Caterina, detta La Grande: una zarina illuminata

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“Non esistono limiti, e questa è la mia grandezza.”

Una donna che ha saputo rendere la Russia del suo tempo lo Stato più potente dell’Europa Orientale.
Una donna che ha saputo portare arti e cultura in un paese ancora arretrato.
Una donna che ha saputo infiammare gli animi degli uomini con il suo coraggio e i cuori delle donne con la sua libertà.
Questo è stata Caterina II di Russia, detta La Grande. Da fanciulla, aveva sempre immaginato e sperato che ci sarebbe stato un grande amore nella sua vita. Credeva che lo avrebbe trovato tra le braccia dello zar; invece, lo trovò nella Russia.

Nata principessa Sofia Augusta Federica Amalia di Anhalt-Zerbst (1729 – 1796), teoricamente sarebbe stata condannata ad un’esistenza alquanto scialba in una piccola provincia del Baltico; invece, il fato aveva in serbo per lei ben altri progetti, che l’avrebbero fatta diventare una delle zarine più celebri della storia.
Fu proprio la grande imperatrice Elisabetta, figlia di Pietro Il Grande, a sceglierla come sposa per il nipote Pietro, erede al trono e futuro Pietro III di Russia, allo scopo di creare una fruttuosa alleanza con la Prussia per fare fronte comune contro l’Austria. Fu quindi un’unione puramente politica, non d’amore, che avrebbe poi caratterizzato anche il matrimonio della coppia. Sulla base delle sue memorie, Sofia aveva già incontrato Pietro all’età di dieci anni, trovandolo insopportabile. Appena adolescente, fu spedita in Russia, dove dimostrò un carattere forte e tenace: ben consapevole di doversi far benvolere dalla corte e dalla zarina, imparò il russo in brevissimo tempo e si convertì al cristianesimo ortodosso, facendosi battezzare con il nome con cui poi sarebbe diventata famosa, Caterina.
Tuttavia, il matrimonio si rivelò una delusione: Pietro non possedeva la stessa tempra dei suoi predecessori, era alcolizzato e violento nei confronti di Caterina, che maltrattava spesso anche in pubblico. Così, la giovane principessa si ritrovò a essere una prigioniera nel suo stesso palazzo. Limitata nei movimenti, sorvegliata a vista e intrappolata in una relazione senza amore, si dedicava alla lettura dei grandi filosofi del suo tempo, tra cui Voltaire, Diderot e Montesquieu, soffrendo per via della apparentemente triste sorte coniugale che le era capitata.
Alla morte dell’imperatrice Elisabetta nel 1762, divenne immediatamente chiaro che il nuovo zar Pietro III, “quel bambino in un corpo d’uomo” – come lo definiva Caterina stessa – non aveva le competenze e la forza necessarie per dirigere un vasto impero. Preferiva piuttosto isolarsi nei suoi appartamenti a giocare con i soldatini di piombo o trascorrere le sue giornate a caccia.
Non rimase a lungo sul trono: Caterina iniziò a tramare per detronizzarlo e, spalleggiata da buona parte della corte russa, organizzò un colpo di stato per prendergli il potere. Con l’esercito dalla sua, entrò trionfalmente a San Pietroburgo e nessuno osò contestare le motivazioni della rivolta. La nuova zarina fu accolta con grida di gioia e, con una cerimonia breve e improvvisata, gli ecclesiastici benedirono sia lei che il figlio Paolo, determinando così la continuità della monarchia Romanov, poi fu lo stesso arcivescovo a salutarla come “imperatrice”.
Quel momento trionfale sarebbe rimasto impresso per sempre nell’immaginario collettivo: dopo l’incoronazione, le leggende narrano che Caterina montò sul suo cavallo con i capelli al vento e l’uniforme militare, si cinse il capo con una corona d’alloro e partì a caccia del marito per costringerlo a firmare l’atto di abdicazione. Lo zar non si oppose nemmeno, anzi le chiese soltanto di potersi ritirare in campagna con il suo violino preferito. Un mese dopo, Pietro III morì in circostanze misteriose; furono in molti a sostenere che non si trattò di una morte accidentale, come era stato fatto credere alla popolazione, bensì di un omicidio premeditato da Caterina stessa e attuato da uno dei suoi complici.

