Oltre il Mito della “Buona Madre”


​«Perché della maternità adoriamo il sacrificio? Donde è scesa a noi questa inumana idea dell’immolazione materna?» – Sibilla Aleramo , “Una donna”-

Ancora oggi, persiste l’idea che la maternità debba coincidere col sacrificio e che essere madri sia un “dono” tale da esigere una felicità costante, sia durante la gravidanza che dopo la nascita. Tuttavia, i dati smentiscono questa narrazione idealizzata: il 16% delle madri soffre di depressione post-partum, mentre la depressione perinatale colpisce una donna su cinque nel periodo che va dal concepimento al primo anno di vita del bambino.

La maternità è un processo di mutamento profondo; è simile all’adolescenza ​e, per questo, negli anni Settanta, l’antropologa Dana Raphael la descrisse utilizzando un termine da lei coniato: matrescenza. La gravidanza è un viaggio che trasforma il cervello, le facoltà cognitive, la psiche e il senso di Sé (comporta tutto ciò che si verifica durante l’adolescenza).

​Ma se la metamorfosi è così radicale, da dove nasce il mito della “mamma sempre felice”? Si tratta di un costrutto sociale: l’immagine della “Buona Madre” che vive l’evento in modo puramente istintivo e gioioso. Questa idealizzazione crea il cosiddetto “paradosso della madre depressa”, dove il dolore viene stigmatizzato perché considerato “innaturale”. E qui la domanda: ​l’istinto materno esiste davvero?

​Dobbiamo chiederci se l’istinto materno sia un dato biologico o un concetto complesso che fonde neurologia e apprendimento relazionale. Nel regno animale non esiste la “pianificazione familiare”: l’accoppiamento risponde a stimoli ormonali e ambientali (disponibilità di cibo, luce, temperatura). Solo dopo la nascita si attiva il circuito della ricompensa, mediato dalla dopamina, che rende appagante la cura della prole.
​Nell’essere umano, il desiderio di genitorialità appare dunque come un sovrappiù culturale e sociale che va oltre la biologia. Per secoli, l’identità femminile è stata appiattita sulla funzione materna per rispondere ad aspettative familiari e sociali.
​L’amore come costruzione, non come obbligo.
​Anche il concetto di “amore incondizionato” merita una revisione. Come scriveva Fernando Pessoa: 《Non amiamo mai nessuno. Amiamo solamente l’idea che abbiamo di qualcuno. Ciò che amiamo è un nostro concetto, ossia noi stessi».
​Questo vale anche per il legame con i figli. L’amore materno non è un automatismo, ma è condizionato dalla storia personale della donna, dalle sue proiezioni, dal contesto sociale e dalla sua salute mentale. Disturbi di personalità, ansie o stati depressivi possono creare barriere emotive reali. Lo testimoniano anche voci note: da Anna Foglietta, che ha descritto la sua terza gravidanza come un “nemico”, a Hilary Duff, che ha paragonato l’essere incinta a una sensazione alienante.

Accettare che la matrescenza sia una crisi d’identità a tutti gli effetti — che comporta la perdita del Sé precedente — è il primo passo per abbattere il muro della vergogna e dell’isolamento. Se l’amore non è un dato biologico scontato, allora diventa una costruzione relazionale.
​Liberare le madri dall’obbligo di “amare per forza e subito” permette loro di costruire un legame autentico, basato sulla realtà del bambino e non sulle proiezioni idealizzate della società.
Immagine di Alessandra Quarto

Alessandra Quarto

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