmeno sentire il nome.

Sorge spontanea la domanda: per quale ragione sono portate a fare tutto ciò? La pressione sociale esercitata su di loro non è facilmente debellabile: ci insegnano fin da piccole a dover essere in un determinato modo, a compiacere gli altri e a seguire delle regole obsolete. Se le lezioni impartite hanno attecchito in un terreno fertile, queste rimarranno nella mente per lungo tempo, formando dentro di sé i cosiddetti “pensieri indotti”. Ciò crea un forte malessere e ciò conduce, inevitabilmente, a prestare eccessiva attenzione all’involucro fisico che ricopre l’anima. Gli scopi si direzionano non verso obiettivi lavorativi o intellettuali – che ovviamente sarebbero per loro di gran giovamento – ma sullo specchio: si osserva il proprio fisico con il piglio di un acuto osservatore e si cerca, dunque, l’ennesimo difetto da modificare in nome di idee deleterie e stantie.

Se la beauty mania – termine coniato da Renee Engeln – provoca gravi dolori, al contempo il giudizio della società crea ulteriori problemi. Sappiamo perfettamente che siamo portati, purtroppo, a emettere sentenze senza essere chiamati in causa. Se una donna mostra maggiormente il proprio corpo, viene definita come colei che tenta di ottenere attenzioni, come famelica e superficiale. Se, invece, si copre eccessivamente, ella viene percepita come troppo seriosa, rigida e noiosa. La percezione, per entrambi gli esempi, è comunque negativa: si pone su di esse una lettera scarlatta e si tenta di svilirle e reprimerle.

Il valore di una persona, però, si manifesta fra le radici del proprio essere e non deriva, come la nostra società impartisce, dai lembi di pelle che essa mostra all’osservatore esterno. La ipersessualizzazione del corpo femminile, oltre ad affondare salde radici in un terreno fertile di maschilismo, dunque, è malsana e oltraggiosa. La libertà di mostrarsi o di celarsi è un diritto.

I commenti biechi, provenienti da una morale maligna e dai giudizi fondati su un bisogno ingiusto di condannare, non generano nulla di positivo. Chi emette verdetti, ferisce solo se stesso. Non soltanto: produce, magari anche in modo inconsapevole, una gabbia ove tutti, a prescindere dal genere, si trovano prigionieri. Se non diamo la possibilità alle persone – di qualsiasi genere – di esprimere il loro io interiore ed esteriore, produciamo un ulteriore danno.

Se riuscissimo a sospendere il giudizio e a guardarci con occhi buoni, potremmo ottenere la libertà a cui tutti, anche i più reticenti, anelano bramosi. La rivoluzione parte da piccoli gesti.

Scritto da: LORENZA DE MARCO
Su instagram, dove mi occupo di letteratura, puoi trovarmi qui: https://www.instagram.com/leultimeletteredi/

violedimarzo

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