Attualità

Damnatio memoriae e Cancel Culture: dal potere costituito al Call Out sociale

Introduzione

#MeToo, Black Lives Matter sono i principali catalizzatori di un fenomeno socioculturale che sta interessando il nostro periodo storico: quello della cancel culture. E’ un fenomeno che trova la sua espressione soprattutto nel mondo digitale ed ha come mezzo d’azione il ritiro del supporto a determinate figure pubbliche, aziende, istituzioni che hanno agito e parlato in maniera offensiva e contraria rispetto ai valori etici. La finalità è quella di togliere loro potere e conseguentemente dare voce a coloro che sono oppressi.

Il #MeToo ha permesso a molte donne, anche figure pubbliche, di riportare episodi di violenze subiti trovando supporto e denunciando un sistema di potere maschile. Considerando questi aspetti, la cancel culture ha radici reattive (reazione ad un sistema di potere) e non punitive, rappresenta uno strumento di tutela delle minoranze che trova il suo meccanismo nel CALL OUT (richiamo pubblico) i cui obiettivi sono:

  • assunzione di responsabilità
  • risarcimento sociale e possibilità di avere finalmente voce
  • riscrivere la storia (attraverso la decolonizzazione culturale e storica)

Possiamo mettere in paragone il fenomeno digitale moderno della cancel culture con la pratica romana della damnatio memoriae? In parte sì, il punto di contatto tra i due fenomeni è il controllo della narrazione pubblica ed il potere di raccontare il passato.

Entrambi toccano la grande paura umana di essere dimenticati e negano la sopravvivenza nell’immaginario collettivo. Le differenze stanno nel punto di partenza e nel modo: la cancel culture parte dal basso, dal popolare/sociale, è rapida e mediatica, ma anche volatile. La damnatio memoriae invece partiva dall’alto (istituzionale), come condanna legale dei propri nemici ed era definitiva. Era un sistema di controllo politico usato dal potere costituito, che si differenzia dalla cancel culture che è invece reazione all’impunità provocata dal potere costituito.

L’oppressione come struttura

Il diritto ad essere ricordati è un privilegio di genere e classe. Basti pensare alla damnatio memoriae di genere, intesa come la prassi sociale, accademica e maritale delle mogli ombra: donne lasciate ai margini della storia, negate e represse.

Per le donne non è una condanna post crimine (come avveniva in epoca romana), ma una forma di negazione cronica del poter agire. La donna è l’altro, il diverso. E’ colei che viene definita in base a ciò che l’uomo non è, una deviazione. Non le era concesso di lasciare traccia nella storia, se non rispettando i parametri maschili (o addirittura religiosi).

La memoria pubblica storica racchiude in sé uno status quo: le statue occupano uno spazio pubblico di celebrazione ed onore. L’oppressione viene in questo modo naturalizzata. Obiettivo della cancel culture è contestare quest’onore pubblico e permettere la revisione della narrazione, che ricordiamoci è scritta dai vincitori, per cui non può essere considerata oggettiva.

Contestare l’ordine sociale significa contestare il potere; la stessa etimologia della parola contestare porta con sé il significato di mettere in discussione. E’ l’atto di negare, a chi detiene il potere, il diritto di scrivere la storia come se fosse l’unica possibile. La memoria non è neutra, ma oppressiva.

Il digitale ha portato con sé la rottura di queste asimmetrie di potere e dato visibilità alle voci.

La cancel culture non è universale nei suoi contenuti e nelle sue cause storiche ma universale è la sua funzione digitale. Ne è un esempio il razzismo: negli USA si reagisce alla schiavitù e alla segregazione, in Europa al colonialismo, la migrazione e la disuguaglianza. Possiamo anche parlare di privilegio della traccia: la storia che abbiamo conosciuto finora e che è considerata come “valida” è quella degli oppressori.

Opporsi all’ordine sociale costruito su questa storia fa paura: è una minaccia esistenziale perché noi colleghiamo la nostra identità personale alla verità storica. Il rischio? Quello di perdere il fondamento della propria identità e il senso di sicurezza sociale che ne consegue. Per questo la tendenza comune è ancora quella di difendere una presunta immutabilità della storia.

