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Una Noia di de-merito.

Elogio rivoluzionario della noia improduttiva e creativa.

La noia è un uccello incantato che cova l’uovo dell’esperienza” (W.Benjamin).

Perché invece la società borghese, capitalista e utilitarista ci ha restituito sempre la noia come un dis-valore, come un non-spazio, un vuoto appunto, da riempire con la logica dell’utile e della produttività?

La noia è sì un vuoto, ma da riempire con… assolutamente niente: per non farla morire, per non sopprimerla nella sua essenza magica e creatrice.

Canta Malika Ayane:

<<Sognare la noia
adesso e qui
nostalgico presente>>.

George Bataille in un saggio del 1939 spiega che quando il valore umano è funzione della produttività, si cura solo del tempo a venire, subordinando a esso il tempo presente. Quando invece il valore umano è consacrato all’arte, alla poesia, al pieno rigoglio della vita umana, è solo l’istante presente che conta.

Da dove origina la potenza creatrice della noia? E come può questa creatura incantata essere svincolata dal profitto?

Se la Noia fosse un comandamento biblico somiglierebbe al Terzo: ricordati di santificare le feste. Se somigliasse a un diritto, allora sarebbe negata a molti, come privilegio classista di chi se la può permettere. Se essa sostenesse la funzione educativa dell’Istruzione, allora le scuole e le università smetterebbero di somigliare a delle aziende, in cui l’apprendimento è ridotto a una corsa alla formazione professionalizzante, un semplice mezzo con il quale raggiungere un fine ritenuto ben più utile e più “alto”, solo perché mercificabile nel mondo del lavoro.

Volendo sganciarsi dal concetto di utile nell’ottica capitalista, si può dire che se è vero che la noia è meravigliosamente inutile, essa potenzialmente può donare (nella dimensione gratuita di tale atto) molti benefici a chi la sperimenta.

Dedicarsi alla noia significa innanzitutto fare spazio. Fare spazio nella propria vita vuol dire riconoscersi la libertà di poter condurre un’esistenza valida anche al di fuori della performatività. E se da una parte ci vuole privilegio sociale per concedersi lo spazio e il tempo fisico della noia, dall’altra ci vuole un grande coraggio per costruire anche solo lo spazio interiore in cui affermare questa libertà: perché non è facile trovare un luogo della nostra mente che non sia contaminato dall’ansia sociale di produttività e performatività.

Due avvenimenti recenti spingono oltre questa riflessione: il neonato “Ministero dell’Istruzione e del Merito” e la risonanza mediatica della laurea record di una studentessa veronese.

Sulle criticità della narrazione di quest’ultima vicenda e sulla tossicità arrivista che permea la gran parte del giornalismo italiano, con i corpi ancora caldi degli studenti suicidatisi quest’anno, se ne è parlato tanto e male. Non ha tardato ad arrivare anche l’intervento del Prof. Burioni (dal 2010 al 2017 direttore della scuola di specializzazione in microbiologia e virologia proprio presso l’Università privata Vita-Salute San Raffaele), il quale ha sentito la necessità di difendere pubblicamente l’onore del suo Ateneo, ma considerata la problematicità delle sue dichiarazioni – ha parlato di una sorta di “invidia sociale” in Italia –   probabilmente avrebbe fatto meglio ad astenersi dal commentare.

 Sul primo avvenimento, invece, basterebbe limitarsi ad ascoltare la dissonanza concettuale dell’accostamento di “Istruzione” e “Merito” nella definizione di questo ministero. Non c’è nulla di più antitetico della meritocrazia rispetto al delicato compito dell’istruzione. In Italia, come sottolinea il saggista Nuccio Ordine, ci sono più fuoricorso che nel resto d’Europa, ma le università che raggiungono l’obiettivo di laureare uno studente nei tempi previsti sono premiate con finanziamenti ad hoc. Gli atenei che, invece, non rispettano i tempi ministeriali subiscono delle sanzioni.

Il risultato è che il sistema premia chi è già in vantaggio e punisce chi è in svantaggio. Non solo, ma non fa nulla per analizzare e combattere non gli svantaggiati ma le cause dello svantaggio. Il risultato è l’accentuazione delle disparità, del classismo e l’immobilità della scala sociale.

La Scuola è stata svilita e umiliata nel suo ruolo più autentico e svincolato dalle logiche del profitto. L’alternanza scuola-lavoro è il frutto abominevole di questa mercificazione del sapere, nonché la matrice di quelle morti che sono a tutti gli effetti omicidi di Stato.

Il compito fondamentale della Scuola dovrebbe essere quello di fornire un Sapere che, libero da ogni logica utilitaristica, permetta una fioritura personale attraverso l’esperienza di un bene non quantificabile, attraverso l’amore per il disinteresse e per il Bello, e quindi anche per la Noia.

La logica dominante tende ad essere la seguente: chi si presta all’esercizio filosofico della noia non è produttivo, chi non produce non è meritevole. Solo la produttività, nella misura in cui restituisce un profitto, è premiata. Il nostro tempo è considerato ben speso solo se capitalizzato; quindi, il nostro tempo in realtà è tutto fuorché nostro: una risorsa potenzialmente libera e creativa, ma resa “produttiva”, perché messa esclusivamente al servizio dei mezzi di produzione e di chi li possiede; e quando invece il tempo è consacrato all’inutile, è considerato tempo perso.

Allora che immenso atto rivoluzionario sarebbe quello di scegliere volontariamente di disegnare e occupare lo spazio fisico e metafisico della Noia e difenderlo da chi lo vuole “a tutti i costi” economizzare?

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Dominica Lucignano

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