Un paio di scarpe nuove

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Poggi i tacchi sullo scalino di legno. Il piede è fermo, il legno trema. Ti ricordi di non averlo lasciato così. Prima il gelsomino bianco correva lungo il muretto e il suo profumo rassicurante ti accoglieva in casa. Adesso sarà seccato. Lo scheletro di un ramo penzola dal corrimano. È rimasto solo lui. Le erbacce che crescono tra le assi di legno si sono adeguate, tu invece no. Ti senti fuori posto. Calpesti qualche foglia con quel paio di scarpe nuove, quasi inciampi.

Ricominci a salire. Passo dopo passo il legno scricchiola ancora di più. Una volta saltavi i gradini a due a due, o tre alla volta se prendevi la rincorsa dalla strada. Facevi a gara con P. e con E. Ora procedi a fatica. È tutta una questione di adattamento- pensi- e tu, cavolo, sei un’estranea. Un’estranea che indossa un tailleur verde oliva e i tacchi a spillo che mai avresti pensato di comprare. Li hai presi in una boutique in centro, una con la vetrina senza i prezzi in vista. Non ci avresti mai creduto. Non farò la fine della zia R., mai nella vita. Avresti dato un ceffone a quella bambina altezzosa che eri stata. Ma chi ti credevi di essere? Pensavi di capire il mondo, di controllarlo, di manipolarlo. Invece avevi solo paura di crescere e tanta voglia di farti amare.

Davanti alla porta di ingresso penzola lo scacciapensieri. Lo avevi costruito tu. Avevi preso le conchiglie trovate in spiaggia, alcune le avevi dipinte, altre no. Le avevi legate tra di loro come una collana, ma più lunga e che faceva rumore quando soffiava il vento. Dicevi che mandava via la sfortuna, bastava farla muovere un po’ e il tintinnio avrebbe fatto paura a tutto. Ci credevi, e credevi nella magia. Oggi è rimasto intatto. Ha resistito al vento e alla pioggia. Non è cambiato nemmeno un po’. Hai paura a passarci sotto. Non sai quello che proverai passandoci. Ti sentirai vecchia, è questo che ti spaventa? O capirai che ti sei dimenticata per troppi anni di quel suono?

Ti guardi indietro. La strada è deserta e il silenzio è una presenza che ti inquieta. La casa di fronte ha perso il colore che aveva, giallo canarino. La casa del sole, non la chiamavi così? Niente brilla per sempre.Un cane randagio è appoggiato alla ringhiera arrugginita. Ti ricorda B., con il pelo lucido, le iridi vibranti e la coda a spazzola.

La tua mano incontra il pomello rotondo. È bastato spingere senza fatica per aprire la porta. Le conchiglie tintinnano e cantano il tuo ritorno. Ci passi sotto, forse esprimi un desiderio, ma poi ti blocchi. Guardi in basso. C’è la pietra a forma di cuore per terra. Nonna T. la lasciava dietro per tenere la porta sempre aperta. Non voglio sentire suonare quell’aggeggio rumoroso tutto il giorno, recitava, mentre posizionava la pietra davanti l’ingresso. Cosa diceva? Che la porta aperta mandava via i ladri e faceva entrare solo il vento d’estate? Trovi la pietra nello stesso posto, ma la porta è stata chiusa. La prendi in mano, la tieni come se fosse incandescente, la giri e rigiri su se stessa e poi la poggi sul tavolo della cucina.

Senti delle voci provenire da un’altra stanza, ma non distingui a chi appartengono. Sono cambiate anche loro. L’aria ha lo stesso odore della cantina della nonna. Sembra di stare dentro un barattolo di biscotti che non si apre da tanto tempo. Calpesti le molliche di ricordi con i tacchi che mai avresti pensato di indossare, e ti sembra di sbriciolare gli zuccherini che si staccano e si nascondono sul fondo del barattolo. Non dovresti farlo così, non in quel posto. Sei un’estranea.

Arrivi nel salotto e riconosci i volti da cui tuonano le voci. Bambini gonfiati come bambole di gomma, ecco cosa sono. Corpi più grandi con la stessa faccia. Alcuni ti guardano mentre entri, altri continuano a parlare tra di loro. Sono disposti in fila, una schiera di bambole cresciute, che sorridono e si stringono le mani. Dovrai farlo anche tu, ti ripeti. Dovrai sembrare uguale a loro, dovrai apparire la stessa di prima. Guardi in basso. Quei tacchi. Ora abbasseranno la testa e te li vedranno addosso, ne sei sicura.

