Elsa Sahal: ceramica e corporeità

Ho scoperto l’artista Elsa Sahal recentemente a una mostra e l’ho amata sin da subito per diversi motivi. Credo che sia stato davvero un colpo di fulmine, l’ho vista e l’ho scelta. Non poteva essere altrimenti perché ai miei occhi le sue opere sono misteriose, ipnotiche, criptiche. Credo che potrei stare ore ed ore ad osservarle e analizzarle. Le guardi, ma non le capisci del tutto, puoi percepire, alcune volte, che cosa l’artista stia cercando di rappresentare, ma non sempre. Un tronco d’albero? Un mollusco? Un abbraccio? Dei seni? L’artista non lo dice – sempre – esplicitamente e gioca proprio su questo aspetto. Quest’ambiguità è un elemento essenziale del suo lavoro.

Ma chi è Elsa Sahal? Classe 1975, è un’artista contemporanea francese, parigina di nascita. È una scultrice, che principalmente lavora con la ceramica. Oltre a lavorarci, la studia, ci gioca, ci interagisce. Dopo aver studiato all’accademia delle belle arti, la sua carriera conosce un’impennata nel 2002, quando espone in una piccola galleria di Parigi, la Galleria Papillon. Dopodiché, esporrà le sue opere in tutto il mondo, ottenendo riconoscimenti internazionali e cattedre in università d’arte prestigiose.

Come menzionavo, la terra è la protagonista del lavoro di Sahal. Per lei la terra è tante cose allo stesso tempo: contemporanea, ancestrale, antropomorfa, mutevole, carnale, organica. La terra è per lei un modo per riflettere sul tempo che scorre e sulla vita, di conseguenza, poiché la consistenza di questo materiale primitivo cambia costantemente quando la si lavora. La terra, per Sahal, è essa stessa arte, grazie a tutti i significati intrinsechi che contiene. La scultrice la utilizza a sua volta per creare opere d’arte dal significato profondo, femminista, intimo e primitivo. Lei stessa dice che:

La terra è già di per sé corpo. C’è qualcosa di profondamente automorfico in questo materiale, qualcosa di molto fisico, che suggerisce un’iconografia. Anche il registro che io stessa sviluppo sul corpo, sul genere e sulla sessualità, è quasi in qualche modo insito nel materiale stesso. […] La terra è un materiale che si può sempre riutilizzare, si può sempre riciclare. È un materiale contemporaneo. Un materiale indispensabile per la sua permeabilità, la sua malinconia, la sua capacità di trasformarsi.

Le sculture di Sahal hanno un che di divertente perché non le si capisce del tutto, come anticipato. Sono tanto ironiche e buffe, quando sinuose e sensuali. Le linee della terra non possono non far pensare alle morbidezze di un corpo, o di più corpi che si intrecciano, si uniscono, si abbracciano.

Sahal fa infatti esplicitamente riferimento a genere, alla sessualità e all’intimità nelle sue opere. Indica chiaramente che si tratta dei grandi temi che lei vuole affrontare, fra gli altri. In alcune opere questo suo desiderio di manifestare il corpo e di pensare al corpo è più esplicito, si capisce che sta cercando di rappresentare una vulva, una mano o un seno. In altre opere, invece, si può captare che l’artista stia forse rappresentando un corpo nudo e sinuoso, o una qualche escrescenza, ma non se ne ha la certezza. Per questo le sculture di Sahal sono provocatorie e divertenti, perché ci fanno pensare che forse siamo noi a vedere doppi sensi dove in realtà non ce ne sono.

Sahal è un’artista che attraverso la terra parla del corpo in un modo estremamente evocativo. Potremmo dire che le sue opere siano un’ode al corpo femminile. La dicotomia femminile-maschile però non conosce limiti e talvolta si perde, lasciandoci dubitare del nostro sguardo. Talvolta, non sappiamo esattamente se stiamo guardando un corpo femminile o maschile. Di certo però l’artista vuole celebrare indubbiamente la potenza del corpo femminile, rivendicando il suo diritto di esistere così come appare.

Una delle opere che ha creato più scalpore a questo proposito è stata una scultura rosa alta 3 metri, chiamata Fontana. Questa è stata posizionata per diverso tempo, nel 2021, ai Jardins des Tuileries di Parigi e poi, nel 2020, in una fontana al centro di una piazza nella città francese di Nantes. Questa scultura rappresenta, senza ombra di dubbio in questo caso, niente di meno di una vulva che urina. Le colonne che sorreggono le gambe e la vulva sono arricchite da protuberanze che ricordano la vegetazione marina, come spugne o conchiglie.

Come tutte le sue opere, anche in questo caso ci troviamo davanti a una scultura in un certo senso ripugnante, ma anche indiscutibilmente affascinante e dalla quale non riusciamo – per un motivo o per l’altro – a staccare gli occhi di dosso. L’artista stessa la definisce la scultura più narrativa, loquace e femminista che abbia mai realizzato, poiché si tratta di un invito all’occupazione degli spazi in quanto donna, tramite un gesto che, almeno in pubblico, è sempre stato concesso solamente agli uomini.

Un’altra opera assolutamente divina, in tutti i sensi, è Venere, poliedrica e sensuale, realizzata nel 2019. Mi ricorda un totem, composto da seni impilati l’uno sull’altro e una vulva in cima. A mio avviso questa scultura rappresenta l’essenza femminista di Sahal, sovraumana e così terrena allo stesso tempo. Con la sua energia potentissima è un invito all’empowerement femminile e alla celebrazione della parte divina che è in noi.

Astratte e figurative allo stesso tempo, le opere di Elsa Sahal sono un terreno sul quale possiamo dare libero sfogo alla nostra immaginazione. I temi che l’artista include nel suo lavoro sono numerosissimi, e la ceramica per lei è un modo per riflettere sul passare del tempo, sull’origine del mondo, sulla bellezza del corpo che cambia con il materiale, sull’autenticità della femminilià, sulla sfera intima e sessuale.

L’artista crea un universo dove la ceramica, con le sue forme e i suoi movimenti, diventa un mezzo tramite il quale possiamo osservare noi stesse, meditare su noi stesse e sul nostro corpo. La lettura che io do al lavoro di Sahal è un invito a guardarci e ad accettare le parti di noi, fisiche e non, che non ci piacciono così tanto. La femminilità che Sahal descrive, insomma, non è perfetta, non è idilliaca, ma è brutale, reale, grezza, e proprio per questo così potente.

Immagine di Elisa Manfrin

Elisa Manfrin

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