Attualità

Diario di una prof precaria: concorsi, “burn out” e il rapporto con gli studenti

Voglio iniziare questo articolo sottolineando il fatto che non sono un’ingenua: scegliendo il mestiere dell’insegnante, sapevo esattamente cosa mi avrebbe aspettata. Avevo messo in conto molte cose: il dover continuare sempre a formarmi e a studiare, la prospettiva di non riuscire a entrare di ruolo per almeno 10/15 anni (spoiler, lavoro da 9 anni e sono ancora qui), la “fatica” del non riuscire sempre a far appassionare tutti gli studenti alle mie materie… tutto calcolato. Tutto. Tranne, ovviamente, ciò che non sapevo di dovermi aspettare. “Fai del tuo meglio e vedrai che ti verrà riconosciuto”. E quando “il tuo meglio” sembra non bastare mai?

“Ami il tuo lavoro. Ricordati che lo ami e che, finita l’università, dopo il tirocinio, non volevi fare nient’altro. Ricordati che hai fatto delle buone cose e che molti ragazzi le hanno apprezzate”. Questo è un po’ il mio mantra. Il ritornello che mi ripeto ormai da almeno 4 anni ogni mattina, da fine agosto a fine giugno. E’ una maniera come un’altra per restare sana, per rassicurarmi di aver preso la decisione giusta quando, ormai 9 anni fa, mi inserivo nelle Graduatorie Provinciali per le Supplenze e iniziavo il mio periodo di “gavetta”. I miei anni di precariato. Sapevo che avrei dovuto faticare per il fantomatico “ruolo”. Avevo persino messo in conto uno stipendio inferiore a un lavoro in azienda. Eppure, quando ci sei dentro, scopri che ci sono molte altre cose a cui non avevi pensato.

Tra tutte, la prima cosa è che le regole di questo “gioco” cambiano molto spesso. E per regole, intendo le leggi di questo Stato. Ho iniziato a insegnare nella scuola pubblica a Novembre 2017 e il primo concorso che ho affrontato per cercare di ottenere il ruolo è stato quello del 2020. Siccome in quel periodo arrivò anche il Covid, affrontai le prove solo nel 2021, ma sapevo cosa aspettarmi, mi ero informata. Quelli erano ancora concorsi cosiddetti “abilitanti”: dovevi superare le prove, scritta e orale e se risultavi vincitore, ti veniva assegnata la cattedra. Sembrava fattibile. Riuscii a superare le prove, ma non rientrai tra i vincitori. “Almeno sono tra gli idonei”, pensai. Poi però, cambiarono le regole.

Bandirono un nuovo concorso nel 2022, un concorso che definirono “Straordinario”, ma che per me, di straordinario non aveva nulla. Un concorso lampo, con solo una prova orale, dove il candidato doveva estrarre un argomento a caso e in 4/5 minuti, ideare una lezione ad hoc per una classe a discrezione del docente. Detta così sembra quasi facile, ma vi dirò una cosa che molti si dimenticano di dire: noi insegnanti non andiamo in classe a LEGGERE da un libro di testo per fare lezione. Almeno, un insegnante competente non lo fa. Un prof che sa fare il suo mestiere, ha bisogno di tempo per preparare una lezione adatta e specifica per ogni sua classe. Come potevano pensare che avremmo potuto fare una cosa del genere in 4/5 minuti con una matita e un foglio di carta e con la pressione di una commissione esaminatrice che ti osserva e ti ascolta?

Nel 2023 arrivarono dei fondi, i soldi del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza). Erano fondi adibiti a risollevare il Paese dopo la crisi del Covid. Questi diedero inizio a una serie di concorsi (PNRR 1, 2 e 3) che hanno avuto luogo dal 2023 fino a quest’anno. Un concorso all’anno. So cosa state pensando: una manna dal cielo per gli insegnanti. Beh, non proprio, perché come sappiamo, l’organizzazione italiana delle cose è quella che è. Per farla breve, moltissimi insegnanti precari si sono ritrovati a dover affrontare più prove di concorso insieme: c’erano scritti del PNRR2 che si accavallavano con gli orali del PNRR1 e a volte si dovevano aspettare mesi tra una prova e l’altra, perché si faceva fatica a trovare degli insegnanti che volessero far parte delle commissioni esaminatrici.