Ti siedi in un angolo e saluti qualcuno, quelli che riconosci, per lo meno. Pronunciate frasi come da quanto tempo non ci si vede, cosa fai nella vita, che begli orecchini. Rispondi sorridendo, accavalli le gambe seguendo il ritmo delle domande, le alterni per frenare la voglia di alzarti e scappare. Hai scelto una sedia con lo schienale rigido che ti costringe a spostarti per trovare un angolo comodo. Non ricordi di averla mai vista prima in quella casa. Evitate di parlare del motivo che vi ha portato lì, tutti quanti. Non credi sia per sdrammatizzare, non è quello. Non avete il coraggio.

Poi arriva zia R, vi eravate sentite per telefono. Ti abbraccia, ti stringe e ti fa barcollare. Perdi l’equilibrio in quella stretta che sa di acqua salata e di mascara liquefatto. Grazie di essere venuta, ti dice. Tu non rispondi, le stringi ancora la mano, mentre lei si guarda intorno e cerca un appiglio. Un volto, un oggetto, un odore. Un suono proviene dalla radio. Qualcuno ha pensato di accendere la radiolina ocra del nonno. Anche quel giallo si è sbiadito, ma la musica esce con la stessa intensità. Ti stupisce. Vi girate tutti in contemporanea appena parte la prima nota. Non è stato difficile riconoscerla, la ascoltavate tutte le estati. È la canzone dell’uccello nero, come l’avevate tradotta insieme. Il piede batte a tempo in sottofondo, come una goccia d’acqua che scende dal rubinetto.

Blackbird fly. Il resto lo cantavi tu, con il testo scritto a mano su un foglio di carta a quadri grandi, sotto la grande vecchia quercia davanti la casa. Un vestito a fiori e l’odore di marmellata di more. La musica mancava, ma con le vostre voci creavate tutti gli strumenti musicali.

Zia R. ritorna da te. Ti dice che è arrivato il momento. Rovisti dentro le tasche del pantalone a sigaretta e cerchi il foglio che avevi piegato con cura. Quante volte lo avevi scritto e riscritto?

Avanti, ti esorta. Tocca a te.

Fai un piccolo passo avanti e la schiera di volti alza la testa senza che tu dica niente. Ti schiarisci la voce e inizi a leggere il discorso che hai passato tutta la notte a scrivere.

Ciao Nonna

Le parole escono e sono meteoriti che si scontrano sul suolo. Hanno la tua voce, che strano. Hai tu la sua voce. Un ultimo tuono rimbomba nella tua testa e non ti accorgi di aver già terminato.

Poi sollevi la testa, esausta. C’è un oggetto allungato e pesante color mogano, è ricoperto di ghirlande e occupa la vista davanti a te. Adesso lo vedi, davanti alla schiera di persone che lo circondano. Lo toccano, lo accarezzano, si avvicinano e poggiano qualcosa. Zia R. lascia una foto in cima. Una bambina con il vestito rosso a pois e due donne, una da un lato e una dall’altro, le tengono le mani e la fanno volare in alto. Riconosci lo sfondo. È quella casa, ma piena di vita.

Senti vibrare dentro la borsa, guardi il cellulare. Devi ritornare. Procedi all’indietro e ripercorri il corridoio, saluti i volti che incontri con un mezzo sorriso, ritorni in cucina, apri la porta. Zia R. ti corre incontro, vuole quel foglietto, dice che le ricorda troppo nonna T. e la vecchia famiglia. Come è stato bello rivederti, cara, ma ha un tono di voce malinconico e uno sguardo grigio. Sa che quei giorni non torneranno più.

Prendi il foglietto e lo stiri da tutti i lati. Scusami, si è accartocciato mentre leggevo.

Apri la porta e senti lo scacciapensieri trillare. La punta dei tacchi fa vibrare le assi di legno.

Le conchiglie si scontrano tra di loro, la corda oscilla scomposta, da un lato e dall’altro. Qualcuno ti sta salutando per l’ultima volta.

Sara Noto Millefiori

Sara Noto Millefiori

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