Il problema senza nome da ‘La donna gelata’ a ‘King Kong Theory’, parte 1: maternità e critica sociale

Quando Simone de Beauvoir scrisse ‘Il secondo sesso’, un critico americano commentò che ovviamente ‘non aveva la più vaga idea di cosa fosse davvero la vita’, e che comunque parlava delle francesi. In America il ‘problema della donna’ non esisteva più.

Lo riporta Betty Friedan (1921 – 2006) nel suo La mistica della femminilità (1963), celeberrimo saggio in cui la scrittrice e attivista femminista americana mette in discussione la promulgazione, dalla fine degli anni ’40, del prototipo della moglie-casalinga-madre come ideale – prototipo, e condizione unica e necessaria, che ogni donna dovrebbe raggiungere per poter realizzare a pieno la propria femminilità. Promulgazione, perché quest’ideale femminile viene diffuso, soprattutto fra le donne più giovani, come una vera e propria ideologia da assecondare; condizione unica e necessaria, perché senza metterla in pratica non vi è speranza di poter arrivare ad incarnare la ‘vera’ femminilità.

Friedan, che prende in oggetto le donne americane degli anni ’50 in particolare, descrive nel suo saggio quella sensazione di insoddisfazione, di scontento e inappagamento difficile da esprimere che accomuna queste donne dopo il matrimonio e la creazione di una famiglia, traguardi raggiunti a scapito di una realizzazione personale: la maggior parte, infatti, ha dovuto rinunciare agli studi o alla carriera, e a questo proposito Friedan espone i dati che testimoniano come, statisticamente, le donne si sposassero sempre più giovani e come la partecipazione accademica femminile fosse drasticamente diminuita nel corso degli anni ’50.

Questo problema senza nome, quindi, riguarda tutte quelle donne che, in nome del perseguimento di un modello esemplare delineato dalla società del tempo, sacrificano le proprie aspirazioni individuali: Annie Ernaux (1940), scrittrice francese, lo descrive benissimo ne La donna gelata (1981).

La donna gelata

Nel romanzo, scritto nello stile di un flusso libero di coscienza, senza capitoli, e tratto dalla propria vita (sebbene l’autrice ne avesse rifiutato l’attribuzione al genere autobiografico, ai tempi della pubblicazione), Ernaux narra la vita di una donna, dall’infanzia all’età adulta, il cui nome non è mai menzionato e la cui esperienza individuale assurge ad esperienza collettiva femminile. Tratta di una donna in particolare, ma potrebbe essere una qualsiasi donna, che si scontra con una formazione a tratti anelata e a tratti ripugnata: quella destinata a educare ragazze perbene, a plasmare le future mogli e madri eccellenti, ad aiutare le giovani donne a realizzare la propria femminilità, sedute e composte, senza alzare la voce, curando attentamente il proprio aspetto, crescendo consapevoli che il vero significato della vita di una donna è quello di sposarsi e mettere su famiglia.

La famiglia da cui proviene la protagonista è ben lontana dalle convenzioni del tempo: nessuna fra le donne della sua infanzia assomiglia a quelle che si vedono sulle riviste femminili più in voga, neanche sua madre, che è quella che si occupa delle questioni amministrative della drogheria di famiglia e quella che la invoglia a studiare e mantenere viva l’immaginazione, mentre suo padre, un uomo pacato e alla mano, si occupa della casa e del giardino. Lei non percepisce niente di strano in una coppia di genitori che si dividono i compiti, ma più in là è costretta a urtarsi con una società che li considera atipici, dei fenomeni da baraccone, e improvvisamente la polvere sul battiscopa, che non l’aveva mai neanche lontanamente disturbata, diventa manifestazione di una madre che non assolve ai propri doveri.