Consideriamo che l’identità dell’individuo spesso si basa sull’essere parte di un gruppo dominante: in questo contesto non distruggiamo il passato ma il privilegio che quel passato ha creato nel nostro presente.

Contestualizzazione vs Assoluzione

La paura viva è quella di perdere il privilegio di non dover mai mettere in discussione la storia.

Spesso si guarda ai colonialisti come figli del loro tempo e per cui giustificati nei loro atti e parole (considerando quel tempo normale, di tutti). Ma quel tempo è comunque un tempo riferito alle norme del gruppo dominante, è il tempo dell’oppressore non di tutti. I movimenti di resistenza esistevano anche allora. Lo stesso linguaggio rappresenta il potere di una classe dominante, ma la moralità esisteva anche allora. Indro Montanelli non avrebbe mai preso in sposa una ragazzina europea eppure ha comprato e sposato una bambina dell’Eritrea. Dal punto di vista biologico che differenza dovrebbe fare il luogo?

Montanelli conosceva il potere del suo raggio d’azione e ciò che gli veniva permesso socialmente in quanto colonialista, anche se considerato moralmente sbagliato dalla sua nazione di provenienza. Un doppio standard: qui non lo posso fare, ma lì sì. Il fatto che una pratica fosse normativa non la rende certo universale o eticamente accettata da tutt*. Il linguaggio usato (definizioni razziali o sessiste) è la manifestazione del potere di una classe dominante, non l’unica verità possibile.

Definire le sue azioni come semplicemente “figlie del suo tempo”, è illogico perché furono in realtà rese possibili dal contesto del colonialismo.

Chiedere contestualizzazione non deve corrispondere all’assoluzione di questi personaggi, ma piuttosto ad un’analisi del potere che ha permesso tali azioni.

Chi chiede contestualizzazione generalmente pretende implicitamente l’assoluzione di questi personaggi. Noi invece chiediamo e vogliamo l’analisi di quel potere.

Se la storia è eventi, il potere invece trova la sua forma nelle modalità di narrazione di questi eventi perché viene decisa una versione. Il dominio ci risulta così diffuso da associarlo ad un qualcosa di naturale e qui si sbaglia. La stessa classe maschile bianca è sembrata per lungo tempo l’unico ordine possibile (con conseguente naturalizzazione del privilegio), ma in realtà è un ordine FRUTTO DI VIOLENZE, scelte e prevaricazioni. Lo vediamo oggi grazie agli innumerevoli studi di genere.

Tre sono gli assi che ad oggi rappresentano il sistema di oppressione: genere (patriarcato), razza (colonialismo), classe (capitalismo).

La cancel culture è sfida all’intersezionalità del privilegio/potere bianco maschile, anche se la reazione è quella di stare stretti ed appesi al proprio status quo considerandolo espressione di un potere naturale. Ma il potere non è mai stato qualcosa di naturale. Le critiche che vengono mosse sono principalmente quelle di censura e dittatura del politicamente corretto. Ma attenzione: non confondiamo la libertà di parola ed espressione con il privilegio di parlare senza conseguenze: ne sono un esempio i nostri attuali ministri. Sento ripetere spesso che non si può più dire niente, ma a me pare che invece viviamo in un’epoca in cui possa essere detta qualsiasi cosa.

La posizione di certi personaggi è l’eredità dell’ingiustizia non di merito, l’oppressione è strutturale. Hanno paura di perdere ciò che ha sempre caratterizzato la narrazione storica: l’impunità. La stessa libertà di espressione dovrebbe essere uguale per tutt* ma non lo è: c’è chi ne detiene il privilegio che ad oggi sta soprattutto nei mezzi di comunicazione.

Non vogliamo la censura, ma che non avvenga negli spazi pubblici la celebrazione e l’onore a persone che sono stati oppressori.

Erica Nunziata

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