Ad aggiungere danno alla beffa, sono arrivati i Percorsi Abilitanti. Eh già, perché quei bei concorsi che fino al 2020 erano considerati anche abilitanti, d’improvviso non lo sono stati più. Ognuno di noi, negli ultimi 2/3 anni, ha dovuto pagare 2000/2500€ per essere formato su “come fare l’insegnante”, seguendo corsi di formazione presso un’università o centro di formazione simile. Faccio l’unico mestiere in cui PAGO per POTER ARRIVARE A FARE il mio lavoro. Ora non fraintendetemi: io sono la prima a pensare che un insegnante, per fare bene il suo lavoro, debba essere ben formato, ma non così. Nell’ultimo anno, ho studiato per il concorso PNRR 3, ho seguito le lezioni (quasi tutte obbligatorie) e fatto gli esami finali del Percorso Abilitante e in contemporanea, ho insegnato nella scuola a cui mi avevano assegnata a Settembre. Tutto insieme. E tutti si aspettano che tu faccia tutto al tuo massimo.

Non a caso nella scuola si parla di “burn out” dei professori, ma questo sia tra i docenti precari, sia tra quelli di ruolo. Secondo gli insegnanti stessi, il loro mestiere non è compatibile con un’età avanzata e va inserito nella lista dei lavori più gravosi. Le fonti di stress più comuni riportate dai docenti della scuola secondaria in Italia sono legate principalmente a carichi burocratici e relazionali, ossia all’eccessivo lavoro amministrativo e ai rapporti con le famiglie. La mole di scartoffie da dover compilare nel lavoro degli insegnanti, aumenta ogni anno. Per lo più sono documenti che praticamente nessuno legge e che sottraggono tempo prezioso alla progettazione didattica.

Tuttavia, ciò che più mi dispiace dire, è che nulla è paragonabile allo stress dell’affrontare costantemente le preoccupazioni dei genitori o tutori degli alunni. Negli ultimi anni, ogni docente che ho incontrato ha affrontato almeno una delle seguenti situazioni:

1 – I genitori sono venuti a lamentarsi con il prof dei voti dati al figli*;

2 – I genitori hanno fatto accesso agli atti per controllare e vedere gli errori segnati nelle verifiche del figli*;

3 – Igenitori hanno contattato Il/la Dirigente per lamentarsi dei voti del figli*;

4 – I genitori hanno contattato il/la prof o direttamente il/la Dirigente per delle note disciplinari date al figli*;

5 – Il/La prof ha subito insulti rivoltigli dai genitori di un alunn*;

6 – Il/La prof ha trovato l’auto/la bici/il mezzo per andare a scuola vandalizzato in qualche modo.

E potrei continuare. Potrei andare avanti a oltranza con casistiche ancora più specifiche. Ho notato che sono pochi ormai i genitori che si fidano di noi, mentre sono sempre di più quelli che vogliono proteggere i figli a tutti i costi. E proteggere da cosa? Da un mondo che prima o poi, incontreranno comunque? La scuola è ancora un ambiente protetto, ma è nella scuola che un ragazzo inizia a confrontarsi con gli altri e a capire come sarà la vita dopo. Dobbiamo aiutarli, certo, ma non possiamo fare noi il lavoro al posto loro. La scuola non è una succursale della famiglia: è il luogo dove impari che la famiglia non basta a spiegarti il mondo.

Ci sono tantissime altre piccole cose che, sommandosi, rendono il mio lavoro molto complesso. Ci sono gli stipendi, completamente inadeguati di fronte allo stress che dobbiamo affrontare. Potrei segnalare le limitazioni che l’attuale governo ci impone, come i progetti di educazione sessuale subordinati al previo consenso delle famiglie. Potrei continuare a lamentarmi della mia precarietà, che probabilmente rimarrà tale ancora per qualche anno e del fatto che, a fine giugno, ogni insegnante a tempo determinato, viene di fatto licenziato e deve richiedere una disoccupazione, che è sempre più striminzita.

Tuttavia, ci terrei col terminare quest’articolo con una nota positiva, che per me, è sempre stata la principale ragione per continuare e non mollare: gli studenti. Certo, non è stato sempre tutto rosa e fiori: non a tutti possono piacere le mie materie e le discussioni e prese di posizione forti sono molto comuni, specialmente con i ragazzi delle superiori a cui insegno io. Perché loro vogliono farsi sentire. Perciò, voglio solo dire questo: ragazzi, io sono qui. VI ASCOLTO. Perché più importante ancora che trasmettere qualcosa delle mie materie, è la comunicazione con gli studenti e fargli sapere che ce la possono fare. In un mondo che è sempre più disgregato da guerre, malattie e giochi di potere, i ragazzi CI SERVONO. Sono loro il FUTURO. Dobbiamo renderli consapevoli delle possibilità della vita e non farli sentire inutili o privi di valore. Dobbiamo aiutarli a sviluppare una mente critica e aperta, perché l’unica cosa davvero pericolosa è l’ignoranza. E quando sbaglieranno, dobbiamo ricordargli che un errore non li definisce, ma li COSTRUISCE.

Selenia Romani

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