Cosa ho imparato durante le mie settimane estive di digital detox

Mi capita sempre più spesso di sentire la necessità di disinstallare i social e vivere una vita che sia il più possibile disconnessa dagli schermi. Quest’estate ho trascorso diverse settimane senza Instagram, il social che personalmente mi causa più dipendenza di tutti. Non è stata la prima e non sarà nemmeno l’ultima volta che mi prenderò una pausa, a dir poco costruttiva e liberatoria.

A volte, apro Instagram per rispondere a un messaggio e mi ritrovo a guardare un video di gattini che mi ha inviato un’amica, leggere le notizie attuali sui principali conflitti mondiali e vedere le foto del matrimonio di quella ragazza con cui una volta ho parlato per cinque minuti nei bagni di una discoteca a sedici anni. Tutto questo nel giro di pochi secondi o minuti, quando la mia intenzione iniziale era quella di rispondere a un semplice messaggio. In questi casi, il mio cervello entra in un loop di iper-stimolazione da cui è molto difficile uscire, per non parlare dei momenti in cui la FOMO diventa la protagonista della situazione. 

Nel mio periodo di pausa dai social ho riflettuto e osservato tantissimo. Un giorno, ad esempio, stavo esaminando le persone che erano in autobus con me: ovviamente, quasi tutti avevano gli occhi fissi sui loro telefonini. Qualcuno leggeva un libro o una rivista. Nessuno guardava fuori dal finestrino. Ho allora immaginato di essere catapultata indietro nel tempo: a venti, trenta, quarant’anni fa. Cosa facevano le persone allora, dato che i cellulari non c’erano? Probabilmente non facevano nulla, sognavano ad occhi aperti o forse, cosa che oggi ci sembra estremamente rivoluzionaria, parlavano con la persona seduta a fianco a loro.

Mi dispiace davvero tanto che si sia collettivamente persa la capacità di parlare con gli sconosciuti. Ormai, è una cosa purtroppo rara, soprattutto se si vive in una grande città. Per questo motivo, mi sono fatta la promessa di provare a rompere certi pattern, scambiando magari una parola col barista che tutte le settimane mi fa il caffè nel posticino vicino all’ufficio o con quella ragazza che vedo da settimane al corso di yoga, di cui non conoscevo nemmeno il nome fino a pochi giorni fa. Trovo che richieda uno sforzo sempre maggiore parlare alle persone, nella vita reale s’intende. Questo mi provoca sempre un po’ di tristezza quando ci penso. Si è persa tanto la magia dell’incontro, per paura di disturbare, fare brutta figura o sembrare cringe.

Oltre a ciò, lo spazio mentale che ricavo ogni voglia che non ho i social per qualche tempo è un qualcosa di inspiegabile. Ho più tempo per leggere, cucinare, osservare, parlare con le persone, organizzare le mie giornate come mi pare, fare sport. Ho banalmente più tempo ed energie per lasciare la mente vagare. Quest’ultima è la questione centrale del discorso. Pensare è diventata l’attività che manca di più nella nostra vita quotidiana: ci stiamo infatti disabituando ai momenti vuoti, dove di base non facciamo nulla. A me questa cosa spaventa, perché senza perderci nei nostri pensieri, oltre a tralasciare una certa dose di creatività e inventiva, secondo me c’è anche il rischio di diventare meno acuti, svegli e capaci di osservare il mondo attorno a noi. Questo, a mio avviso, ci porta a essere sconnessi con noi stessi e con la nostra emotività, ed è molto pericoloso.

La pace mentale che deriva dal fatto di utilizzare meno i social va a braccetto con il silenzio, che può essere scomodo. In altre parole, la quiete che inevitabilmente nasce dal non avere i social non sempre è calma, meditativa, liberatoria. Al contrario, spesso aumenta il volume dei propri pensieri, anche quelli fastidiosi, che lasciano trasparire delle sensazioni che possono essere più o meno dolorose. Mi sono spesso trovata a pensare che i social siano la strategia moderna più comune per anestetizzare ciò che sentiamo. Cosa succederebbe, invece, se decidessimo di sentire davvero ciò che stiamo cercando di evitare?

