Veganesimo e femminismo: qual è il loro legame?

Quando, ormai due anni fa, ho scelto di diventare vegetariana l’ho fatto principalmente per gli animali. Dicevo di amare gli animali, ma in realtà li mangiavo: mi sentivo ipocrita per questo e non lo sopportavo. Devo ammettere che da quando non mangio più carne mi sento più in pace con me stessa e più in armonia col mondo che mi circonda. Mi sento più “leggera”, non so spiegarlo in altro modo. Col tempo, però, mi sto rendendo conto che essere vegetariana non è sufficiente. Ho capito che il veganesimo è la strada che dovrei – e che dobbiamo – percorrere per rendere il mondo un posto migliore, più giusto e più rispettoso, per noi stessi, per il mondo e per gli altri esseri viventi che lo abitano. 

Recentemente mi sono particolarmente interessata al legame tra veganesimo e femminismo, che è ben più radicato di quanto si pensi. Siccome mi ritengo femminista, cerco di mettere un’impronta femminista in tutto ciò che faccio: non può essere altrimenti, perché il femminismo fa parte di me. A tal proposito, al giorno d’oggi il femminismo non può essere considerato tale se non abbraccia anche i diritti degli animali.

Esiste proprio un termine per indicare questa corrente del femminismo, ovvero “ecofemminismo”. É stata la femminista francese Françoise d’Eaubonne a coniare il termine a metà degli anni Settanta. Secondo la Treccani possiamo definire l’ecofemminismo come una “corrente del femminismo che si ripropone di coniugare la difesa dei valori e dei diritti delle donne e la salvaguardia dei territori, della comunità, della biosfera, della salute”, ma anche come una “proposta politica anti-razzista, anti-sessista e anti-elitaria orientata al cambiamento delle attuali relazioni di dominazione, verso la creazione di una società più equa e inclusiva e attenta alla cura della nostra casa comune”. Più semplicemente, l’ecofemminismo si basa sul fatto che la condizione delle donne e quella dell’ambiente siano strettamente legate.

In merito a ciò, negli allevamenti le differenze tra i sessi sono esacerbate, con lo scopo di sostenere un sistema capitalistico che prospera sulla schiavitù sessuale di un altro individuo. É di individui infatti che si parla, di singoli animali che possiedono una dignità e che meritano rispetto. In senso più ampio è possibile affermare anche che esiste uno stretto legame tra l’ottica capitalista e quella patriarcale. Gli animali di sesso femminile negli allevamenti sono visti e considerati solo per la loro capacità di riprodursi, quello è il loro scopo nella vita.

Si tratterà di narrazioni già sentite, ma è importante ribadire questi concetti. Per quanto riguarda i bovini, ad esempio, i vitelli maschi vengono uccisi molto presto perché la loro carne è più apprezzata. Le mucche femmine, invece, vengono allevate per essere ingravidate. Quando i loro piccoli nascono vengono quasi subito strappati alle loro madri, le quali verranno collegate ai macchinari che estraggono il latte materno. Il ciclo, poi continuerà a ripetersi fino a che la mucca sarà stremata, al limite delle sue forze. A quel punto o morirà oppure verrà uccisa, per ricavarne la carne. 

Non so voi, ma io in questi concetti noto molte somiglianze con tutta la questione del controllo del corpo femminile esercitata dal patriarcato. L’oppressione esercitata verso le donne e quella esercitata verso gli animali sono strettamente collegate. Le somiglianze sono evidenti e, lasciatemelo dire, inquietanti. Il tema del controllo del corpo femminile è infatti inseparabile dal concetto di patriarcato. Esso comprende molti concetti chiave come l’aborto, la sessualità, la prostituzione, la contraccezione, gli standard di bellezza stereotipati e la stigmatizzazione dei corpi non conformi.

Quando si parla di “controllo del corpo femminile”, si parla soprattutto di oggettivazione del corpo delle donne. Fin dalla nascita del femminismo negli anni ‘70 le donne hanno sempre lottato perché il loro corpo non fosse ridotto a oggetto, con sole funzioni sessuali e riproduttive. Uno degli obiettivi del femminismo è proprio quello di rovesciare questa visione e far capire al patriarcato che la donna è un soggetto con capacità di scelta e dotato di dignità. Incredibile come i concetti ritornino, non vi pare? 

Oltre a ciò, c’è un’altra questione interessante da analizzare, che collega il consumo di carne alla mascolinità, spesso tossica. Ne parla ad esempio la scrittrice americana Carol Adams nel suo libro The sexual policy of meat. Molto spesso si associa il consumo di carne all’uomo, rappresentato come forte e dominante, al contrario della donna rappresentata come debole e sottomessa. Allo stesso tempo, di frequente vediamo il fatto di rinunciare alla carne e ai prodotti animali in relazione al sentimentalismo che si presuppone sia tipico delle donne. In altre parole la carne è sempre stata, più o meno implicitamente, simbolo e strumento del patriarcato. 

Sostanzialmente i punti chiave del femminismo, dell’ambientalismo e del veganesimo sono gli stessi. In tutti questi casi si vuole ottenere inclusione, eguaglianza e rispetto, seppure con modi e obiettivi differenti. Ecco perché la lotta per i diritti delle donne e per la parità di genere è e deve essere intrinsecamente legata alla lotta per la protezione dell’ambiente e per la tutela degli altri esseri viventi. Lo sfruttamento delle risorse naturali e degli animali si basa, infatti, sugli stessi principi e sulle stesse convinzioni del sessismo. Lo scopo del patriarcato è proprio quello di esercitare il controllo sul mondo, in modo tale che nulla cambi e che gli uomini continuino ad esercitare il potere, anche tramite la forza e la violenza. 

Per riassumere, il patriarcato continua ad esistere per via del controllo e dello sfruttamento che esercita a più livelli. L’unico modo per migliorare le cose e creare un mondo libero dalla violenza, in tutte le sue declinazioni, è allenare l’empatia verso gli altri, compresi gli animali, e capire che noi umani siamo profondamente connessi alla natura che ci circonda. Anzi, che siamo parte di essa.

Esercitare l’empatia passa anche attraverso la nostra alimentazione, perché il nostro modo di nutrirci è strettamente legato al nostro modo di vivere. Sia chiaro, essere vegani non significa essere perfetti e non impattare il mondo in alcun modo. È difficile, se non impossibile, essere vegani, ambientalisti e femministi perfetti, ma la perfezione è irraggiungibile e non dovrebbe essere l’obiettivo. Per tutti questi motivi voglio impegnarmi tutti giorni per diventare una vegana, un’ambientalista e una femminista non perfetta, ma migliore.

Elisa Manfrin

Elisa Manfrin

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Ultimi Post

La donna in quanto soggetto. Intervista a Kaethe Kauffman

Arte

FANTASMI: le donne di mafia

Attualità, Femminismo, Storia

SIBILLA ALERAMO: AGLI ALBORI DELLA LETTERATURA FEMMINISTA IN ITALIA

Letteratura, Storia

Il congedo mestruale: a che punto siamo?

Attualità, Femminismo

Cookie & Privacy

Noi e terze parti selezionate utilizziamo cookie o tecnologie simili per finalità tecniche e, con il tuo consenso, anche per altre finalità come specificato nella Privacy Policy
Puoi acconsentire all’utilizzo di tali tecnologie utilizzando il pulsante “Accetta”. Chiudendo questa informativa, continui senza accettare.