Un viaggio nel corpo

Di recente mi è capitato di fare un viaggio. Non sono andata lontano: non ho percorso chilometri, non ho preso nessuna strada e nemmeno scelto in che direzione andare. Bensì, ho deciso di intraprendere un percorso dentro di me o, più precisamente, dentro al mio corpo: per una volta, mi sono messa fuori dalla sua porta, ho bussato e, con cautela, sono entrata, mi sono seduta a terra e, semplicemente, ho ascoltato. È stato incredibile quanto avesse da dire.

Prima di partire, però, ho sempre dato per scontato che il mio corpo fosse soltanto un corpo, spesso qualcosa di altro rispetto a me. Ho pensato avesse scelto di sua spontanea volontà di non essere mai perfettamente incasellabile, quantomeno rispetto a quelli che erano i miei giudizi che avevo, e che in fondo ho ancora, nei suoi confronti: è stato troppo magro, troppo piatto, si è dovuto muovere per cambiare forma, per avere una forma; poi si è gonfiato e ho cercato ancora di modellarlo. Ma non solo: non mi ha mai dato il piacere che volevo. Pensavo avesse deciso di irrigidirsi, di inaridirsi e di non lasciarsi trasportare per farmi un dispetto; che, non si sa per quale motivo, volesse punirmi lasciandomi insoddisfatta. A un certo punto, poi, si è anche ammalato, di una malattia che non porta altro se non dolore per le piccole cose. Credevo che gli servisse pure una diagnosi scritta per giustificare la punizione che mi aveva inflitto. Io, allora, ho scelto di farlo sentire sbagliato, indegno, ero sempre pronta a prendermela con lui e, pensavo per colpa sua, ho deciso di allontanare fisicamente le persone da lui.
Poi, per l’appunto, ho capito che in quel corpo così cattivo con me dovevo entrarci, dargli una possibilità. Entrare nel proprio corpo, seppur possa sembrare semplice visto che è sempre con noi, è in realtà molto complicato, soprattutto perché, a posteriori, posso affermare che parlare con il corpo vuol dire parlare con sé stessi. A differenza della mente che, per l’appunto, ci mente, il corpo non lo fa: si muove, desidera e reagisce agli stimoli esterni in modo sincero, ci fa vedere cosa vogliamo davvero prima ancora che possiamo capirlo. Il mio corpo, nello specifico, vuole un contatto e un affetto profondo che nasce dalla fiducia, cose che pensavo non meritasse, e non vuole queste cose come pensavo le volessero tutt*, ma nella sua specifica modalità. Desidera, ma non come credevo io, lo fa sempre nel suo modo del tutto personale. Mi ha regalato una conoscenza di me stessa ancora più ampia, mi ha fatto capire quanto sia unico e quanto sia preziosa questa unicità, che in fondo è la mia unicità. Ho interiorizzato veramente che tutte le volte che lo giudico, non sto giudicando altro se non me stessa, che è importante ascoltarlo meglio per capirmi. Non che la mente debba essere ignorata, sia chiaro, ma entrambe le componenti devono muoversi in sinergia; anche se, al contempo, a volte devo solo lasciare che il corpo parli e basta. Ciò non significa anche che abbia smesso di punto in bianco di giudicarlo: sicuramente mi capita e mi ricapiterà di prendermela con me stessa. Semplicemente, ora, gli dò qualche carezza in più.

Forse non è vero che non sono andata da nessuna parte, che non ho fatto chilometri, che non ho preso una strada e che non ho scelto una direzione: questo viaggio altrove mi ci ha sicuramente portata. Semplicemente, non mi sono allontanata, mi sono avvicinata: sono arrivata qui, esattamente dove sono io, con il mio corpo e ora ci muoviamo più insieme di prima.

Immagine di Ilaria Rusconi

Ilaria Rusconi

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