È il 1999 quando la Corte di Cassazione italiana, con la sentenza numero 1636, scrive una pagina nera della storia giudiziaria del nostro Paese. In un caso di violenza sessuale, avvenuta nella provincia di Potenza, i giudici annullano una condanna per stupro argomentando che i jeans indossati dalla vittima, essendo aderenti, non potevano essere stati sfilati senza la sua “fattiva collaborazione”.
L’aderenza del capo d’abbigliamento venne interpretata come prova dell’assenza di costrizione, trasferendo di fatto la responsabilità dall’aggressore alla vittima. Era la legittimazione giuridica del victim blaming (colpevolizzazione della vittima). Quella sentenza, divenuta tristemente nota a livello mondiale come la “Sentenza dei Jeans”, scatenò un’ondata di indignazione popolare che portò alla nascita del Denim Day, una giornata internazionale di sensibilizzazione contro la violenza di genere, istituita in California nel 2000 e che ricade l’ultimo mercoledì del mese di aprile.
In seguito a questo caso, la giurisprudenza ha stabilito che l’abbigliamento non può mai essere considerato una scusante per uno stupro né un indice di consenso.
Il meccanismo dello Slut Shaming.
Sebbene la sentenza sia del ’99, essa incarna perfettamente un fenomeno ancora attuale, quello dello slut shaming. Questo termine (letteralmente “vergognare una donna per i suoi comportamenti sessuali”) indica la stigmatizzazione sociale volta a far sentire una donna colpevole, inferiore o “sporca” a causa del suo abbigliamento, dei suoi desideri o della sua vita sessuale.
È la cultura del “Se l’è cercata”, che si manifesta attraverso frasi che sentiamo troppo spesso:
• “Se ti vesti così, è normale che passi per una facile.”
• “Lo fa solo per farsi vedere.”
• “Non si vergogna ad essere andata con così tanti uomini?”
Queste espressioni non sono semplici opinioni, ma strumenti di controllo sociale che, storicamente, mirano a limitare una libertà fondamentale: l’autodeterminazione sessuale femminile. Attraverso l’umiliazione, il desiderio di libertà viene soffocato dalla vergogna, che, come sappiamo, è un’emozione socialmente indotta e che agisce come antagonista al diritto inalienabile di vivere la propria intimità.
E su questa parola vorrei soffermarmi un attimo per scrivere una nota etimologica.
La parola intimità deriva dal latino intimus (superlativo di intra) che significa “dentro”. Indica qualcosa di profondo e segreto, a cui non tutti dovrebbero avere accesso.
Quando la società giudica l’intimità, viola questo spazio sacro.
Il “Double Standard” e la dicotomia Santa/Puttana
Alla base dello slut shaming c’è un profondo doppio standard (Double Standard) tipico delle società patriarcali: la sessualità maschile e quella femminile vengono giudicate con metri opposti.m L’uomo è visto come “cacciatore”. Il suo desiderio di conquista e la sua esperienza sessuale sono motivo di vanto e virilità. La sessualità della donna, invece, è accettata solo se “addomesticata”, incanalata nei confini del romanticismo, della monogamia o della riproduzione. Deve incarnare un ideale quasi stilnovista di purezza.
Non appena una donna esce da questi confini, scatta la ‘sanzione sociale’. Si crea così una dicotomia rigida: o si è “sante” o si è “puttane”. Una sessualità vissuta con erotismo, piacere o semplice libertà, se resa visibile, viene punita.
Di questo fenomeno ne parlò già la filosofa Simone De Beavoir, ovviamente non utilizzando il neologismo, cinquanta anni prima. Rileggendo il caso della ‘La sentenza dei jeans’ possiamo pensare a dei riferimenti presenti nel famoso saggio della filosofa ‘Il secondo sesso’del 1949. La donna si trova in una società in cui viene vista come oggetto, come ‘Altro’ che può essere guardato e giudicato, proprio come un oggetto. Ma con Simone De Beavoir ritroviamo anche il miti della ‘santa’ e ‘puttana’ in quanto nel saggio viene analizzato il modo in cui gli uomini hanno dato vita a miti contraddittori al fine di ingabbiare le donne. Da un lato c’è l’ideale della purezza (la Vergine, la Madre, la Beatrice dantesca), dall’altro la donna tentatrice e pericolosa.
Educazione, Stereotipi e Rivendicazione
Ma perché critichiamo così aspramente questi comportamenti? La risposta risiede negli stereotipi di genere radicati fin dall’infanzia. Se educhiamo i bambini categorizzando comportamenti rigidi come “maschili” (aggressivi, attivi) o “femminili” (passivi, accudenti), limitiamo la loro esplorazione e forniamo loro il vocabolario per giudicare chi non si adegua.
Il movimento per la libertà sessuale femminile lavora per scardinare questi meccanismi, rivendicando, così, due diritti fondamentali: Il diritto al consenso che è la base di ogni interazione e Il diritto al piacere che vede la libertà di esplorare la propria sessualità senza giudizi morali.
Contrastare lo slut shaming è un dovere collettivo. Non significa promuovere uno specifico stile di vita, ma difendere la libertà di ogni donna di scegliere il proprio percorso in piena autonomia, senza paura e senza dover mai giustificare i propri jeans o i propri desideri.
L’affermazione che combattere lo slut shaming non significhi “promuovere uno stile di vita, ma difendere la libertà”, è il cuore pulsante del femminismo intersezionale contemporaneo.
Spesso, infatti, le critiche che vengono fatte verso questo movimento sono frutto di una visione sbagliata delle cose. Si crede che si voglia spingere le donne verso la promiscuità ma, in realtà, ciò su cui ci si batte riguarda il potere di scelta. Questa lotta deve essere un dovere “collettivo” e non solo una lotta femminile perché lo slut shaming sopravvive grazie alla complicità silenziosa della società, inclusi gli uomini e le altre donne (spesso vittime di misoginia interiorizzata).
Nel concetto di libertà è importante ritrovare, anche, il diritto all’esplorazione.
Una società libera dallo slut shaming è una società che permette alle donne di vivere esperienze, di cambiare idea, di esplorare la propria identità sessuale senza che il passato diventi una gabbia o un’etichetta indelebile.