Ripensare la Medea di Euripide: storia di alienazione e libero arbitrio

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“Tu hai uno spirito sottile, ma per te è un discorso odioso ammettere che Eros ti costrinse, con i suoi dardi infallibili, a salvarmi. […] tu abiti nell’Ellade invece che in un paese barbaro e sai cosa è la giustizia […] tutti gli Elleni conoscono la tua sapienza e ne hai ottenuto fama: ma se abitassi agli estremi confini del mondo, non si farebbe parola di te.” Medea, Euripide.

Fra le figure mitologiche femminili, quella di Medea è tutt’oggi una delle più controverse e complesse, e per questo anche una delle più affascinanti. Già nel suo nome è inscritta la natura del personaggio: da médomai che significa “meditare” o anche “riflettere” e “mêtis” ovvero “astuzia”. Nipote della maga Circe, come lei possiede la facoltà di creare pozioni magiche e filtri (pharmaka) grazie alla sua impeccabile conoscenza di erbe e piante e alla sua capacità di miscelarle. E come sua zia, anche lei viene definita “tremenda” e viene introdotta nel mito attraverso una particolare caratteristica fisica: se in Circe sono i capelli, in Medea sono gli “occhi sfavillanti”, a cui si aggiunge la sua connotazione di “vergine”.

Medea è una figura centrale nel mito degli Argonauti: capeggiati da Giasone (di cui Medea si innamora), solcano i mari alla ricerca del vello d’oro. Medea è essenziale in questa missione: è grazie a lei e ai suoi poteri se Giasone supera tutte le prove imposte dal padre di Medea, Eete, re della Colchide, così come è grazie a lei se l’impresa degli Argonauti riesce e Giasone recupera il vello d’oro, facendo addormentare il dragone che vi era a guardia. Medea lascia diverse morti nella sua scia, pur di aiutare il suo amato, e abbandona la sua patria, la Colchide, seguendolo a Corinto come moglie. È qui che si svolge la vicenda principale, quella per cui Medea è principalmente ricordata, riportata nella tragedia di Euripide, una delle versioni più conosciute del mito.

Medea e Giasone hanno ormai due figli, e dopo diversi anni insieme a Corinto Giasone decide di sposare Glauce, la figlia del re Creonte. Il tradimento è impossibile da sopportare per Medea: decidendo di vendicarsi, utilizza i suoi filtri per eliminare Glauce, Creonte e i suoi stessi figli. L’infanticidio è l’episodio che più ha caratterizzato la figura di Medea dal punto di vista della critica e dei lettori: quale madre ucciderebbe i propri figli? Quale madre metterebbe il desiderio di vendetta al di sopra dell’amore per i suoi figli?

Giasone e Medea, John William Waterhouse, 1907. https://it.wikipedia.org/wiki/File:Jason_and_Medea_-_John_William_Waterhouse.jpg

Matrimonio ed esilio

Come accennato, la tragedia di Euripide vede Medea a Corinto appena dopo la scoperta del tradimento di Giasone. Medea non riesce a risollevarsi: vede l’infedeltà di Giasone come un oltraggio, che la porta a pentirsi del tradimento che lei stessa ha compiuto lasciando la propria patria e la famiglia per seguire il marito. Si potrebbe dibattere, però, sulla natura di questa scelta: non solo perché l’amore di Medea per Giasone è stato suscitato da Afrodite (il che, di fatto, dimostra che Medea è stata privata della sua volontà), ma anche perché lasciare la Colchide è stato inevitabile per Medea dopo aver aiutato Giasone nella sua missione. Eete l’ha bandita, e a Corinto, la sua nuova dimora, ella è a tutti gli effetti in esilio; ed è un esilio fisico tanto quanto morale, perché Medea non ha nessun altro oltre al marito e ai figli. Come se non bastasse, in seguito al matrimonio di Giasone con Glauce, il re Creonte minaccia di espellere Medea e i figli da Corinto. Il re sa che Medea è potente e, conscio del dolore che sta provando, teme che possa fare del male alla figlia per vendicarsi.

Il suo esilio a Corinto è tanto più sentito perché tutto intorno a lei le ricorda che lei non appartiene a questa terra. È una barbara, come le viene ricordato dallo stesso marito. Anche prima del tradimento di Giasone, ella non aveva speranza di integrarsi. Non è solo la sua patria che Medea ha sacrificato: è il suo posto nel mondo.

“Dove potrei rivolgermi, ora? Forse alla casa del padre, che tradii insieme alla mia patria per seguirti? […] sono diventata odiosa ai miei familiari; e mi sono nemici coloro che non dovevo offendere per amor tuo.”

Fondamentalmente, però, Medea e Giasone hanno due opinioni profondamente diverse in merito alla questione. Se Medea lo accusa di starle sottraendo la vita che le spettava in cambio del suo sacrificio, Giasone ritiene invece di starle dando esattamente la vita migliore che possa darle. A suo parere, sposare una donna della famiglia reale significa fornire una dimora di tutto rispetto a Medea e ai figli – soprattutto ai figli (alla sua stirpe).

“Ma tu che bisogno hai di figli? […] I mortali dovrebbero poter generare figli da qualche altra parte e non dovrebbe esistere la razza delle donne. Così non esisterebbe alcun male per gli uomini!”