Chandra Livia Candiani dice che “Il silenzio è cosa viva”. Se lo ascoltassimo, ci direbbe verità scomode ma senza dubbio necessarie per vivere realmente in maniera affine al nostro essere. Abbiamo paura, probabilmente, di ciò che quel silenzio potrebbe dirci. Chissà, forse ci costringerebbe a riconnetterci con quelle parti scomode di noi stessi che stiamo cercando di evitare? Ci inviterebbe, magari, a fare un giro nei bassifondi della nostra anima?

Nelle giornate in cui non avevo costantemente il telefono in mano, la mia mente fioriva in un modo inspiegabile. Avevo più idee ed ero più connessa alla mia interiorità, ma soprattutto svolgevo le attività quotidiane in maniera molto più mindful, cosa che mi permetteva anche di essere più in sintonia con le persone attorno a me. Certo, come menzionavo, i momenti in cui normalmente avrei scrollato sui social rimanevano vuoti, costringendomi a guardare in faccia certe realtà più o meno piacevoli. Ma era proprio in quei momenti, rivoluzionari direi, che avevo modo di capire certe dinamiche della mia persona e, se non ci fossi passata attraverso, probabilmente sarei meno consapevole di me stessa.

Sento anche di dover menzionare un altro concetto, assolutamente orripilante per noi persone del 2026: la noia. Io penso che non siamo più in grado di provarla, o almeno non come un tempo. Non solo la noia non ci piace, direi che addirittura ci ripugna. Ricordo che quando ero bambina o ragazzina era un’emozione che provavo spesso, io che avevo costantemente la testa che frullava di idee e di creatività. Era proprio in quei momenti, però, che nascevano i pensieri più originali e stimolanti, da cui sono emerse le migliori chiacchierate e i migliori disegni che io abbia mai fatto, ad esempio. La noia potrebbe essere estremamente potente e proficua, se solo sapessimo ascoltarla.

Rimane poi il fatto che siamo tenuti ad essere raggiungibili in qualsiasi momento. Nella vita, soprattutto quella adulta, penso sia normale avere dei momenti in cui non sia possibile rispondere immediatamente ai messaggi e io, personalmente, questa cosa la sento particolarmente sulla mia pelle. Questo è un tema molto controverso per me perché spesso si presenta il paradosso di essere costantemente in sintonia con il telefono, ma rispondere ai messaggi con ore o giorni di ritardo. Sicuramente, i momenti davvero nostri sono sempre meno, perché viviamo in un mondo interconnesso, dove la privacy e l’intimità sono diventate un lusso raro.

Staccarsi dai social e tornare, quanto più possibile, a una vita analogica richiede uno sforzo immenso, perché la dopamina veloce che i social ci danno potrebbe essere paragonata a una droga, che ci dà un’euforia immediata e accessibile. Nonostante io pensi che i social siano costruiti proprio per creare dipendenza, non voglio neanche deresponsabilizzarmi del tutto. In altre parole, ho la possibilità di scegliere di non guardare le notifiche come prima cosa la mattina e di non scrollare per delle mezz’ore in modalità “pilota automatico”.

Sono una grande sostenitrice del fatto che nella vita l’equilibrio sia fondamentale. Viviamo in un mondo che ormai è digitale, non possiamo negarlo, e i social possono essere uno strumento incredibile per connettere le persone e diffondere dei messaggi importanti. Io desidero continuare a sentirmi parte del mondo in cui vivo nel 2026, ma non voglio nemmeno perdere me stessa in questo processo.

Per questo, vorrei trovare quel difficile e sottile equilibrio che mi permetterebbe di utilizzare i social senza esserne dipendente. Questo, credo, richiede una forza di volontà estremamente elevata e un lavoro su sé stessi notevole, che voglio e devo fare, per vivere in maniera autentica. Continuerò a usare Instagram, ma allo stesso tempo vorrei anche (ri)trovare la capacità di parlare con gli sconosciuti, leggere un libro per un’ora senza distrazioni e guardare fuori dal finestrino del treno ascoltando solo il suono dei miei pensieri. In altre parole, vorrei continuare a conoscere davvero me stessa.

Immagine di Elisa Manfrin

Elisa Manfrin

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