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La Napoli della Resistenza: la ribellione di donne e “femminielli”

In occasione della celebrazione del prossimo 25 aprile, giorno della liberazione nazionale dal nazi-fascismo, ricordiamo le moltissime storie di partigiani e partigiane che hanno combattuto in prima linea in nome della libertà e dell’autodeterminazione. La data del 25 aprile 1945, infatti, rappresenta simbolicamente il culmine della Resistenza. Quel giorno il Comitato di Liberazione Nazionale proclamò l’insurrezione in tutti i territori ancora occupati dai nazifascisti, prevalentemente al Nord Italia.

Quando si parla di Resistenza si fa riferimento soprattutto al Nord Italia, ma spesso si dimentica che anche nel Sud ci sono stati eventi di rivolta e liberazione a partire dal ’43, dopo l’armistizio di Cassibile. Certamente in numero minore e di più breve durata, ma alcuni molto significativi.

Emblematico in questo senso è il caso di Napoli, la prima città italiana a liberarsi dall’occupazione tedesca tra il 27 e il 30 settembre 1943 con un’insurrezione popolare che anticipò l’arrivo delle truppe alleate. Emblematica anche, e soprattutto, per la natura della rivolta. L’anima di questa insurrezione popolare infatti furono soprattutto le donne e i cosiddetti femminielli, motivo per cui questo episodio rappresenta un esempio di Resistenza “negata”, perché a lungo dimenticata dalla storia, ma è probabilmente una delle più importanti lezioni di integrazione dell’Italia contemporanea.

Breve storia dei femminielli

I femminielli sono figure omosessuali tipiche della tradizione popolare partenopea. Il termine è anche usato in maniera dispregiativa per indicare un “uomo d’aspetto effeminato” (Treccani). Storicamente indica appunto i maschi omosessuali napoletani vestiti da donne. È spesso usato, accanto al termine Il femminiello, anche La femmenella. La definizione corretta forse sarebbe Il femmenella, un accoppiamento di maschile-femminile che ben rende la vera ambiguità di questa figura di confine, rappresentante provocatorio del “terzo sesso”.

Figura non del tutto integrata nella società, è riuscito storicamente a guadagnarsi una posizione privilegiata grazie alla partecipazione alla cultura folkloristica locale. Esempi sono la tombola vajassa e la figliata. La prima è una tombolata al quale partecipavano esclusivamente femminielli e donne. La seconda costituisce un rito di fecondità: il femmenella simulava la gravidanza e poi il parto, terminando il rito con una sbornia.

Durante il fascismo, che sdogana la virilità intesa come forza e risolutezza quale tratto distintivo del sesso maschile, i femminielli sfidavano la morale comune. Caduto il fascismo, non sono mancate le storie delle loro relazioni con i soldati americani.

In molti casi però queste figure sono state emarginate e spesso costrette alla prostituzione come unica professione aperta al loro ruolo e spesso gestita dalla camorra. Oggi la figura del femminiello è ancora presente sul territorio, seppur in misura minore. Il termine a Napoli permane e può riferirsi a più identità sessuali, da quella transgender a quella omosessuale o pansessuale.

Carmelo Cosma, conosciuto come “la Tarantina”, è la prima donna transgender pugliese approdata a Napoli. Oggi è l’ultimo tra i femminielli napoletani. Ripudiata da bambina dalla famiglia d’origine, è stata accolta dal popolo partenopeo ed è diventata il simbolo della cultura dei femminielli contemporanea.

I femminielli durante le Quattro giornate di Napoli

Quando il 23 settembre 1943 l’Editto di Scholl impose alla popolazione la chiamata alla leva, su 30 000 persone rispondenti ai requisiti se ne presentarono solo 150. All’inadempienza il comandante Scholl rispose con un ordine di rastrellamento e fucilazione. A quel punto la popolazione si rivoltò e scese in strada: erano iniziate le Quattro giornate di Napoli. Già dal 26 settembre una folla a maggioranza femminile si scatenò contro i rastrellamenti tedeschi, liberando molti giovani destinati alla deportazione.

Il terzo giorno di battaglia, il 29 settembre, si distinsero proprio i femminielli nel quartiere popolare San Giovanni dove vivevano in molti. Come ricordato su L’Espresso dal partigiano Giovanni Amoretti, una decina di femminielli combatterono in prima linea a fianco dei partigiani, poiché “non avevano nulla da perdere”. La società li rispettava culturalmente, ma entro certi limiti. Lì poterono paradossalmente godere della temporanea rimozione delle barriere patriarcali ed eteronormative.

Maddalena Cerasuolo e la rivolta delle resistenti

Al fianco dei femminielli si ricorda l’importante apporto alla lotta da parte della popolazione femminile napoletana che ha la sua rappresentante nella partigiana antifascista Maddalena Cerasuolo. In varie interviste realizzate successivamente, proprio lei racconta di come la rivolta delle Quattro giornate sia stata iniziativa delle donne, decise a nascondere e difendere, dopo l’editto Scholl, mariti, figli e fratelli.

La stessa Maddalena Cerasuolo fu coinvolta nella lotta perché spinta dal desiderio di seguire il padre antifascista nella difesa del fratello, tra i chiamati alle armi dell’editto. Partecipò ai vari scontri cittadini, fra cui quello più noto del quartiere Materdei, organizzato per impedire ai tedeschi di impadronirsi di una fabbrica in cui si erano asserragliati. Cerasuolo si offrì di recarsi sola in avanscoperta per calcolare il numero di soldati presenti e successivamente di andare a trattare direttamente con gli ufficiali. Contribuì inoltre a difendere il Ponte della Sanità con i partigiani dei rioni Materdei e Stella.

Dopo liberazione della città fu chiamata come collaboratrice dai servizi segreti britannici per alcune missioni speciali oltre la linea Maginot e in Corsica. Terminata la guerra, fu insignita della medaglia al valore di bronzo.

E’ importante ricordare, oltre al ruolo fondamentale dei partigiani, come già si fa, anche quello che la popolazione civile ha avuto nella lotta dell’Italia contro l’oppressione nazi-fascista. Al pari dei soldati, questa gente ha dato dimostrazione di presa di coscienza sociale e forza d’animo. Donne e femminielli, invece di restare a guardare, hanno scelto di avere parte attiva. Sono intervenuti in prima persona nella lotta contro l’ingiustizia sociale forse perché erano i più abituati ad essere quotidianamente vittime proprio di quella stessa ingiustizia, che tristemente li colpisce e ci colpisce ancora oggi.

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Alessia Merra

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