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Come e perché il “male gaze” è stato adottato dalle prime autrici italiane

La mia esperienza di lettrice, studentessa e semplicemente cittadina mi ha insegnato e fatto capire soprattutto negli ultimi anni quanto il discorso pubblico (e privato) sia poco abituato a pensarsi e presentarsi in una prospettiva non patriarcale. A partire dalle narrazioni dei libri, dei media, delle più svariate forme d’arte e delle pubblicità, la maggior parte delle volte la prospettiva adottata è sempre quella della classe dominante maschile, eteronormativa, misogina e più o meno velatamente violenta. Tale è la sua forza e la sua persuasività che anche quando si arriva ai massimi vertici dello Stato, la nostra attuale Premier Giorgia Meloni senta la necessità di dover esplicitamente richiedere di essere chiamata con l’appellativo maschile “il Signor Presidente”. La studiosa e docente Daniela Brogi direbbe che Meloni concepisce lo spazio delle donne come “la sedia in più da aggiungere”.

Evidentemente la possibilità di utilizzare desinenze al femminile per professioni più prestigiose fa ancora tanto paura. In generale, per ottenere la legittimazione di cui si ha necessità, ancora oggi molte donne avvertono la necessità di adottare in tutto e per tutto un tipo di sguardo sessualmente connotato al maschile, che per certi versi è ancora l’unico modo per ottenere visibilità.

Di cosa si parla quando si parla di “male gaze”

Secondo la teoria femminista, lo sguardo maschile (in lingua inglese male gaze) è l’atto di raffigurare l’universo femminile, nelle arti visive e nella letteratura, da una prospettiva maschile eterosessuale, che porta ad una rappresentazione delle donne come oggetto sessuale atto a soddisfare lo spettatore maschio. Questo è vero non solo quando si parla di soddisfazione sessuale del maschio. Il male gaze infatti permette di interpretare il mondo alla stregua del soddisfacimento maschile sotto ogni punto di vista.


La critica cinematografica Laura Malvey è stata la prima a parlare di male gaze nel saggio Visual pleasure and narrative cinema. Nel suo scritto mette in evidenza come il cinema tradizionale sia stato fatto per compiacere il maschio eterosessuale e il suo voyerismo. La sua intuizione però ha permesso di riconoscere questo tipo di approccio in moltissimi altri campi artistici.

Scrittrici italiane e male gaze

In letteratura questo è sempre stato molto evidente. Se prendiamo in considerazione la letteratura europea e italiana sin dalle sue origini, influenzate a loro volta dalla letteratura classica, notiamo come le donne siano state riprese dagli autori sempre da un’angolazione esterna quanto estranea. Ciò ha reso queste rappresentazioni prevalentemente stereotipate. Due stereotipi su tutti quelli a lungo perpetrati: la femme fatale e la donna angelo.

Stupisce però notare che queste stesse narrazioni sono state adottate anche dalle primissime autrici affermate della nostra narrativa, a cavallo tra Ottocento e Novecento. Se da un lato infatti la scrittura è stato per le donne, prima di altri campi, un modo per uscire dal silenzio, dall’altro diventare propriamente scrittrice era un ruolo difficile da conquistare. Significava esporsi al giudizio di stranezza, dettato dal fatto che non si era abituati a vedere una donna rivestire quel ruolo.

Per questo in moltissime hanno sentito la necessità di giustificare il motivo del proprio lavoro, tante altre di nascondersi sotto pseudonimi maschili. Altre ancora di adottare nei loro romanzi una prospettiva che ammiccasse allo sguardo maschile nel tentativo di non presentarsi come una minaccia. Potremmo dire in analogia a quello che fa oggi Meloni da donna che cerca legittimazione quale capa del governo. Il suo è un ruolo mai rivestito prima da nessuna, pertanto straniante per l’opinione pubblica abituata a concepire i ruoli di prestigio e responsabilità al maschile. Lungi da me però giustificarla, non si può dire che non avesse scelta. Il “Signor Presidente” Giorgia Meloni poteva scegliere un appellativo al femminile, ma ho optato per la via più facile e anche, si può dire, coerente con il suo pensiero politico.

