PERCHE’ RESTARE INSIEME? I MOTIVI PER CUI LA DONNA RIMANERE NELLA RELAZIONE VIOLENTA

Violenza fisica, sessuale, psicologica ed economica sono le forme di violenza che chi si trova in una relazione abusante vive.

Ma perché non si riesce ad abbandonare una relazione abusante? Varie sono le motivazioni.

Tra queste ritroviamo il fattore economico, il quale rende la donna non totalmente autonoma, soprattutto in caso in cui ci sono figli (la donna da sola non riesce a mantenerli ), oppure ha paura della reazione del partner, soprattutto se ci sono state minacce in precedenza. Anche in questo caso, la presenza di figli mette la donna in una condizione di difficoltà nel fare questa scelta. Altre motivazioni sono dovute al modo in cui la donna si vede: crede che, senza il partner, non vale nulla. Ha bisogno di lui per sentirsi ‘viva’ ed amata e ha bisogno di rimanere nella relazione in quanto, il suo compito, è quello di salvare l’abusante dalla sua sofferenza. Evidente è il fatto che si viene a instaurare un legame tra due partner dipendenti affettivamente, dando vita ad una relazione la quale prende il nome di co-dipendenza.

Altro fattore dominante, con causa psicologica, nella donna vittima di violenza è la bassa autostima; questa crea in lei dei forti sensi di colpa che la portano a pensare che se l’uomo l’ha offesa o, addirittura, ha abusato di lei, è perché se lo è meritato. È lei ad aver detto o fatto qualcosa di sbagliato tanto da far scaturire in lui una forte rabbia.

Ma da cosa nasce tutto questo? Qual è la causa di questo senso di inferiorità?

La risposta è che dipende dal tipo di attaccamento che si è instaurato durante l’infanzia con i cargiver di riferimento. Come l’accoglienza delle emozioni incide sulla modalità di gestione della rabbia nell’uomo violento, lo stesso accade anche sulla donna, incidendo sulla svalutazione verso di sé. Questo significa che, durante l’infanzia, la bambina è cresciuta in una famiglia svalutante in cui veniva criticata e rimproverata costantemente, senza mai essere gratificata per i suoi successi, anche se piccoli. I cargiver primari non hanno fatto altro che proiettare sulle loro figlie e figli il loro stato di frustrazione. La donna, in questo modo, non ha avuto la possibilità, da piccola, di vedersi in positivo e di godersi ed apprezzare le attività che sta portando avanti. Si parla, in questo caso, di un attaccamento in cui si presenta uno stile genitoriale autoritario.

Un’altra causa, legata sempre all’attaccamento che si è creato nella famiglia di origine, è la presenza di un sistema educativo iperprotettivo il quale porta, a causa di una forte protezione (come dice il termine), ad una forte insicurezza nella bambina/ nel bambino. Il non dare la possibilità di mettersi in gioco e di apprendere con tentativi ed errori, genera bassi livelli di autostima. Parlando di iper-protezione questo è un punto fondamentale poiché i bambini, che vivono sotto una campana di vetro, difficilmente si allontaneranno dal loro ‘porto sicuro’, andando alla scoperta del mondo. Quindi, l’eccessiva protezione nei confronti dei figli soffoca, come già detto, i comportamenti esploratori, conseguenza del fatto che, un comportamento eccessivamente apprensivo da parte del genitore, veicola un messaggio molto pericoloso.

Infine, quindi, la donna, continua a rimanere nella relazione abusante in quanto, nonostante sa che non merita quelli insulti e quelle botte, non presenta dei modelli operativi interni (MOI) abbastanza forti; questo significa che non ci sono degli elementi cognitivi per mettere in atto il comportamento di fuga/abbandono, insieme ad un’ assenza di strumenti utili per poter riconoscere una relazione tossica.

Fondamentale è partire da un’educazione affettiva ed emotiva. È importante che i futuri o nuovi genitori imparino il modo per ascoltare ed accogliere le emozioni delle loro figlie e dei loro figli, apprezzando i successi che ottengono e facendo sentire loro amati ed incoraggiati.

Alessandra Quarto

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