Essere femmina

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Femmina come la terra
Femmina come la guerra
Femmina come la pace
Femmina come la croce
Femmina come la voce
Femmina come sai
Femmina come puoi
Femmina come la sorte
Femmina come la morte
Femmina come la vita
Femmina come l’entrata
Femmina come l’uscita
Femmina come le carte
Femmina come sai Femmina come puoi.
(Ligabue – Il giorno dei giorni)

Seguo il lavoro di Enrica da diversi anni. L’ho “incrociata” sui social, in un gruppo che si occupava di beauty e skincare, e ho iniziato a leggere il suo blog.
Il tempo è passato, e il mondo attorno a noi è cambiato radicalmente, ad una velocità incredibile.
Il tema dei diritti delle donne è diventato sempre più centrale, e la nostra voce sempre più alta, più arrabbiata. Sono cambiate (e aumentate) le etichette, si sono moltiplicati i contenitori, e chiaramente anche le forze “avversarie”, quelle che non vogliono rassegnarsi al cambiamento e sprecano le loro energie per fermarlo sono diventate più massicce, più violente.

Io ho una fortissima componente dell’archetipo di Artemide (fiera, ostinata e combattente) dentro di me, quindi fatico tantissimo a comprendere chi invece come Enrica è tanto, ma tanto Afrodite (sensualità, amore, creatività).

E soprattutto non comprendevo (in realtà non lo comprendo appieno nemmeno ora e mai sarà possibile) come ci si potesse sentire in un corpo “sbagliato”, che non ti appartiene nonostante sia quello del genere “dominante” e con la strada spianata.

Perché scegliere di passare dalla parte incasinata?

L’ho anche incontrata, Enrica. Ho fatto con lei una seduta di armocromia in un piccolo appartamento a Milano durante un suo viaggio di lavoro. Avevo il suo libro in borsa, ma il mio senso di inadeguatezza mi ha impedito di tirarlo fuori e chiederle di scriverci sopra qualcosa, anche solo un “ciao” con la faccina che ride.

Perché in quell’appartamento era chiarissimo chi fosse in pace con la sua femminilità ed il suo corpo e chi no.
E spoiler, non ero io.

No, non ero io che mi muovo goffamente nel mio corpo martoriato dalla violenza di una società che mi vuole magra e tonica e con le tette grosse. Un corpo modificato dalla chirurgia estetica e bariatrica, che però si ostina a non voler assumere la forma canonica.

E no, non ero io che litigo costantemente con l’idea di femminilità che ho respirato fin da bambina e che non mi appartiene, mi soffoca e mi gonfia.

Era Enrica. Oddea, lo è tuttora.

Quell’ora di seduta di armocromia, mentre mi metteva i drappi sotto il viso e mi chiedeva se vedevo le differenze (con me che non vedevo nessuna differenza, ma non avevo il coraggio di dirlo) è stata un’epifania a più livelli.

Innanzitutto ho compreso che non ha “scelto” di passare dalla parte incasinata. Lei è “femmina”, e uso volutamente questo termine con accezione poetica, nel suo significato più alto.

Femmina come Afrodite, come la crema doposole che ti metti dopo una giornata al mare e improvvisamente la pelle non brucia più.
O come l’acqua ossigenata su una ferita, che brucia come il fuoco ma poi sei al sicuro, purificata. E stai bene.
Ho letto anche il suo libro, quello che avevo in borsa.
In una notte. E ho pianto, ho riso e ho iniziato a fare pace con la mia Afrodite.

L’ho vista, al faro di Finisterre, alla fine del mondo, con il vento tra i capelli. Mi ha sorriso e mi ha detto: “Allora, che fai, non vieni a prendermi?”

“Femmina” non è una categoria anagrafica, ma una parte di noi, della nostra anima.
E sai qual è la parte migliore, ciò che mi ha insegnato in maniera gentile ma potente Enrica?
Essere femmine significa essere quello che vuoi.
Ciò che vuoi tu. Non il resto del mondo. Io ho deciso di esserlo. E tu?

Michela Papagno

violedimarzo

violedimarzo

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