“LIZZIE”, SHIRLEY JACKSON

“E quindi” le domandai “lei chi è?” 
“Io sono me stessa, dottore caro, come presto avrai modo di scoprire.
E tu, tu chi credi di essere?”

Se siete di quelle persone che amano l’autunno, le giornate che si accorciano, le foglie che si colorano di tinte rosso-arancione e i pomeriggi passati a leggere un buon libro accompagnato da una tazza di tè, se siete, insomma, come me, allora mettetevi comodi, perché oggi parliamo di lei, Shirley Jackson , regina
dell’inquietudine e del grottesco, padrona di casa di dimore infestate e castelli abbandonati (o quasi) e, diciamola tutta, una penna di quelle che si prendono il proprio giusto spazio nella storia della
letteratura.
Conosciuta per essere “la principale ispiratrice” di Stephen King, Shirley Jackson padroneggia l’horror, il suo horror, come una chef stellata farebbe con i suoi ingredienti in cucina. Le parole si imprimono nette una dopo l’altra sulla pagina e non c’è verso di immaginarsele in combinazioni diverse da quelle in
cui le troviamo: giuste, precise, esatte, prive di sbavature, a comporre frasi che sembrano frutto di atti di magia. La casa infestata de “L’incubo di Hill House” si erge maestosa e terribile in tutti i suoi
particolari, così come la dimora delle due sorelle di “Abbiamo sempre vissuto nel castello”. E sono case che si animano, respirano, scricchiolano, sospirano, come se ad aprirci la porta fosse l’autrice stessa,
catapultandoci con eleganza e raffinatezza dritti in mezzo ai protagonisti.
Ed è lì che arriva il meglio, perché Shirley le cose, quando le fa, le fa per bene e non si lascia sfuggire la possibilità di giocare con la psiche dei personaggi.
“Lizzie” ne è un meraviglioso esempio.
Il romanzo, infatti, racconta le tormentate vicende di una giovane ventiquattrenne affetta da quello che oggi potremmo chiamare disturbo dissociativo della personalità e lo fa nel 1954, anno della sua prima pubblicazione, in un periodo in cui questa e altre malattie erano a dir poco a malapena studiate o conosciute.
Lizzie, o Elizabeth Richmond, è una giovane donna apparentemente priva di caratteristiche particolari.
La sua vita procede, solitaria e anonima, tra le mura del museo dove lavora e quelle della casa della zia Morgen, fino a quando, tra strani mal di testa e dolori alla schiena, sopraggiungono i primi eventi inquietanti, come lettere anonime e brevissimi attimi in cui Elizabeth sembra trasformarsi in qualcun altro o in qualcos’altro.
Le sedute di ipnosi che ne seguono, guidate dal dottor Wright, se inizialmente sembrano dare sollievo e pace alla protagonista, si scoprono presto un portale aperto per tutte le sue diverse personalità ed è così che, tra Lizzie, Beth, Betzy e Bess, Elizabeth sembra perdere consistenza e scomparire, in un crescendo di voci, pensieri, azioni uguali e contrarie, in cui tutte le sue diverse facce tentano di farsi spazio ed emergere, soffocando le altre, fino a creare un vortice talmente carico da arrivare al punto di esplodere.
Shirley Jackson ne inventò davvero di ogni per spaventare i suoi lettori e, se ci riuscì in vita, possiamo affermare con tutta tranquillità che continua a riuscirci ancora oggi, ispirando film, serie tv e sì, anche
Stephen King.
Se il 31 ottobre non avete piani e volete passare un pomeriggio in pieno spirito autunnale e spaventoso, provate a immergervi nelle pagine di Shirley Jackson e state certi che la sua presenza non vi lascerà più.

Sull’autrice

Nata a San Francisco, nel 1916, e morta a Bennington nel 1965, Shirley Jackson è stata una scrittrice e giornalista statunitense conosciuta per numerosi racconti brevi e romanzi considerati tra le più celebri storie di fantasmi del ventesimo secolo.
Figlia di una famiglia conservatrice, visse una vita in costante ribellione: diventando scrittrice, sposando un intellettuale ebreo contro il quale la madre si era aspramente opposta e trasformando la propria casa
in un ritrovo per amici e intellettuali.
Alcune delle protagoniste principali dei suoi racconti, molto spesso popolati da donne, sono inoltre un chiaro dipinto della situazione sociale di molte donne degli anni cinquanta: isolate perché incapaci di
relazionarsi col mondo, considerate malate, ansiose, strane.
Molto più, insomma, che semplici storie di fantasmi.

Irene Serra

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