L’interdipendenza tra parità di genere e sviluppo sostenibile

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Sentiamo spesso parlare di Agenda 2030: in questa serie di obiettivi di sviluppo sostenibile, l’Onu ha fissato al quinto posto il raggiungimento effettivo dell’uguaglianza di genere e l’emancipazione di tutte le donne e le ragazze. La disparità di genere a livello lavorativo e decisionale (dall’ambito familiare a quello politico-economico) costituisce infatti uno dei più grandi ostacoli nei confronti del raggiungimento di pari opportunità che a sua volta spiana la strada verso lo sviluppo, “condizione necessaria per un mondo prospero, sostenibile e in pace”.

Dal momento che il concetto di sostenibilità racchiude più sfaccettature, essa non dev’essere intesa solo come conservazione del capitale naturale o attenzione all’ecologia: contribuisce allo sviluppo, insieme alla sostenibilità economica, anche la sostenibilità sociale, che vede la parità di genere come elemento fondante.

L’impegno strategico verso l’equità prevede innanzitutto il superamento del divario nella partecipazione al mercato del lavoro tra uomini e donne, affinché sia raggiunta l’indipendenza economica femminile su vasta scala.

Il divario retributivo

Tra i principali obiettivi che colmino lo sbilanciamento spicca l’intento di eliminare la disparità salariale tra uomo e donna; il divario retributivo viene misurato dall’unadjusted gender pay gap, un indicatore corrispondente alla differenza fra le retribuzioni lorde orarie degli uomini e delle donne. Nel caso italiano lo scarto retributivo è particolarmente aggravato dall’ampio divario occupazionale e, allo stesso modo, appare ripida la scalata a posizioni dirigenziali, ancora appannaggio di uomini. Parallelamente, gli scatti di carriera sono spesso privilegio maschile viste le responsabilità afferenti alla cura della famiglia, riservate alle donne.

Gli stereotipi pesano in egual modo creando nel mondo del lavoro delle barriere all’entrata. Nonostante i notevoli progressi nell’acquisizione di una migliore istruzione e formazione, l’ingresso, strettamente correlato al livello educativo, appare ancora precluso a molte donne.

Un’ulteriore disparità è riscontrabile anche nelle pensioni. Si stima infatti che le donne percepiscano in media una pensione inferiore a quella maschile per un gender pension gap di 26 punti percentuali. Ad alimentare il divario pensionistico di genere concorrono una minore quantità di contributi versati e carriere tendenzialmente discontinue.

Il circolo vizioso

L’autodeterminazione femminile sarà quindi tangibile una volta superato il disallineamento salariale, punta di un iceberg di discrepanze. Le fallacie si riscontrano a partire dal nido familiare, che tende ad imporre alla sola donna la cura della casa e dei figli; imposizioni che poi alimentano un reticolo sociale costituito da preconcetti. Un reticolo che finisce per concretizzarsi e soffocare donne che arrivano a trovarsi escluse come conseguenza delle loro scelte. Si crea un circolo vizioso in cui la donna si trova incastrata tra convinzioni ideologiche sui ruoli che le spetterebbero e tra aspettative che la subcultura le impone.

La way out plausibile per l’autodeterminazione femminile si concretizza in una commistione di promozione verso l’emancipazione in tutti gli ambiti, a partire da quello lavorativo, insieme alla necessità imprescindibile di educazione secondaria, spesso negata specialmente nei paesi in via di sviluppo. In questo modo si aprirà la via per una crescita economica omogenea e, parallelamente, i benefici ad ampia portata alimenteranno un’economia sostenibile ed equa.

Il primo passo, oltre a quello di vincere le resistenze sociali, è quello di accogliere l’idealtipo di donna come attore attivo del cambiamento e non meramente beneficiario di qualcosa che le viene concesso.

Annalisa Frullini

Annalisa Frullini

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