“Vestita così te le cerchi”… MA ANCHE NO!

Leggendo le notizie sul giornale o scorrendo le pagine dei social, a volte mi imbatto in articoli su molestie o sulla violenza di strada e catcalling che alcune donne subiscono e puntualmente mi congelo. Non avete idea (o forse la avete) di quante siano le testate giornalistiche che, invece di concentrarsi su quegli atti tremendi e sulla forza che è servita alla vittime per denunciarli, iniziano descrivendo l’abbigliamento della ragazza o sottolineano se questa avesse bevuto o meno. 

La cultura dello stupro in Italia è talmente tanto radicata che ormai neanche ci facciamo caso, eppure è così evidente. Basta pensare al sospetto che sale quando una ragazza denuncia una violenza sette giorni dopo invece che la mattina successiva. Perde ogni credibilità. O quando le forze dell’ordine, che dovrebbero sostenerti e farti sentire al sicuro, finiscono invece per farti la classica domanda: “Ma tu com’eri vestita?”. 

Adesso immaginate che a farvi questa domanda, al posto di un ufficiale di polizia, ci sia una vostra amica. Un’amica che, forse neanche rendendosene conto, diventa parte di questa cultura, dicendoti: “Però, vestita così te le cerchi…”. MA ANCHE NO! 

Questo è ciò che è capitato a Martina Evatore, ventenne padovana e ormai finalista del concorso “Miss Venice Beach” tenutosi a Jesolo qualche settimana fa. 

La ragazza doveva sfilare in passerella vestita come il suo “idolo” e con una mossa molto audace, Martina ha deciso di vestirsi come la se stessa di tre anni fa. 

Martina Evatore, 20 anni, sfila sulla passerella di Miss Venice Beach.

Infatti, una sera di luglio del 2019, Martina stava andando a un compleanno, quando un uomo di circa 40 anni, provò ad aggredirla. La spinse contro un cancello, palpeggiandola e cercando di strapparle via i vestiti. Fortunatamente lei riuscì a divincolarsi e a chiedere aiuto e con l’avvicinarsi di qualche auto, l’uomo si diede alla fuga. 

In quell’occasione, Martina indossava una t-shirt e una giacca mimetica, dei lunghi pantaloni neri e sneakers bianche: ed è così che si è presentata in passerella. 

Martina si è stancata di sentirsi dire “Se ti vesti così però te la cerchi” e cercando di combattere quello stereotipo che da troppo tempo continuano a propinarci, ha affermato: “Non è l’abbigliamento che istiga alla violenza e il mio vuole essere un attacco agli stereotipi, al fatto che le donne non si sentano libere di vestirsi a loro piacimento perché questo, si dice, potrebbe attirare le attenzioni di qualcuno”. 

NON E’ COLPA DEI VESTITI, E’ COLPA DELLE PERSONE e non c’è abito che possa diventare un alibi per giustificare un’aggressione sessuale. 

Dopo la sua prova di coraggio, Martina ha trovato molto sostegno, soprattutto sui social, dove molte ragazze si sono sentite libere di condividere con lei i loro personali momenti traumatici, dalle aggressioni fisiche al catcalling. 

Adesso Martina ha 20 anni. Ne sono passati tre da quell’aggressione che ha avuto la forza di denunciare subito, ma lei ancora ha paura. ”Ho ancora molta paura” afferma, “continuo a portami la felpa magari ironizzando con gli amici e spiegando loro che è per il freddo. In realtà, la tengo per coprirmi in certe zone dove so che potrebbero esserci persone poco raccomandabili”.

Ci sono tante “Martine” in Italia e nel mondo che si sentono dire di essere state loro a sbagliare, che anche se quegli uomini sono cattivi, loro dovrebbero fare attenzione. Fare attenzione a come si vestono, a quello che dicono, a come si guardano intorno, agli sguardi che lanciano, a come si muovono… MA ADESSO BASTA. Questa ragazza ci ha dimostrato che l’abbigliamento non è il vero problema. Gli unici responsabili sono quelli che pensano di poter agire come preferiscono, di poter fare come vogliono. 

Fermiamo questi stereotipi. Aiutiamo CONCRETAMENTE chi subisce una violenza. 

Selenia Romani

Selenia Romani

2 risposte

  1. Non posso trovarmi più in accordo di così : abbigliamento audace e provocante non possono e non devono essere utilizzati come giustificazione alla violenza, in ogni sua forma, partendo dal cat calling.

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