Che cosa significa, oggi, la parola fiori? La risposta sembra scontata: petali, profumi, giardini. Eppure non è sempre stato così. Le parole, infatti, non sono immobili: cambiano nel tempo insieme alla società, alla cultura e al modo in cui osserviamo il mondo.
È noto che, nel corso dei secoli, la lingua cambia e che, insieme a essa, si modificano anche i significati attribuiti alle parole che usiamo. Questo processo interessa più facilmente i termini lontani dalla sfera antropocentrica: a nessuno verrebbe mai in mente di cambiare il significato di parole come mangiare o camminare; è invece più probabile che ciò avvenga per altri vocaboli, soprattutto quando il mutare delle condizioni sociali porta ad attribuire loro nuovi significati. Basti pensare alla locuzione essere positivo: nel 2020, certo, non era proprio una buona cosa…
Tra le parole che hanno cambiato significato nel tempo c’è anche fiori, al plurale. In passato, e soprattutto nel Seicento (il “secolo del clistere”, in cui le nuove scoperte scientifiche e chimiche contribuivano ad ampliare le pratiche mediche europee) i fiori indicavano le mestruazioni.
Ma come si associa il fiore al mestruo?
I “fiori” mestruali
Nel Grande dizionario della lingua italiana, alla voce fiori (s.m. plur.), si trova la definizione «mestruo, mestruazioni». I dizionari storici come questo ricostruiscono la storia delle parole attraverso le testimonianze dei testi del passato. La prima attestazione di fiori con questo significato compare nel Libro delle segrete cose delle donne, un trattatello di argomento ginecologico attribuito, sebbene non con certezza secondo gli studi più recenti, ad Aldobrandino da Siena.
Il termine fiori deriva dal latino fluōres, plurale di fluor, -ōris («flusso»), a sua volta collegato al verbo fluĕre («scorrere, fluire»). Un’origine che richiama chiaramente l’idea del flusso mestruale e che aiuta a comprendere la scelta di questa denominazione.
Lo stesso Libro delle segrete cose delle donne ne offre anche una spiegazione fondata sulle conoscenze mediche dell’epoca. Secondo la medicina antica, infatti, il corpo umano era governato dagli «umori» e dall’equilibrio tra caldo e freddo, da cui dipendevano sia la salute sia la malattia. Poiché alle donne si attribuiva una minore quantità di calore naturale, ritenuto indispensabile per regolare gli umori corporei, la Natura avrebbe predisposto un meccanismo aggiuntivo di purgazione, identificato proprio con le mestruazioni. Come si legge nel trattato (pag. 2):
«A compensare lo calore assegnò la natura una purgazione spezialmente nelle femmine per lo tempo loro, la quale purgazione è appellata dalle genti fiori. E Galieno disse: che sì come l’albore che è senza fiori non mena frutto, così la femmina ch’è sanza la sua purgazione naturale, non mena frutto, cioè non hae figliuoli».
La terminologia nel Seicento
La stessa terminologia rimase in uso per secoli. Se il Libro delle segrete cose delle donne testimonia già nel Duecento l’impiego di fiori nel significato di «mestruazioni», il termine continua a essere documentato anche nel Seicento, il secolo in cui la medicina conobbe un notevole sviluppo grazie alle nuove osservazioni scientifiche e sperimentali.
Tra coloro che lo utilizzano vi è anche Francesco Redi, archiatra granducale alla corte dei Medici, oltre che celebre letterato e accademico della Crusca e del Cimento. Nei suoi Consulti medici, ossia nelle risposte inviate a pazienti, familiari o altri medici per discutere casi clinici e suggerire terapie, ricorre più volte l’espressione fiori mestruali.
Un esempio si trova in una lettera indirizzata a Francesco Maria de’ Medici il 16 maggio 1684. Redi è chiamato a esprimere un parere sul caso di una monaca che, secondo alcuni, avrebbe sviluppato caratteristiche maschili. Dopo aver preso in esame diverse possibili spiegazioni anatomiche, tra cui un’anomala conformazione della clitoride o un prolasso dell’utero, il medico esclude che si possa realmente parlare di una trasformazione da donna a uomo. A sostegno del suo ragionamento osserva, infatti, che la religiosa continua ad avere «i suoi fiori mestruali», circostanza incompatibile, secondo le conoscenze dell’epoca, con il presunto cambiamento di sesso:
«Che poi questa monaca femmina sia divenuta maschio e non ostante l’esser maschio continui ad aver ogni mese i suoi fiori mestruali, questa è una delle cose molto difficili al credersi»
L’espressione compare senza alcuna spiegazione, come un termine perfettamente comune e comprensibile per il destinatario della lettera. Proprio questa naturalezza conferma quanto fiori fosse ancora, nel Seicento, una denominazione corrente per indicare le mestruazioni.
Oggi un’espressione come i fiori mestruali ci suona curiosa, se non addirittura incomprensibile. Eppure, per secoli, è stata la denominazione più comune per indicare le mestruazioni, tanto da comparire con naturalezza tanto nei trattati medievali quanto nei consulti di uno dei più importanti medici del Seicento. Eppure, ancora oggi i “fiori” vengono associati alle donne e, a volte, alle mestruazioni: sarà probabilmente involontario e associato all’idea di morbidezza, ma esiste una linea di assorbenti chiamata “petalo blu”.
È un piccolo esempio di come la storia delle parole segua quella della società: ciò che un tempo era perfettamente trasparente può diventare, con il passare dei secoli, un significato dimenticato.