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25 giugno 1973, New York. Sono passati solamente quattro anni dalla notte di Stonewall, la rivolta che ha dato vita al moderno movimento LGBTQIA+. C’è aria di festa a Washington Square Park, migliaia di persone celebrano il Christopher Street Liberation Day (il nostro attuale Pride).
Eppure dietro ai sorrisi, alla festa ed alla musica c’è una spaccatura profonda. Sul palco sta per salire una donna. È portoricana, è transgender, è una sex worker, ed è stata in prima linea a lanciare mattoni e bottiglie contro la polizia nel 1969. Il suo nome è Sylvia Rivera.
Sul video storico presente su YouTube il pubblico si infuria appena la vede salire sul palco: la folla — composta da uomini e donne omosessuali, prevalentemente bianchi e borghesi — inizia a fischiarla, a insultarla, a urlarle di scendere. Ma Sylvia non scende. Afferra il microfono e, con rabbia viscerale, urla una frase rimasta nella storia:
“Y’all better quiet down!”
Il neonato movimento gay stava cercando di ripulirsi la facciata: per ottenere i primi diritti e l’accettazione della società, integrandosi al sistema, i leader dell’epoca decisero che era strategico fornire al pubblico immagini rassicuranti e nascondere i soggetti più “scomodi”: le persone trans, le street queens, chi faceva sesso a pagamento, i neri e i latinos. Volevano dimostrare di essere “persone normali, specchiate, integrate”.
Sylvia Rivera, con il suo corpo e la sua voce, era lo schiaffo in faccia a quell’ipocrisia. Mentre la folla borghese festeggiava i primi successi politici, lei ricordava il prezzo che le minoranze all’interno della minoranza stavano pagando.
Il discorso che Rivera portò su quel palco non parlava di massimi sistemi, quanto piuttosto della sopravvivenza materiale: critica la società borghese che lotta per la liberazione gay lasciando i propri fratelli e sorelle in gabbia. Fu un’accusa feroce che ricordò alla folla le torture, gli stupri e i pestaggi che le persone trans e i giovani queer subivano quotidianamente nelle carceri di New York, mentre il movimento ufficiale si girava dall’altra parte.
Ricordò che mentre loro frequentavano locali abbienti, tantissim* erano ancora costretti a vivere in strada. Raccontò il lavoro della STAR (Street Transvestite Action Revolutionaries), l’associazione fondata da lei e Marsha P. Johnson: una comune che dava un tetto e un pasto caldo ai ragazzi queer cacciati di casa dalle famiglie, finanziata solo con i soldi che Sylvia e le altre guadagnavano con il sex work.
Il suo discorso, conclusosi con il potente e disperato grido GAY POWER!, terminò con la sua discesa dal palco in lacrime ed esausta.
La stessa notte tentò il suicidio e successivamente si allontanò per lunghi anni dal movimento. Lo stesso movimento che lei aveva contribuito a creare e vivere le aveva voltato le spalle in nome di un’illusoria rispettabilità.
Il distacco di Sylvia Rivera dal movimento per quasi vent’anni è stato causato dal profondo senso di tradimento ed emarginazione che ha vissuto sulla propria pelle. Dopo la notte di Stonewall, con l’istituzionalizzazione delle prime organizzazioni gay (come la Gay Activists Alliance – GAA, di cui Sylvia faceva parte), i leader del movimento scelsero una linea politica assimilazionista. Decisero deliberatamente di fare terra bruciata intorno alle figure ritenute indecorose e sconce. Il culmine di questa esclusione avvenne proprio durante il Pride del 1973, quando Sylvia fu fischiata e aggredita verbalmente dalla sua stessa comunità mentre cercava di ricordare i bisogni delle persone trans e dei giovani senzatetto.
Ferita da questa transfobia e dal razzismo sistemico del movimento bianco e borghese, Sylvia cadde in depressione e decise di ritirarsi totalmente dalla scena politica, lasciando New York. Il momento in cui la dipendenza da eroina e alcol è diventata più distruttiva coincide proprio con questo allontanamento. Sentirsi rifiutata, fischiata e cancellata dalle stesse persone per cui aveva rischiato la vita a Stonewall, e per cui si prostituiva pur di dare loro da mangiare (i ragazzi della STAR), le provocò un crollo psicologico totale. L’eroina divenne il rifugio per fuggire da quel senso di solitudine e fallimento politico.
La storia di Rivera ci permette di smantellare il mito di una storia lineare e raccontare la transfobia interna e le ambiguità del movimento. Fino agli anni ’60 la polizia irrompeva con la scusa delle retate retate nei locali gay clandestini (spesso creati e gestiti dai clan mafiosi, la famiglia Genovese gestiva lo Stonewall), controllando il presunto sesso biologico delle persone presenti e pubblicando poi sui giornali i nomi. Allo Stonewall, a fine giugno del 1969, la folla ammassata fuori dal locale cominciò a ribellarsi contro i poliziotti. Fu la presa di coscienza delle persone marginalizzate di poter avere una forza collettiva. Rivera era tra loro, a rischiare la vita in prima fila.
Il discorso del ’73 di Sylvia Rivera è una lezione fondamentale di femminismo intersezionale per alcuni motivi precisi:
Il rischio dell’assimilazionismo: Un movimento di liberazione cerca il compromesso con il potere, ma così facendo tende sempre a sacrificare i corpi più vulnerabili, in questo caso le donne transessuali. Per avere diritti si deve sembrare rispettabili e rassicuranti verso una società eteronormata, sacrificando chi non rientra nello standard.
La necessità di una lotta di classe: I diritti non sono tali se sono esclusivamente accessibili a chi ha un lavoro stabile, una casa e la pelle bianca.
La legittimità della rabbia: Alle donne ed alle minoranze viene spesso chiesto di essere educate, docili, composte per poter essere ascoltate. Rivera ci ha insegnato che nel momento in cui è in gioco la sopravvivenza, la rabbia cruda ed urlata è uno strumento politico legittimo.
Quando un movimento negozia con il potere scendendo a compromessi sulla pelle dei suoi membri più marginalizzati, non sta creando vera liberazione, sta solo comprando il privilegio per pochi.
Ad oggi il Pride è diventato un evento patrocinato dalle multinazionali. Ricordare i fischi a Sylvia Rivera significa attivare un dovere etico. Dobbiamo chiederci: chi stiamo lasciando indietro oggi per apparire accettabili? Chi stiamo rendendo invisibile e censurata per apparire noi degne di diritti?
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