Nell’Italia a cavallo tra i due secoli la possibilità di scelta era certamente meno scontata. La maggior parte delle autrici era autodidatta e si ritrovò a combattere contro una società che escludeva totalmente le donne dalla cultura. In quel periodo galvanizzavano ancora la scena critici letterari come Giovanni Boine, il quale affermava per esempio che le donne “scrivono per esibirsi: come passeggiano per la strada o come si scollano a teatro”, e che i loro libri “prolungano le occhiate, il profumo, il dondolamento dell’anche” mirando sempre “com’è naturale ed è giusto all’eccitamento del maschio”. Il male gaze, appunto.

Così anche valenti scrittrici come Vivanti, Neera o Guglielminetti, pur impegnate nel rappresentare i drammi dell’infelicità femminile, hanno finito spesso per contrastare pubblicamente le rivendicazioni del femminismo allora nascente che si prefiggeva di conquistare i diritti economici, civili, politici delle donne. Quindi hanno ceduto il passo nelle loro opere a cliché letterari ormai largamente affermati.

Ritroviamo così le eroine dei romanzi di Amalia Guglielminetti – autrice e poeta torinese – descritte come donne meschine, intriganti e perverse, sempre rispondenti al modello ‘decorativo’ imposto dall’ideologia dominante.


Lo stesso si può dire di Annie Vivanti, scrittrice che corrisponde pienamente a quanto la critica letteraria maschile si attendeva allora da una letterata. Il suo romanzo I divoratori del 1911 innalza un monumento alla maternità quale scopo unico dell’esistenza femminile. Propone infatti le storie delle tre protagoniste che abbandonano le loro professioni per dedicarsi allo scopo primo della vita.
Sempre Vivanti nel suo Circe offre ancora un esempio di ammaliatrice dannunziana, incarnata da Tarnoswka, donna che semina attorno a sé dolore e devastazione, seppur con un maggiore approfondimento psicologico rispetto ai precedenti letterari.


A metà strada possiamo collocare la scrittrice Neera. Le sue opere più tarde, successive al suo più famoso Teresa, presentano personaggi più distanti dallo stereotipo. In gran parte, però, della sua produzione narrativa e in tutta quella teorica (penso ai saggi L’Amor platonico e Idee di una donna) la scrittrice rivendica con forza la veridicità di temi quali la sacralità dei ruoli contrapposti di uomo e donna e l’esaltazione della mistica della maternità.

Cos’è cambiato e cosa resta uguale

Di pari passo con le prime conquiste sociali delle femministe, si affacciò in campo letterario un nuovo panorama di giornaliste, saggiste e autrici che affrontavano nei loro testi letterari e non queste nuove questioni. Si affermavano così anche in letteratura nuove visioni e nuovi racconti sul femminile che adottavano prospettive più realistiche. Non si aveva ancora coscienza né una definizione di male gaze, ma di certo gli stereotipi iniziavano ad essere riconosciuti e ribaltati.

Tuttavia ancora nel secondo Novecento Elsa Morante e Natalia Ginzburg volevano essere chiamate “scrittori” e non “scrittrici”. Questo perché il loro tempo, come quello di Oriana Fallaci, era ancora un tempo storico in cui per essere prese sul serio bisognava cercare di somigliare il più possibile ai maschi. Dichiarava Ginzburg ne Le piccole virtù: “Desideravo terribilmente scrivere come un uomo, avevo orrore che si capisse che ero una donna dalle cose che scrivevo”.

Riscontrare tutt’oggi in letteratura, così come in altri campi artistici, una data difficoltà nel dare alle voci delle donne lo spazio e la legittimazione a cui naturalmente dovrebbero avere diritto, ci dà un’idea di quanto arduo sia stato farlo ieri. E di quanto ancora forte sia la resistenza posta dall’apparentemente invisibile regime patriarcale al riconoscimento delle opere artistiche delle donne.

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Alessia Merra

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