La malinconia dei panni stesi

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Mi chiamo Ambra, ho da poco superato i trent’anni e sono una persona del tutto normale, con un buon lavoro, una casa che potrei definire carina e un compagno a cui voglio bene.

Vengo da una famiglia monoparentale, ho un fratello che si chiama Christian, vivo in una grande città e non c’è davvero nulla che possa portare qualcuno a definirmi fuori dal comune o qualsiasi altra cosa; il concetto di normalità è una cosa che ho inseguito tutta la vita, anche se non so bene a quale scopo.  

Non sempre ho vissuto in una grande città, avuto un bel lavoro, o non sempre mi sono definita una persona estremamente normale.

Sono nata in un piccolo paesino di campagna, quelli in cui un po’ tutti sognano di passare le vacanze estive ma in cui effettivamente d’estate ci si annoia e si boccheggia per il caldo. Sono cresciuta in uno dei pochi condomini costruiti a ridosso di una piazza che aveva attirato molte giovani coppie o anziani in cerca di un appartamento a basso prezzo.

Mia mamma aveva tante cose strane, faceva tante cose strane ma la sua più grande ossessione erano i panni stesi quando fuori iniziava a piovere. 

Mia madre, si chiamava Annamaria, aveva i capelli scuri scuri e lisci, dei lineamenti duri e uno sguardo che definirei pungente; nata e cresciuta nel nostro piccolo paesino che conta tre istituti scolastici, qualche casetta sulle colline, una farmacia, un supermercato, due negozi di alimentari, uno di fiori e la piazzetta dove solevamo prendere aria nelle giornate calde e dove ogni tanto qualcuno veniva a vender funghi. 

Annamaria si era innamorata, diceva, di un turista di passaggio che l’aveva messa incinta per ben due estati di fila promettendole si sposarla e di portarla con se nelle città più belle d’Europa, ma non fu così.

Mia mamma allora smise di vivere di speranze e rimboccandosi le maniche fece di tutto per crescere decentemente me e mio fratello e raramente pronunciò il nome di nostro padre.

Aveva la passione per le carte, sia quelle da gioco con le quali sfidava le più accanite giocatrici del paese a briscola e tresette, che per la lettura dei tarocchi, non era per me strano infatti trovarmi le signore più attempate nel salotto della piccola casa a chiedere se x sarebbe tornato o se y sarebbe guarito da un brutto male.

Lei tutta seria mischiava le sue carte, le guardava con aria sospetta o sorpresa e rispondeva solenne tra risa, pianti e gratitudine, il tutto per avere come ricompensa due o tre barattolini di confettura fatta in casa, una torta salata dello zucchero o della farina. la cosa paradossale era che in casa mangiavamo solo zuppe confezionate: non c’era tempo per cucinare, e tutto quel liquido avrebbe potuto purificare il nostro spirito.

Quando da piccola mi trovavo nel cortile, solitamente con le mie due migliori amiche, Greta e Marta, e qualche nuvola minacciosa iniziava ad affacciarsi sul paesino mia madre usciva in ciabatte, ma sempre ben truccata, nel piccolo terrazzo e mi urlava isterica: “Ambra i panni, vieni a aiutarmi!” Così sbuffando correvo su per le scale claustrofobiche e iniziava il rito dei panni umidi e delle mollette, uno alla volta, con le raccomandazioni non farli cadere che poi se li rubano, stai attenta a non far cadere nemmeno le mollette perché costano.

Sono cresciuta inoltre con l’idea di dover diventare ricca, no, non di avere buona istruzione, un buon lavoro: diventare ricca. Questa era l’unica cosa che mi chiedesse mia madre e lo vedeva anche nelle carte.

“Ah si, diventerai ricca, avrai un matrimonio davvero buono” mi disse un giorno consultando il suo intoccabile mazzo consumato di tarocchi marsigliesi trasmessole dalla nonna: “sì Ambra, sarai ricca”. Ma mentre lo diceva, essendo agosto inoltrato un temporale estivo ci colpì di sorpresa e mia madre, diventando bianca si coprì la mano con la bocca e urlò: “I panni sono stesi!”

E se guardo il cielo, lo vedo un po’ scuro, scusatemi, devo interrompermi qua perché penso proprio sia ora di andare a prendere i panni prima che la pioggia li bagni ulteriormente. 

Ora come già detto ho una vita normale, troppo lontano dal mio vecchio paesino, ho studiato in città per buona grazia delle borse di studio concessemi grazie ad una media non invidiabile ma nemmeno misera, e da qualche lavoretto come commessa o cameriera. Non sono ricca, e forse a mia madre questo potrebbe dispiacere. Non sono sposata, e forse anche questo potrebbe farle un certo effetto. Mio fratello nemmeno vive più in Italia, ma da quello che so lui forse ricco lo è. 

Mia madre era una gran lavoratrice e forse questo non l’ho detto prima, era una lavoratrice che i soldi non li aveva mai visti e mai fatti, era una madre sola con due figli a cui nulla poteva dare se non provare ad essere qualcosa di più simile ad una presenza fissa nella loro vita, che fosse predicendo futuri improbabili o cucinando  male zuppe precotte. Non aveva mani morbide ma piene di tagli, non era sempre sorridente, sembrava quasi che la fatica le fosse rimasta impressa nel bel viso mascherato da tanto trucco.
E ora, in questo giorno primaverile, con questa brezza leggera ma che fa arrossare le guance, la penso intensamente e la ringrazio, perché in tutto questo girare e girare, in un mondo piccolo e senza possibilità la mamma almeno una cosa la voleva: tenerci asciutti, tenerci al sicuro. 

Claudia Fontana

Claudia Fontana

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