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Intervista a Fatima EFFESEI dei RADICE CUBICA: il racconto di una generazione nel panorama musicale partenopeo

Il gruppo hip-hop/crossover “Radice Cubica” nasce nel 2013 dall’unione artistica di Effesei, Lilo Frank e Onnis. Abbiamo dialogato con Fatima Panagia, in arte Effesei, musicista napoletana che ha esordito come solista pop per poi sperimentare la fusione di generi da cui nascono i Radice Cubica.

Cosa vi accomuna e cosa vi distingue musicalmente?

Le nostre origini musicali sono totalmente differenti. Io ad esempio ho cominciato col genere pop e i concorsi canori, Lilo Frank con il rap e Onnis con il rock. Questo è un importante punto di forza perché ci permette di sperimentare di volta in volta generi diversi. Ci accomuna sicuramente l’ideologia dietro i testi che scriviamo: trattiamo temi delicati come il razzismo e la violenza di genere. Diamo voce alle minoranze, raccontiamo le marginalità.

Il nome del gruppo esprime il profondo legame con le vostre origini partenopee. I vostri testi fanno spesso riferimento al senso di appartenenza viscerale che si ha con Napoli. Sia in “Napule” che in “Italian Trash” emerge la contraddizione che si vive in questa terra tra stereotipi un po’ veri e un po’ falsi, luoghi comuni ad impronta turistica, le difficoltà che solo chi affronta può saper raccontare (“camorra e munnezza nun parlà si nun saje“), il pensiero di intere generazioni di emigrati che cambiando città rimpiangono Napoli allo stesso modo di come si piange la separazione da “una mamma che vo bben e figl“. Nella tua esperienza di vita e lavoro che rapporto hai costruito con questa città?

L’essenza del nome Radice Cubica è proprio quella di sentire di essere parte di una terra da cui ti puoi allontanare sapendo che essa non può mai allontanarsi da te: sono le tue origini, è da dove si è partiti. Napoli ha condizionato e condiziona il mio modo di essere e di raccontarla attraverso la musica. Il boom turistico e mediatico che sta vivendo questa città non raccontano però la realtà di chi la vive. La piaga del lavoro nero e stipendi miseri sono solo una parte del pane quotidiano. La napoletanità è rivendicata sempre più come orgoglio, come valore aggiunto, ma non è stato sempre così anche in tempi recenti. Ad esempio, un giorno andammo ad un live a Roma e quando arrivò il momento della nostra canzone il presentatore annunciò che eravamo di Napoli. Immediatamente notammo che il pubblico si distolse e questo all’epoca mi segnò profondamente. Capii che probabilmente le mie origini partenopee avrebbero potuto condizionare la mia carriera nella misura in cui l’antimeridionalismo sarebbe stato ancora così marcatamente presente in Italia.

Qual è secondo te la posizione di una donna che si affaccia nel panorama dell’industria musicale in Italia? Rispetto ai tuoi colleghi noti differenze nel modo in cui la tua professionalità viene percepita all’esterno?

Effettivamente noto che la mia musica viene spesso presa “sotto gamba” ogni qual volta mi capita di andare ad un live o di far ascoltare un mio brano. Ancora mi ritrovo di fronte facce meravigliate, come se una donna non potesse fare rap e si dovesse limitare al repertorio di canzoni d’amore infranto. Un altro aspetto sessista che noto nell’industria musicale è quello estetico: la performance femminile è valutata molto anche in base a quanto sia curato l’aspetto estetico, negli uomini questo è molto meno rilevante e si punta a valorizzarne il talento. Per me fare rap è una rivincita personale: appropriarmi di un genere che è stato storicamente di dominio maschile, scrivere testi in cui rivendico e affermo la mia identità artistica al di là degli stereotipi.

In “vetri sporchi” traspare la rabbia nei confronti delle critiche riversate sul vostro lavoro da chi evidentemente aveva il potere (soprattutto economico) di giudicare/bocciare i vostri progetti. Cosa avete dovuto affrontare come artisti emergenti?