Di primo acchito, è così che entra la maternità ne La donna gelata: una madre venerata che la inizia alla sua passione più grande, la letteratura, che la incoraggia a occuparsi della cosa più importante, gli studi, e a trascurare tutto il resto; una madre che le mostra ‘la magnificenza della condizione femminile’, perché come può essere il contrario, quando è la personificazione dell’intelligenza, della determinazione, della curiosità, del coraggio. Crescendo, le cose cambiano.

Una sola certezza: il periodo Brigitte è stato fatale per mia madre, la sua immagina gloriosa ne è uscita parecchio ammaccata. La partita si è giocata su una serie di inezie, di mobili impolverati, letti sfatti, girovita. Introdotta nella mia intimità famigliare, Brigitte mi mette sotto gli occhi ciò che fino ad allora avevo intuito senza dargli troppo peso. No, mia madre in cucina non è brava, non fa nemmeno la maionese, le faccende domestiche non le interessano, e non è “femminile”.

Da adolescente, Brigitte è l’amica che incarna i precetti della femminilità, quella con cui si confronta e con cui parla di ragazzi e sessualità. La famiglia di Brigitte rientra nell’ordinario, e la differenza è impossibile da ignorare. L’ammirazione nei confronti della madre inizia a crollare nel momento in cui i ruoli da interpretare iniziano a delinearsi nella mente della protagonista: la madre deve cucinare, lavare, stirare, allevare i figli, prendersi cura della casa; il padre uscire, andare al lavoro e rincasare per la cena. Ma c’è altro, ed esce allo scoperto fra i banchi di scuola.

“La mamma, per vostra informazione, è il più bel mestiere del mondo!”. Nessuna ha battuto ciglio. Contadina, dottoressa, commerciante, avevamo addirittura un’aspirante suora: niente, tutto spazzato via in un lampo. […] Sapeva il fatto suo, la Sylvestre di Lisieux, due verità in un colpo solo: che ero cresciuta in drogheria e in drogheria sarei rimasta, e che non si poteva aspirare a miglior destino che spingere un passeggino, coccolare marmocchi. “Tu non ci pensare, fa’ il tuo dovere.” Il discorso materno rimette ogni cosa al suo posto. Coercitiva, certo, ma rassicurante. Eppure deve aver lasciato delle tracce, questo costante indottrinamento ascoltato per dodici anni, che esalta il dono di sé e il sacrificio. Il corpo è sporco, l’intelligenza un peccato. […] il peggio erano le vite dei santi, e delle sante in particolare […] Ognuna di loro ha sacrificato la propria vita, e non c’è niente di più gradito a Dio, bambine mie.

La madre è anche quella che reprime la sessualità, quella che esalta il duro lavoro a scapito dei piaceri della vita verso cui si inizia a provare curiosità, e questo genera inevitabilmente conflitto. Così come generano conflitto la presa di coscienza della differenza della madre rispetto allo “standard” e il timore di non avere altra possibilità se non seguire le sue orme, portando avanti l’attività di cui è a capo. Nel resto delle sue opere, Ernaux mostra il risentimento verso le sue origini proletarie, e qui sembra iniziare a germogliare nel momento in cui classismo e cattolicesimo si fondono nell’educazione per ribadire che l’unico possibile destino è la stessa insipida esistenza riservata a tutte le donne: nessuna realizzazione professionale e madre, irrimediabilmente.

A nessuno importa se un uomo è religioso o no, mentre noi ragazze siamo su questa terra per salvare il mondo con le nostre preghiere e la nostra condotta esemplare.

Il paragone col genere maschile è impossibile da evitare. Ed è impossibile da evitare tutta la confusione, il turbamento, lo sconcerto di fronte a queste verità ineluttabili che vengono fuori e che non hanno senso, e alle quali sembra che per forza di cose una donna debba adattarsi. E, diversi anni più tardi, quando anche lei è entrata nel “quadro” – marito, figli, casa pulita e ordinata – il problema senza nome è irruente, costantemente presente, e non vi è bisogno di dargli un nome: c’è forte consapevolezza che la vita domestica non è abbastanza, assolvendo a tutte le mansioni da sola la stanchezza è persistente, e la frustrazione predomina mentre si presta a ricoprire il ruolo.

