BENAZIR BHUTTO, la prima e unica donna presidente

27 dicembre 2007. Rawalpindi, paese di poco più di tre milioni di abitanti nell’estremo nord del Punjab pakistano.
Un attacco suicida durante un comizio elettore causa il ferimento di decine di persone e la morte di almeno venti. Tra queste Benazir Bhutto, la prima donna primo ministro a guidare un Paese islamico.
“Metto la mia esistenza in pericolo e sono qui perché penso che il mio Paese sia in pericolo”. Aveva detto qualche attimo prima sul palco, conscia del fatto che alle vicine elezioni probabilmente non ci sarebbe arrivata viva.

Il Pakistan di fine millennio è un paese stritolato dalla dittatura, dal terrorismo e da una posizione geografica che lo colloca tra l’Afghanistan casa dei Talebani e di Al Qaeda, e l’India, con la quale è in stato di guerra fin dal 1946, quando divennero due nazioni separate e nemiche.
Nel 1969 Benazir Bhutto è la sedicenne figlia di Zulfiqar Ali, il più importante esponente politico pakistano, già primo ministro, quando si trasferisce negli Stati Uniti, ad Harvard, per studiare politica e filosofia.
Sono anni vivaci per i giovani di tutto il mondo, le proteste contro la Guerra in Vietnam sono forti e coinvolgono anche Benazir, che inizia a conoscere il movimento femminista e a vestirsi alla moderna maniera occidentale.
Dopo aver ottenuto la laurea, si sposta ad Oxford, in Inghilterra, dove resta per studiare fino al 1977. L’urdu e il sindhi non sono lingue che parla, la religione del suo Paese, l’Islam sunnita, le interessa poco.

La sua vita cambia radicalmente il 5 luglio 1977, quando il padre democraticamente eletto alla presidenza viene deposto con un colpo di stato militare guidato dal generale Zia (e giustiziato due anni più tardi).

Benazir prende in mano l’eredità del padre e assume la guida del Partito del popolo pakistano (PPP): una donna alla testa della politica nazionale, all’opposizione. Diventa così un simbolo vivente di una nuova generazione e appoggia riforme di tipo liberale per fronteggiare la dittatura che opprime il suo paese.
Per questo motivo, poco tempo dopo, finisce in carcere con un’accusa di corruzione e per il suo ruolo di primo piano nel Movimento per il ritorno della democrazia in Pakistan. Nel 1981 le vengono finalmente concessi i domiciliari.
Sono questi anni nei quali il mondo sembra essersi dimenticato di lei. Non lo hanno fatto però i suoi compagni di Harvard, divenuti ormai uomini d’affari e politici, che premono sul presidente americano Ronald Reagan affinché faccia qualcosa per salvarla.
Il 10 gennaio 1984 Benazir è su un aereo diretto a Ginevra per “gentile concessione” del generale Zia, che ha accettato in cambio della promessa che la ragazza, che ormai politicamente non rappresenta più un pericolo, non metta comunque più piede in suolo pakistano.
Nonostante tutto, ci ritorna però due anni più tardi per affrontare l’ormai decadente dittatore, dopo aver ricostruito i rapporti con una serie di politici e potentati di tutto il mondo.
Ma se agli occhi del mondo Benazir sembra una donna emancipata e libera dalle convenzioni imposte dalla società, si trova in realtà intrappolata in un matrimonio combinatole dalle madre con un ricco uomo d’affari. La cerimonia fu un evento nazionale, gioioso e tragico: qualcuno spara tra la folla. Un morto e decine di feriti.

La vera svolta politica di Benazir avvenne nel 1988 quando, morto Zia, il PPP stravinse alla elezioni: il presidente Ghulam Khan, reticente, si vide costretto a dare l’incarico alla trentacinquenne Benazir, nonostante i ranghi del partito si fossero impegnati a cercare un’alternativa.
Diventa così primo ministro, la prima donna in un paese musulmano, la più giovane in assoluto, in un Paese di cento milioni di abitanti. Benazir si ripropose di guidare il paese secondo principi socialisti e di migliorare la vita delle donne attraverso l’abrogazione delle stringenti leggi che limitano la loro vita e libertà.
Purtroppo, i tentativi di modernizzare la società e rendere democratico il Paese sono deboli: l’opposizione è forte, il PPP lontano dalla politica da quasi un decennio.

Il governo dura appena due anni: Benazir fu costretta a dimettersi in seguito alle ennesime accuse di corruzione, e dovette così passare all’opposizione di un governo conservatore e religioso.

Ritorna a ricoprire la carica di primo ministro ancora nel 1993, per altri tre anni, ma governare il Paese è quasi impossibile, tra inflazione, disoccupazione e la costante minaccia dei talebani afghani.
Il PPP nel ’96 perde rovinosamente le elezioni, Benazir nuovamente accusata di corruzione. Scappa a Dubai per evitare nuovamente il carcere, rimanendovi in una sorta di esilio volontario per circa otto anni. Il Pakistan è tornato ad essere una dittatura, la donna quasi completamente dimenticata, di nuovo.
Nel 2007 le viene concessa l’amnistia e Benazir può ritornare in patria per le elezioni dell’anno successivo. Il giorno del suo arrivo, però, un attentato terroristico causò la morte di 138 persone che la aspettavano ad un comizio. Benazir Bhutto, su un camion blindato da cui salutava i cittadini e sostenitori, rimase illesa.

La sua vita finì in un pomeriggio di dicembre, due mesi più tardi, e insieme ad essa le speranze del popolo pakistano, dopo una vita piena di ostacoli e di contraddizioni. Il mistero dell’attacco venne risolto, anche se parzialmente, solo un decennio più tardi, quando emerse che il mandante dell’attacco fu Al Qaeda, anche se erano molte le persone che volevano la donna in silenzio.
Benazir però era cosciente di aver lasciato un’eredità importante: la consapevolezza che una donna può guidare un grande paese musulmano e che cambiare il modo di pensare della gente è possibile, andando contro pregiudizi e tradizioni millenarie. Forse una speranza o forse è stata un’occasione sprecata, in un paese ingovernabile e schiacciato da troppe pressioni.

Ad oggi, quasi 14 anni dopo la sua morte, Benazir è diventata quello che non è riuscita a raggiungere in vita: una madre della patria. Innumerevoli monumenti e luoghi sono a lei intitolati, la sua memoria è idolatrata e ispira ancora oggi giovani donne come Malala Yousafzai, la più giovane persona nella storia ad essere insignita di un Premio Nobel.

Caterina Costa

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