In “vetri sporchi” ognuno di noi ha voluto attribuire al testo un significato diverso. Abbiamo voluto rappresentare le critiche e le ostilità ricevute che per noi sono come acqua su vetro e che scivolando non riescono a ferire. Nel mio contributo a questo brano ho voluto raccontare il mondo del lavoro che ci rende insoddisfatti nelle condizioni e nelle retribuzioni entro cui si svolge, alimentando il malessere che poi viene riversato nel rapporto tra colleghi. Come in una guerra tra poveri di cui beneficia il padrone e che distoglie l’attenzione dal padrone stesso, da colui che l’ha generata: “lingue sul cul0 del padrone per fare le ferie, lui convinto che coi soldi può comprare l’universo, non li mangia per paura che gli vanno di traverso”.

La vostra musica parla di marginalità, voglia di riscatto, voglia di futuro ma anche di futuro annebbiato. In “siamo ancora qua” si sottolinea la responsabilità dello Stato nel creare le condizioni di marginalità, abbandonando a se stessi gli emarginati. È naturale e legittima la rabbia di questi ultimi. È una critica efficace alla falsa retorica del “se vuoi puoi”, secondo la quale se non ce l’hai fatta è perché non l’hai voluto abbastanza, come se tutti potessimo permetterci il futuro che desideriamo, non partendo dalle stesse condizioni di base. In “effetto farfalla” invece, senza ribaltare completamente questa visione, viene lanciato un grande messaggio di speranza: la possibilità di cambiare il mondo a piccoli passi. È possibile realizzare sempre l’effetto farfalla? Qual è la tua visione rispetto all’idea di destino e a quella di libertà?

Dalla fisica alla psicologia l’effetto farfalla è un vero e proprio principio di vita. Anche la più piccola azione finisce per produrre un grande cambiamento nel breve e lungo termine. Ognuno di noi è chiamato a fare la propria parte anche con minimi gesti che possono impattare positivamente sulla collettività: la gentilezza, un sorriso, un saluto caloroso anche quando sembrano non esserci motivi. Con questo spirito si costruisce il senso di appartenenza ad una comunità, che poi è anche quello che fa la musica: dare voce ad ogni tipo di pensiero. Quello che noi ci sentiamo di comunicare come Radice Cubica è che possiamo essere un riferimento per i nostri ascoltatori, possiamo e vogliamo essere “voce di popolo”. Nella canzone “siamo ancora qua” vogliamo ribadire che nonostante tutto niente può buttarci giù, continueremo a fare della nostra musica uno strumento di lotta e di cambiamento.

Un testo che affronta un tema molto delicato è “non moriremo soli”, in cui si parla esplicitamente di violenza sulle donne: violenza fisica, economica, psicologica. Come è nato questo pezzo?

Non moriremo soli” nasce dall’idea di dare voce e sostegno a tutte le persone che si ritrovano vittime di violenza, in primis donne vittime di violenza patriarcale. Nel testo affermiamo “se non lotti per prima non lo fa nessun altro”, e purtroppo è vero. La solitudine e l’isolamento che vivono le donne vittime di violenza domestica non permette loro di essere raggiunte facilmente da un supporto sociale adeguato. Questo pezzo nasce per l’associazione Frida, una onlus che agisce per la prevenzione ed il contrasto della violenza contro le donne. Riconoscere i meccanismi della violenza non è semplice, è la violenza stessa che fa sentire sbagliate le vittime e che spinge a giustificare i comportamenti tossici dei propri carnefici. Per non morire sol3 è necessario farsi rete, proteggere e sostenere le donne che subiscono ogni tipo di abuso.

A cosa stai lavorando?

Abbiamo cominciato un format su Instagram chiamato “A casa dei Radice Cubica” per far conoscere artisti emergenti che vogliamo supportare creando uno spazio sicuro e ospitale in cui possiamo intervistarli tramite diretta instagram. Questo spazio è aperto a tutti gli artisti e non solo a chi si occupa di musica. L’obiettivo è ospitare a casa nostra e scambiare idee con chi come noi ha il desiderio di promuovere la propria esperienza artistica a livello locale e nazionale.

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Dominica Lucignano

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