Finalmente libera dalle oppressioni del marito, Caterina poté esercitare appieno il suo potere. In quanto non diretta discendente dei Romanov, alcuni statisti criticarono la sua ascesa al trono di Russia e, attorno al 1770, iniziarono a cospirare per trasferire la sua corona al figlio Paolo, più favorevole a una monarchia costituzionale che assoluta, ma il colpò di stato fallì e l’imperatrice regnò sino alla sua morte.
Nonostante rappresenti uno dei capisaldi dell’assolutismo illuminato, Caterina si impegnò moltissimo nell’amministrazione del suo vasto e variegato impero, sempre costantemente sull’orlo di una rivolta. Si svegliava all’alba e trascorreva le giornate immersa nel suo studio, a lavorare a quelle riforme che ben presto avrebbero trasformato la Russia in una nazione forte e coesa. Grazie alla sua formazione illuminista, trasferì tutto il suo sapere nel suo modo di governare e scrisse il Nakaz – noto come le Istruzioni -, ossia il suo editto più famoso per riformare le leggi russe, che divenne il modello di governo per tutti i sovrani illuministi. I suoi contemporanei Diderot e Voltaire, ammirati dalla sua intelligenza e maestria e con la quale intrattenevano una fitta corrispondenza, la esaltavano nei circoli illuminati di Parigi.
Per Caterina l’educazione e la cultura rappresentavano i pilastri fondamentali del suo metodo di governo; era fermamente convinta che fosse possibile creare una “nuova società” e far emergere il popolo russo dalla sua arretratezza, così si interessò ai progressi della scienza, facendo ricostruire l’Accademia delle Scienze. Era una donna di vedute molto aperte, tanto che, in mancanza di volontari, si offrì per la sottoposizione al primo vaccino contro il vaiolo.
Riuscì a combinare perfettamente le sue idee progressiste con il rispetto delle tradizioni russe e usò l’astuzia per riformare e modernizzare senza alcun contrasto. Alcuni tra i suoi editti più famosi abolirono la tortura durante gli interrogatori di polizia – molto probabilmente fu ispirata dalle idee di Cesare Beccaria – e migliorarono le condizioni della servitù della gleba, pur senza eliminarla completamente. Promosse la circolazione di riviste letterarie e istituì l’Accademia Russa, ordinando la realizzazione della prima grammatica di lingua russa. Il suo impegno si rivolse con particolare attenzione alle donne, a cui all’epoca non era concesso studiare, così l’imperatrice fondò l’Istituto Smol’nyi, la prima scuola femminile a cui avrebbero potuto accedere tutte le fanciulle aristocratiche e, in seguito, anche quelle borghesi, aprendo quindi la strada all’educazione scolastica della donna. Non a caso, appena pochi anni dopo, anche le prime femministe, capeggiate da Mary Wollstonecraft, sostennero i suoi medesimi principi.
Caterina divenne anche una mecenate incredibile: affascinata dal collezionismo di opere d’arte, durante il suo regno acquisì una gran quantità di dipinti e sculture, che avrebbero poi dato vita alla collezione del museo dell’Ermitage, considerato oggi uno dei più importanti musei di arte europea di tutto il mondo. Accanto al Palazzo d’Inverno, la zarina si fece costruire il “Petit Ermitage”, un piccolo rifugio per sfuggire al trambusto della corte, in cui si appartava volentieri per circondarsi di arte.

Eppure, nonostante tutti i benefici e la cultura che apportò nel popolo russo, ciò non riuscì a impedire che su di lei si creassero storie malvagie, facendola apparire solamente come una divoratrice di uomini per le sue relazioni “clandestine” e un’assassina per i sospetti sul suo coinvolgimento nella morte dello zar. Furono i commenti malevoli e alcune satire dei suoi contemporanei ad alimentare tali pregiudizi nei suoi confronti, rendendola famosa solo per i suoi eccessi e la ricerca morbosa del piacere.
La “Semiramide del Nord”, la “Minerva Russa”, “un’ipocrita con gonna e corona” o ancora la “più grande fra le regine e le prostitute” furono solo alcuni dei commenti che circolavano sul suo conto, fomentati poi anche nel corso dei due secoli successivi dalla propaganda sovietica. Durante il periodo della Seconda Guerra Mondiale, pare che fosse stata scoperta la sua “stanza dei piaceri”, confermata anche dalla voce che la sua morte non fosse stata causata da un’emorragia celebrale, ma dal suo rapporto sessuale con un cavallo.
Tutto ciò contribuiva a creare la leggenda nera attorno a lei, eppure, da un punto di vista oggettivo, la zarina non si comportava tanto diversamente rispetto ai suoi contemporanei maschili. Il vero scandalo proveniva dalla sua libertà nell’amare chi desiderava, cosa assolutamente impensabile per qualsiasi donna dell’epoca.
Caterina ebbe diversi amori nel corso della sua vita e non tentò mai di nascondere la loro esistenza, anzi li esibiva a corte senza timore delle chiacchiere e li ricompensava generosamente alla fine della relazione. I due più importanti furono Grigorij Orlov e Grigorij Potëmkin, con i quali arrivò a convivere in una condizione molto simile al matrimonio.
Eppure, non si risposò mai. Pertanto, ciò che la zarina ricercava non era altro che un compagno che le offrisse il supporto, l’equilibrio e la compagnia necessari a reggere il peso della sua prestigiosa e altissima carica, come – diremmo oggi – potrebbe fare una qualsiasi donna moderna di grande potere. Certamente godeva appieno del sesso, ma non nascondeva i suoi favoriti né viveva nella clandestinità: si poteva dire lo stesso degli altri uomini della sua epoca che ricoprivano ruoli analoghi?

Caterina II fu l’ultima donna a sedere sul trono di Russia. Governò per trentaquattro anni un paese vasto e mutilato, commettendo anche alcuni errori ma impegnandosi sempre per la sua modernizzazione. Dopo la sua morte improvvisa, avvenuta nel novembre 1796, le succedette il figlio Paolo, il quale provò a cancellarne le impronte, tuttavia la sua eredità rimase inviolata. Né Paolo, né i bolscevichi, né tutti coloro che cercarono di privarla del prestigio e del rispetto che meritava riuscirono mai ad eliminare dalla storia il talento di questa zarina illuminata, che rese grande la Russia. Grande quanto lei.

Beatrice Gioia

violedimarzo

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