Se il giornalismo fomenta la cultura dello stupro

Essere informatə significa essere liberə ma cosa succede se ci informano male? Cosa succede se le notizie a cui attingiamo sono un cocktail letale di pregiudizi, stereotipi e linguaggi inadeguati? Cosa succede, insomma, se sono i giornali a veicolare i messaggi sbagliati?

La responsabilità sociale del giornalismo

Mai come nell’ultimo periodo ci siamo accortə di quanto sia importante comunicare: comunicare un rischio, comunicare una vittoria, comunicare una decisione. L’abbiamo visto con la diffusione del Covid-19: si è innescata una reazione a catena per cui chi ha dato adito alle fake news o alla disinformazione trasmessa dai giornali non ha messo in atto comportamenti responsabili, aggravando la condizione della pandemia e, così, costringendo le altre persone a sforzi prolungati per contenere il virus. Al contrario, informazioni precise e puntuali hanno portato le persone ad attuare comportamenti responsabili poiché hanno fatto comprendere appieno la gravità della situazione. Il o la giornalista, quindi, si pone come anello mancante tra un fatto e la sua comprensione, tra un evento e le sue conseguenze, tra chi legge e la realtà che lə circonda.
D’altronde, alla base del lavoro giornalistico vi è – o almeno vi dovrebbe essere – l’utilità sociale, proprio per suscitare l’interesse pubblico su fatti meritevoli, che possano costituire un tassello importante nel percorso di crescita della o del cittadinə. Trasmettere un messaggio in modo chiaro ed efficace significa accrescere il bagaglio culturale della persona, mettendola in condizioni di interpretare la realtà e prendere decisioni a riguardo in modo altrettanto chiaro ed efficace.
E se, invece, il giornalismo dovesse trasmettere messaggi iniqui, che modificano subdolamente la percezione che il lettore ha della realtà circostante, cosa accadrebbe?

Cos’è la cultura dello stupro

Diciamolo a gran voce: la cultura dello stupro esiste e in Italia è ampiamente diffusa. Essa viene concepita nell’ambito degli studi di genere e identifica comportamenti, credenze e atteggiamenti che banalizzano le forme di violenza sulle donne fino a occultarle, trasformandole in normali pratiche socialmente accettabili (Buchwald, Fletcher, Roth, 1993). Per scorgerla nel panorama attuale, basta unire i puntini: l’indignazione che c’è quando una ragazza denuncia una violenza otto giorni dopo, automaticamente perdendo di credibilità, le domande sul suo stato psicofisico durante la violenza sessuale, il bisogno ossessivo di proteggere chi viene denunciato e di accusare chi ha denunciato. E se queste cose non vi sembrano così inusuali, è proprio perché sono all’ordine del giorno ed è ora di dargli un nome: si chiama cultura dello stupro.
Ammettere che esista una vera e propria cultura significa andare ad analizzare quanto essa sia radicata nella mente di ciascunə di noi. Pensiamo a quante volte, quando si subisce una molestia, incolpiamo un abito che indossiamo, colpevole di aver attirato l’attenzione. O, quando subiamo catcalling, lo accettiamo mestamente, supportate da amicə e familiari che lo degradano a un fischio innocuo per cui abbiamo una reazione fin troppo isterica. Oppure, ancora, quando ricerchiamo dettagli ed elementi che rendano straordinaria una violenza, allontanando dalla nostra mente la possibilità che essa sia più vicina, possibile e multiforme di quanto possiamo pensare o vogliamo ammettere.
Ma una cultura, non è facile da sradicare: esiste, è lì, qui, ovunque, da tempo, tantissimo tempo. È contemporaneamente dentro e fuori di noi: l’abbiamo interiorizzata a tal punto che, quando la vediamo in bella mostra come titolone enorme su un giornale, abbiamo imparato a non stupirci più.

Cosa succede se un giornale trasmette la cultura dello stupro

Una volta che capiamo i suoi marchingegni, la cultura dello stupro irrompe nella quotidianità.
L’esempio lampante nei media è il loro atteggiamento compassionevole ed empatico nei confronti di chi viene accusato di violenza sessuale: la benevolenza nei loro confronti è estremizzata a tal punto da far diventare la loro versione dei fatti l’unica possibile; la celebrazione dei loro successi e della loro vita casta e pura diventa un dito accusatore verso la donna maliziosa e provocatrice; la presentazione di uno stupro come un rapporto reciprocamente consenziente. Se siamo abituatə a vederlo scritto sui giornali, per , non significa che tutto ci sia giusto o che debba continuare a essere così. In particolare, dobbiamo chiederci quali sono gli effetti di una reiterata e costante comunicazione di questo genere sulla percezione che si ha della violenza.
Quindi, perché diventa così importante combattere la presenza degli elementi della cultura dello stupro all’interno della comunicazione? Perché i suoi elementi caratteristici svolgono un ruolo non indifferente nella frequenza dello stupro stesso: secondo uno studio condotto in America da Matthew Baum, Dara Kay Cohen e Yuri Zhukov e pubblicato nel 2018, nelle aree dove la stampa pubblica e diffonde articoli che aderiscono alla cultura dello stupro, ricorrendo a stereotipi, pregiudizi e concetti volti a giustificare in parte le violenze sessuali, vi è un maggior numero di denunce per violenze sessuali. In più, in queste aree, le autorità locali non mantengono un comportamento attivo nel perseguire questi crimini, a riprova del fatto che le storie dalla stampa possono avere un impatto significativo sulla percezione pubblica della violenza sessuale e sulla volontà di contrastarla. In altre parole, nel momento in cui lo stupro viene narrato come inevitabile in alcuni ambienti – d’altronde se vai in una festa dove gira l’alcol o la droga devi aspettartelo che qualcuno ti stupri -, come conseguenza di alcune scelte – se vuoi divorziare da tuo marito un pizzico di rabbia nei tuoi confronti lo devi mettere in conto – o come evento provocato da vestiti non così innocenti – se ti metti quel vestito te lo stai proprio cercando -, la violenza sessuale è giustificata. E dalla sua giustificazione ne deriva la sua normalizzazione. Ma normale non è sinonimo di giusto.

Come interpretare la realtà senza farsi influenzare dalla cultura dello stupro

Ora che sappiamo che l’informazione mediata dai giornali pu non essere efficace, cosa possiamo fare noi per capire il mondo che ci circonda? Come possiamo sfuggire al meccanismo nel nostro cervello che ricerca ossessivamente una spiegazione normale a un fenomeno violento e traumatico?
Imparare a riconoscere i campanelli d’allarme è un primo passo: se ci troviamo di fronte a un articolo di giornale che enfatizza l’ubriachezza molesta della vittima o ne descrive l’abbigliamento, non avremo gli strumenti adatti per decifrare quello che realmente accaduto. Dovremmo ricercare le informazioni altrove, su organi d’informazione che collocano la violenza sessuale nella casella del patriarcato, come forma di oppressione sulle donne, e non nella casella della sua difesa. In questo modo, inizieremo ad avere una percezione della realtà più limpida, che vada oltre la banalizzazione della violenza e ne accetti la complessità, allenandoci a guardare oltre una maglia scollata o un bicchiere di troppo, combattendo la cultura dello stupro.

Elena Morrone

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