Le onde

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Il tragitto da casa fino al mare era davvero breve anche se il mare non era quello delle copertine patinate delle riviste ma questo fondamentalmente a noi non importava affatto. La sabbia era più simile a una melma scura e le alghe si mangiavano tutto, c’era odore di marcio perché da anni qualcuno buttava non so cosa in qualche discarica vicina. 

Sicuramente l’importante, prima di andare in spiaggia era correre a prendere la bicicletta prima che lo facessero i maschi del paese, che ci spingevano e menavano pur di mantenere il primato di maschi, e poi una volta superato quell’ostacolo, correre, con i freni poco funzionanti lungo la strada sterrata, far cadere la bici, togliersi il vestito, cercare di non sudare nel costume rattoppato di panno e buttarsi in acqua sperando in due cose: che non ci si bloccasse la digestione e che non ci prendessimo la temuta insolazione che io non avevi mai preso ma Anna si.

Era successo un estate non troppo lontana e nostra madre era letteralmente impazzita; in barba alle scottature e alla febbre alta di Anna strisciava con esagerato vigore su di lei gli stracci di cotone imbevuti di acqua gelida. Anna era così persa e confusa dalla febbre che non aveva nemmeno la forza di gridare per il dolore. E io non ho avuto il coraggio di starle vicino perché non volevo che quel dolore mi assorbisse e bastava lo sguardo schifato di mia madre per capire che anche io l’avevo fatta grossa. Sono stata egoista.

Anna è sempre stata molto cagionevole di salute e io sempre troppo egoista.

Per andare al mare non c’era tempo o comunque non per due ragazzine, non era il luogo adatto, non stava bene farsi vedere così svestite; ed è per questo che con la scusa di andare a fare la spesa o di andare a casa di qualche amica di scuola riuscivamo ad andarci e quando eravamo a mollo nell’acqua calda, Anna mi guardava e mi diceva che finalmente sentiva di essere libera. Mi diceva: Livia guarda che bel cielo, anche se era nuvoloso, guarda che acqua fresca, anche se a riva non si vedeva il fondale. 

Anna si emozionava per tutto, per una coppietta che passeggiava mano nella mano sulla battigia, per un ragazzo carino che fumava una sigaretta dopo il turno in fabbrica, per il venticello fresco del tardo pomeriggio, per il volo degli uccelli, era fatta cosi.

Si sporcava sempre il costume con la sabbia e io la riprendevo: “se continui così la mamma ci ammazza a tutte e due”.

Ma sapevamo calcolare i tempi: saremmo tornate prima del tramonto, verso le sei e mezza, quando nostra madre sarebbe uscita per fare qualche commissione: avremmo nascosto i costumi, pulito via qualsiasi traccia di sabbia e ci saremmo messe a tagliare le verdure o a pulire la cucina simulando una giornata calda e noiosa passata a fare sostanzialmente nulla.

Eravamo una squadra forte io e Anna, perché avevamo già capito che nascere femmine non ci avrebbe aiutato mai, in questa vita. 

A nostro padre eravamo indifferenti: fate un buon matrimonio e buoni figli e state lontano dalla gente che vive nella miseria.

Non che noi fossimo benestanti, ma potevamo permetterci almeno due camere da letto, quella dei miei genitori e quella che io e anna dividevamo. 

Anna dopo il mare diventava iperattiva, forse perché quando si è piccoli due anni in meno si sentono di più e mentre io nella cameretta pensavo al ragazzo della 3B che mi piaceva cosi tanto anche se sarebbe diventato “misero” secondo mio padre, mentre pensavo al mio corpo che cambiava e timidamente al sesso a cosa fosse a come si facesse, Anna mi parlava delle onde, dei gabbiani, delle nuvole e delle loro forme strane e rideva, fin quando ci veniva urlato di spegnere la luce perché i soldi non ci venivano regalati.

In un estate veramente torbida Anna prese una brutta polmonite che la costrinse a letto per tantissimo tempo, io di tempo per lei sembrava non lo avessi più. Uscivo con le amiche, andavo al bar del paese, con il benestare di mia madre anche la sera, fino alle dieci e mezza solo se accompagnata però da Matteo, un ragazzo antipatico nostro vicino di casa. 

Anna dormiva tanto e prendeva le medicine, non mangiava nulla e tossiva di continuo.

Una sera piovosa, rientrata a casa la trovai sveglia, con la pelle pallida e i capelli di un biondo sbiadito come se quella polmonite le stesse portando via un qualcosa di vitale.

– Livia, sai cosa mi servirebbe?

– No anna, non lo so

– Un bagno al mare, mi ci porti?

Pensai stesse delirando per la febbre

– Piove e tu stai male, pensa a dormire, vado a prendere i panni freddi da meterti sui polsi e sulla fronte.

– No Livia aspetta…pensa che sento le onde da qui…

– Le onde?

– Si hai presente che partono da lontano, da chissà dove e leggere si posano sulla sabbia e portano a riva tutte le cose brutte. 

– Certo anna, però pra devi riposare…

– No Livia davvero aspetta! Le onde sono importanti perché mi hanno insegnato che, con il loro via vai tutto cambia, come sei cambiata tu!

Stetti in silenzio, mi sentivo accusata, volevo piangere e dire che era solo una bambina e che crescendo avrebbe lasciato stare tutte queste cose e avrebbe pensato anche lei ai ragazzi, ad andare al bar la sera e agghindarsi bene per sembrare una vera signorina ma non mi fece parlare e continuò

– Se tutto è in cambiamento nulla muore, capisci? Tutto continua, è tutto rimane. 

– Anna devi dormire 

– Dormo Livia mi sento stanca ma promettimi che andiamo al mare a sentire le onde che arrivano sulla spiaggia. 

Avrei dovuto farlo quella sera, portarla al mare, piccolina come era diventata, pallida, consegnarla al mare che tanto amava.

Nelle sere più difficili al mare ci vado ancora e guardo le onde, la saluto e penso che nulla muore. Penso che la mia piccola sorella avesse ragione e continuo a ringraziarla per non aver mai smesso di credere alla bontà che c’è nel mondo e per averlo insegnato anche a me. 

Claudia Fontana

Claudia Fontana

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