Il sacrificio di sé sembra imprescindibile nella maternità. Il problema senza nome nasce proprio perché le donne, diventate mogli e madri, devono rinunciare a tutto il resto e mettere in primo piano le necessità del marito e dei figli, nonostante la fatica e la frustrazione tanto fisiche quanto mentali; così come i corpi delle sante studiate in classe erano a disposizione di Dio, e come tali esse si prostravano con gratitudine e fiducia al martirio fisico. Sia le madri che le sante devono sacrificarsi, le une per poter realizzare la propria femminilità e vivere, secondo i precetti del tempo, nell’unico modo veramente soddisfacente per una donna; le altre per conservare la grazia di Dio e portare avanti la sua missione.

Femminilità e maternità

Virginie Despentes, scrittrice e regista francese, scrive nel suo saggio King Kong Theory (2006):

Quando l’inconscio collettivo, attraverso quegli strumenti di potere che sono i media e l’industria dell’intrattenimento, attribuisce un valore eccessivo alla maternità, non lo fa né per amore del femminile, né per una generica benevolenza. Investire la madre di tutte le virtù significa preparare il corpo collettivo alla regressione fascista. Il potere concesso da uno stato malato è necessariamente sospetto.

La femminilità e la maternità, il sacrificio di sé, nella società di Ernaux così come in quella di Despentes, sono esaltati al punto da essere lo stile di vita prescelto a cui ogni donna dovrebbe ambire. Ma per quale motivo? A chi porta vantaggio?

La femminilità è una costruzione a cui le donne devono adeguarsi per poter essere socialmente riconosciute come tali, prima ancora della maternità. È necessario che le donne arrivino a desiderare di essere ‘femminili’ e di diventare madri, con una quantomai subdola minaccia che coloro che non arrivino mai a volerlo, o che per qualsiasi motivo non lo diventino, verranno considerate fuori dalla norma.

Despentes sostiene che celebrare la maternità come il miglior destino possibile ed esperienza necessaria per ogni donna ha uno scopo ben preciso nella nostra società.

La figura della madre viene investita di un’autorità senza precedenti: la madre è colei che sa come accudire il proprio bambino, lei e solo lei sa di che cosa ha bisogno, nessun altro, nemmeno il padre, che è completamente esentato dalla cura dei figli. La deferenza verso quest’autorità, dice Despentes, si traduce sul piano sociale nella deferenza agli organi che lo stato ha creato per ‘gestire’ i cittadini: polizia, esercito.

Questi organi vengono investiti dello stesso potere che viene attribuito alla madre. Secondo la scrittrice, quindi, magnificare la maternità maschera un disegno di controllo volto a mantenere i cittadini in uno stato di infantilizzazione perenne, così che lo stato e solo lo stato possa dettare al cittadino quello di cui ha veramente bisogno e quello di cui non ha bisogno, mantenendolo al suo servizio.

[…] i corpi delle donne appartengono agli uomini esclusivamente come contropartita del fatto che i corpi degli uomini appartengono alla produzione, in tempo di pace, e allo Stato, in tempo di guerra. La confisca del corpo delle donne avviene di pari passo con la confisca del corpo degli uomini.

Il sacrificio di sé è decantato alle donne come segno di nobiltà e femminilità, ed è decantato agli uomini come segno di responsabilità e virilità. Il mantenimento del maschile e del femminile conviene allo stato per far sì che la produzione non si fermi: le donne continueranno a diventare madri perché ‘essere madri è il più bel mestiere del mondo’ e partoriranno figli destinati a continuare la produzione o a difendere lo stato, mantenendo entrambi in scacco intimidendoli con la paura, tra le altre cose, dell’emarginazione sociale.

