Racconti

Una donna che cammina

Cammino per un luogo che non mi appartiene.
Esco di casa, i miei passi sono più pesanti. È pieno di persone, ma a cui non importa niente di me. Sento il loro giudizio, sento il peso dell’idea che loro hanno di me. Un’idea frammentata, piena di pregiudizi.
Vago con la consapevolezza che non posso camminare da sola allo stesso modo degli altri, perché capiterà che me lo faranno notare, perché una come me, da sola, in giro non ci può stare.
Mi sembra anche che nessun*, camminando, guardi davvero l* altr*. Siamo tant*, ma siamo su percorsi paralleli, che non si toccano e non si toccheranno mai. Non c’è comunità, non c’è unione.
Mi capita spesso di sentire parole sessiste, razziste e omofobe lanciate come sassi, ma che per loro sono piume lasciate al vento. A volte le sento addosso, mi capita di non sostenerne il peso e di farmi male.

Cammino in vie e strade che hanno nomi di uomini, quasi mai di donne come me.
L’architettura ha una storia, l’urbanistica ha una storia, ma io non ne faccio parte. Vedo tante statue di maschi autorevoli, famosi anche per azioni deplorevoli, e poche donne. Quelle che ci sono, spesso sono nude, sono miti, sono leggende o sono cristiane. Perché la nostra vita, per essere valida, deve essere stata pulita, moralmente accettabile, socialmente meritevole.
Altrimenti, per l’appunto, non ci siamo e basta.

Cammino con persone che, in fondo, non mi vogliono manco ascoltare.
La mia identità, le mie idee, sono considerate inferiori. Sento di non poter discutere ciò che penso, sento di non poter esprimere ciò che voglio con la pretesa di essere presa sul serio. Sarei saccente, viziata, egoista.
Potrei sembrare incazzata, innervosita. Potrei urlare. Vorrei urlare. Sarei isterica, pazza, sclerata.
Farei uscire una rabbia antica, che non è solo mia, che mi è stata tramandata. Che vuole venire fuori, ma che invece ha deciso di stare dentro di me e di consumarmi.

Cammino in un tempo che non è mio, ma che è scandito dall’esterno.
La notte non mi appartiene: non posso uscire tranquilla se è buio. L’oscurità nasconde pericoli riservati a me.
Se per caso mi permetto di muovermi in tarda serata, il mio passo è accompagnato dal tintinnio delle chiavi di casa che girano tra le mie mani.
Il mio sguardo non guarda mai dritto, ma è costretto a muoversi in continuazione.
Il percorso non è lineare, ma cambia sulla base dei luoghi che penso siano più sicuri.

Cammino consapevole che la città non è stata progettata a mia misura.
Se ho bisogno di un bagno, è preferibile che io vada a casa. Se ho le mestruazioni, è preferibile che io vada a casa. Se sono incinta e ho bisogno di sedermi e rilassarmi, è preferibile che io vada a casa.
Se voglio muovermi al di fuori dell’orario lavorativo, avrò a disposizione meno mezzi. Perché, in quanto donna, lavoro anche al di fuori del lavoro.
Mi prendo cura, senza che nessun* si prenda cura di me.

Mi si potrebbe chiedere
Cosa ci faccio qui?
Perché non ne ne vado?
Ma dove vado?
E che scelta ho davvero?

Non posso fare altro che andare avanti.

Ilaria Rusconi

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Ilaria Rusconi

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