Insomma, Medea ha fatto quello che doveva fare: gli ha dato dei figli; lui, in cambio, le provvede una dimora più che degna. Ora, cos’altro vuole, questa donna? Dovrebbe ringraziarlo, semmai.

Queste parole sono tanto più sdegnose per Medea quando ci si rende conto che per lei, quella casa che Giasone sostiene di starle donando, sta svanendo. Nelle parole della nutrice:

“Casa più non esiste. Non c’è più nulla. Lui è preso da un letto regale; lei, la mia signora, consuma la vita nelle sue stanze, e nemmeno una parola di amico le scalda il cuore.”

Questo deriva dal fatto che per Medea il concetto di “casa” è intrinsecamente legato alla patria e alla famiglia, cose che lei ha abbandonato e che non ha più speranza di ricreare a causa del tradimento del marito. Quasi non è l’infedeltà in sé che suscita il dolore di Medea: è il fatto, piuttosto letterale, che Giasone le sta togliendo patria e famiglia per una seconda volta.

La furia di Medea, Eugène Delacroix, 1862.

Scelta e fato

Nel corso della tragedia si viene a scoprire che l’amore di Medea per Giasone non è nato spontaneamente, ma è stato al contrario scatenato da Afrodite come strumento per condurre Giasone al vello d’oro. Come reso noto da Giasone stesso, questa realtà è insopportabile per Medea: odia il pensiero che la sua volontà possa essere stata corrotta, che il suo destino sia fuori dal suo potere, che i suoi sentimenti siano ordigni del fato piuttosto che autenticamente suoi. E Medea è una donna costantemente tormentata dall’intensità delle sue passioni e da come queste contrastano con quella che è la sua qualità distintiva e determinante: la capacità di pensare, riflettere, ragionare e agire di conseguenza. Se il fato, gli dèi, la privano di questa volontà, di fatto la privano del suo stesso nome. E lei di quel nome vuole riappropriarsene: non vuole essere “la barbara”, non vuole essere “una donna”, non vuole essere “madre” – vuole essere Medea.

Dopo essersi persa nel seguire Giasone, e nel fare la moglie, e nel fare la madre, e nell’adeguarsi a una realtà straniera e inospitale, ritrovare la propria identità per Medea significa: controllare le proprie passioni, reimpadronirsi della propria facoltà di scelta e ritrovare la patria persa. C’è poco spazio per l’etica e l’affetto in questo quadro; Medea accetta il prezzo da pagare per riprendere le redini del suo destino. È solo un altro sacrificio, e stavolta è per se stessa.

“Allora è meglio la via diritta, di cui sono espertissima per natura: distruggerli col veleno. Ecco, sono morti. Ma quale città mi accoglierà? […] con la frode e in silenzio preparerò questa strage. E se un caso invincibile mi impedisse, io stessa con la spada, decisa a morire anch’io, li ucciderò entrambi e avrò forza di osarlo. […] Su dunque, non risparmiare nulla delle arti che conosci, Medea: decidi e agisci.”

La ribellione al fato avviene necessariamente in concomitanza con la determinazione a prendere una decisione, una decisione che sia propria e intenzionale tanto quanto la volontà di metterla in pratica. È da sottolineare che Medea si ferma spesso a dibattere fra sé e sé l’etica e il proposito dietro le azioni che sta per compiere, specialmente riguardo l’assassinio dei figli. Ritorna spesso sui propri passi, si chiede se debba effettivamente farlo, e arriva sempre alla stessa conclusione: è necessario. Ed è quasi ironico che, anche qui, sembra quasi che Medea si senta di agire secondo un comandamento dall’alto:

“I miei figli devo ucciderli.”

“Ma no, per i demoni inferi dell’Ade, non sarà mai che io abbandoni i miei figli all’oltraggio dei miei nemici! Comunque, devono morire: e poiché è necessario, io li ucciderò, io che li ho generati.”

Le espressioni che usa sembrano descrivere quello che accadrà come se fosse stato già determinato e inevitabile. Ma non è il fato il comandamento dall’alto: è Medea stessa. È lei che comanda, è lei che dice a se stessa “Comprendo il delitto che sto per osare.” Ed è lei che ripete, di nuovo:

“Comunque, devono morire; e poiché è necessario, li ucciderò io, che li generai.”

Non c’è questione che i figli debbano morire, e che sia lei a doverli uccidere. Ed è sia un atto d’amore verso di loro, per evitargli la vita alienante che è spettata a lei in un paese che li considera barbari, sia un atto di rivalsa verso Giasone; ma non sono i figli quello di cui lei vuole privarlo: è la sua discendenza. Che è, verosimilmente, l’unica cosa a cui lui tiene davvero. Ed è una rivalsa anche nel senso che, dopo anni di sofferenze, la situazione finalmente si capovolge: se prima Giasone aveva umiliato Medea facendo leva sul suo punto più debole, ricordandole che il suo amore era frutto di Afrodite e non suo, ricordandole che anche lei era soltanto una pedina degli dèi, adesso è lui l’inconsapevole e sfortunato bersaglio di piani al di fuori del suo controllo:

“E tu, o sventurato, infelice parente dei sovrani, inconsapevole ai figli e alla tua sposa prepari rovina e orribile morte. Misero, quanto ignaro sei del fato.”


https://violedimarzo.com/2021/12/02/sfatare-il-mito-di-circe-la-rivendicazione-dello-spazio-e-della-natura/

Daniela Carrelli

Daniela Carrelli

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