Se Ernaux si fa voce di come questo ‘indottrinamento’ porti all’insorgere del problema senza nome, irreparabilmente – tanto è vero che alla fine la protagonista non ha più la forza di ribellarsi e si adegua, decidendo di fare un secondo figlio dopo l’immane sforzo che aveva richiesto il primo e accontentandosi di una carriera che le fornisca più tempo per occuparsi della casa – Despentes spiega quale scopo ha questo indottrinamento sul piano sociale ed economico.

Uno Stato che si pone come madre onnipotente è uno stato fascistoide. Il cittadino di una dittatura torna allo stato neonatale: pulito, sfamato, tenuto in fasce da una forza onnipresente, che sa tutto, che può tutto, che su di lui ha ogni diritto, per il suo bene. […] In una società liberale di controllo, l’uomo è un consumatore come un altro, non è auspicabile che abbia molti più poteri della donna.

Lo stato e la produzione giocano un ruolo importante nel problema senza nome, nella concretizzazione della vita famigliare e della modernità. Quello a cui la protagonista del romanzo di Ernaux viene educata ad aspirare non è altro che la famiglia nucleare tradizionale con ruoli ben distinti e precisi che, come lei stessa testimonia, vengono delineati fin dall’infanzia. In Dalla parte delle bambine (1973), Elena Gianini Belotti ha riportato i risultati di continue osservazioni nelle scuole dell’infanzia e primarie dove ha constatato quanto vari l’educazione impartita in base al sesso, dai giocattoli al comportamento richiesto in classe ai precetti insegnati. Tutto questo è presente ne La donna gelata. Da adolescente, in particolare, inizia a rendersi conto di come le cose ‘dovrebbero essere’.
Una volta cresciuta, con una famiglia propria, i ruoli sono ormai stabiliti: lei si occupa di casa e figli, lui lavora. Nel frattempo, per completare il quadro, lo stipendio viene speso per mobili nuovi, cucina, lampade, aspirapolvere. E una casa nuova va mantenuta ancora più in ordine.

Credevo davvero che la nostra vocazione estetica ci purificasse dalla febbre del consumismo. […] Ora bisogna preservare la bellezza della nostra dimora. Proteggerne l’armonia. Non ho forse un aspirapolvere nuovo con un mucchio di aggeggi intercambiabili per catturare anche lo sporco più invisibile?

I ruoli di genere sono rafforzati dal consumismo. Il marito rimane un corpo a disposizione dello stato, passando la maggior parte del suo tempo lavorando, e il suo stipendio ritorna alla produzione dal momento in cui viene utilizzato per acquistare i prodotti di cui lo stato fa credere di aver bisogno. Prodotti di cui la moglie dovrà prendersi cura e che utilizzerà perché, in teoria, dovrebbero renderle i suoi doveri domestici più semplici, anche se così non è.

Da questo punto di vista, secondo Despentes, nessuno dei due gode di alcun vantaggio. Per questo, come sostiene nel suo saggio, gli uomini non dovrebbero trattare le rivendicazioni femministe come ‘uno sport da ricchi’, non dovrebbero considerare l’emancipazione femminile come qualcosa che va a loro danno, perché il vantaggio sociale e politico gli è concesso solo perché i loro corpi devono rimanere soggetti alle necessità dello stato e della produzione. La frustrazione o la sensazione di insofferenza tipica del problema senza nome descritto da Friedan si estende potenzialmente agli uomini, nel momento in cui gli viene richiesto di rispettare un ruolo ben preciso che non sempre corrisponde all’indole del singolo. Ed è interesse di questo tipo di stato far sì che i ruoli vengano rispettati – pena, ancora, l’esclusione, l’emarginazione sociale.

Capire i meccanismi responsabili della nostra condizione d’inferiorità, e il modo in cui siamo indotte a esserne le migliori garanti, significa capire i meccanismi di controllo di tutta la popolazione. Il capitalismo è una religione ugualitaria nella misura in cui ci sottomette tutti, e porta ciascuno a sentirsi in trappola, come lo sono tutte le donne.

Daniela Carrelli

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