Essere donna in Corea del Nord: la vita sotto il regime Kim

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Foto di Eric Lafforgue

Si avvicina timorosamente al microfono, poi sussulta. Il volto è smarrito, contratto. Come di chi porta sulle spalle un peso superiore alle proprie capacità e non può cambiare le cose, perché ormai ha già visto tutto, ha già vissuto tutto. E non rimane che raccontarlo.

La Corea del Nord è un posto indescrivibile. Laggiù è come vivere sempre al buio, ci sono spie ovunque e persino i pensieri sono vietati. Volevamo solo vivere da umani.

È il 2014. Siamo al Summit di One Young World a Dublino e la giovane donna che sta parlando si chiama Yeonmi Park. Ha appena vent’anni. La sua storia, equiparabile a migliaia di altre, tutte diverse e così dolorosamente uguali, è uno squarcio in una realtà di cartapesta, rimasta intatta, fino a quel momento, nella breve compostezza del non sapere. Inizia e finisce così il suo discorso, con un respiro strozzato nella gola, nella brutalità di ciò che è avvenuto e continua ad avvenire lontano dai nostri occhi, ma sotto un cielo che però è lo stesso. E ora ci impone di rimanere in ascolto.

Yeonmi Park

La sua è la storia unica ma universale di chi vive imprigionato tra i confini dello stato-ermetico per eccellenza, la Corea del Nord e di come, nello snodarsi ordinario della propria esistenza, a seconda delle coordinate geografiche a cui si appartiene, ci si possa ritrovare improvvisamente davanti ad una scelta già presa perché d’obbligo, quella di fuggire, perché a volte è solo dietro alla fuga che si cela l’unica possibilità di salvezza umana. Yeonmi racconta, così, in una parentesi atemporale scandita dai rintocchi di un presente irredimibile, di un’infanzia vissuta in Corea del Nord nel buio esistenziale imposto dal regime dittatoriale della famiglia Kim, tra donne giustiziate solo per aver visto un film americano, la totale assenza di libertà, le torture e le violenze perpetrate così a lungo da diventare consuetudine. Poi la fuga, a quattordici anni, l’attraversamento del confine con la Cina, faccia a faccia con i trafficanti di esseri umani, in una estenuante ricerca di vita lontana dall’oppressione.

Quando avevo 9 anni, vidi la madre della mia migliore amica essere giustiziata in pubblico. Il suo crimine? Vedere un film di Hollywood.

A 4 anni, mia madre mi disse che non dovevo neppure sussurare, perchè non c’era un posto dove i topi e le api non potessero sentirmi. Lo ammetto, credevo che il dittatore potesse leggere la mia mente, entrare nella mia testa.

La Corea del Nord è l’unico Paese del mondo che ha giustiziato persone per aver fatto chiamate internazionali non autorizzate.

La ferocia di ciò che le sue parole descrivono genera un solco nel precario equilibrio comune, svelando ciò che avviene quotidianamente e sistematicamente nel Paese asiatico governato da Kim Jong-un, in carica dal 18 dicembre 2011, ultimo erede della famiglia di dittatori Kim che governa dal 1948 in un clima di terrore, violazione dei diritti umani e culto della personalità. Perché la Corea del Nord questo era settant’anni fa e questo continua ad essere ancora oggi: un popolo messo in ginocchio da chi dovrebbe rappresentarlo, ridotto a strumento del proprio regime, costretto a vivere laddove la libertà di parola, di stampa e di accesso all’informazione sono mera utopia, dove televisioni e radio sono predisposte a ricevere esclusivamente il canale propagandistico del governo, i campi di lavoro e prigionia sono la prassi, dove sono diffuse esecuzioni pubbliche, torture, stupri e il divieto di espatriare è la legge numero uno, perché visto come tradimento e punibile con la condanna capitale.

È, poi, vietata la musica. Obbligatori sono, invece, i tagli di capelli proposti dal regime (visto che la capigliatura rappresenta un’espressione della propria personalità in uno stato che vuole tutti fotocopie), vietati sono i cappelli, andare in bicicletta per le donne, i jeans attillati. Vietato ridere. Sì, avete capito bene, vietato ridere. Perché nelle giornate di lutto nazionale, chiunque venga sorpreso a compiere anche solo un minimo accenno di risata, viene punito per quel reato che è il  “guastare l’atmosfera di lutto collettivo”.

Le parole di Yeonmi Park ci introducono in uno spaccato di realtà violenta che però è contemporanea e ci invitano ad affacciarci ad un abisso che contiene ciò che non eravamo pronti a vedere, ma che esiste e ci obbliga a porci delle domande. E l’impermeabilità di un governo che vieta la fuoriuscita di informazioni non può fare da deterrente. Una di queste è: dopo otto anni, nel procedere incessante di un mondo sempre più in corsa verso il progresso e l’interconnessione, cosa vuol dire essere donna sotto la dittatura di Kim-Jong un? Come si vive dove tutto è proibizione, persino la vita stessa, spogliata delle stesse libertà che ne tracciano il confine con la sopravvivenza?

Donne e società in Corea del Nord

Dal Comitato delle Nazioni Unite per la discriminazione contro le donne (CEDAW) emerge una verità allarmante sulla Corea del Nord, considerato ancora oggi uno degli stati più repressivi al mondo, che riguarda la posizione di svantaggio delle donne nella società e la continua violazione dei diritti umani. Molto spesso, viene loro negata qualsiasi forma di istruzione, con la conseguente impossibilità di inserimento nel mondo del lavoro. Risultano svantaggiate in ogni ambito della vita sociale e addirittura alimentare, in quanto il 23,3% delle donne in età riproduttiva risulta soffrire di malnutrizione acuta, percentuale che supera il 50% per coloro che sono in stato di gravidanza e allattamento. Ad aggravare ulteriormente un contesto già di per sé di privazione e disagio vi è il fenomeno dilagante della tratta, a causa del quale migliaia di bambine e giovani ragazze vengono vendute a trafficanti di esseri umani, trasformate in merce di scambio e poi introdotte nell’universo della prostituzione. Ciò avviene in particolar modo al confine con la Cina, dove il problema dello sfruttamento sessuale coinvolge in particolar modo le donne che tentano di varcare il confine e si ritrovano, invece, ad essere vendute a ricchi uomini cinesi o a bordelli, dove vengono private di ogni libertà e possibilità di fuga.

L’ONU parla di centinaia di casi di schiavitù, aborti forzati e persecuzioni di genere. Aberrazioni che si riscontrano in un Paese in cui l’impunità è legge, ma solo per i crimini veri, quelli commessi da un governo che non vede persone ma ingranaggi, costretti a realizzare incondizionatamente i voleri illogici di chi è al potere. Perché gli uomini e ancor peggio le donne, in Corea del Nord, sono considerati una pluralità senza il valore e i diritti del singolo, parte integrante e non scindibile di un sistema tanto antico quanto contemporaneo chiamato dittatura, che ancora oggi, nel 2022, nella completa impunità, priva esseri umani della libertà di vivere, semplicemente, da umani.

Francesca Feder

Francesca Feder

Una risposta

  1. Da una parte è assurdo leggere cose che sembrano uscite da un film, un brutto film. Dall’altra, le donne sono in moltissimi casi vittime. Sto seguendo un corso di formazione fornito dal centro antiviolenza della mia zona: la donna che si occupa della formazione ci ripete più volte come, a dispetto dei progressi e delle lotte compiuti negli anni scorsi, sembra si stia tornando indietro. Che abbia ragione?

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