Odio ammetterlo, ma la mia vita, inconsapevolmente o non, è stata una costante preparazione al mondo del lavoro. Durante gli anni degli studi, che sono stati meravigliosi, ma anche pieni di ansie, insicurezze e stress, ho sempre pensato al punto d’arrivo, di fatto al lavoro, a quando sarei stata finalmente libera di gestirmi da sola, ma soprattutto, di essere finalmente serena. Studiavo vedendo la me adulta che non avrebbe più pensato alla verifica, all’interrogazione, all’esame e poi alla tesi con costante ansia, che finalmente nel lavoro avrebbe avuto del tempo di qualità, per sé stessa, perché finite le otto ore sarei stata finalmente tranquilla di pensare solamente alla mia vita. Un po’ è così: finita la giornata lavorativa stacco la testa e non ci penso più, ma mi sento in due vite distinte, due personalità un po’ diverse che fanno cose diverse. Sicuramente anche l’indipendenza economica è una bella soddisfazione, ma mai avrei pensato che mi sarei sentita così in gabbia. Ho imparato che il mio tempo non è solo mio, ma che deve necessariamente essere scandito da altro, dal lavoro per l’appunto, che non mi dà la possibilità di scegliere le mie priorità. Che se un giorno voglio riposare di più non posso, che se non voglio che la mia settimana sia strutturata nella formula 5+2, così deve essere. Non ho scelto io come strutturare il mio tempo, eppure è tutto ciò che ho. Poi ci sono le scadenze, lo stress, la performatività, l’ansia della perfezione, tutte esperienze che anche le persone libere professioniste vivono, e quello strano rapporto con le persone colleghe, che sento tutti i giorni, ma con cui non posso condividere ogni aspetto della mia vita. Perché è lavoro e serve distanza, a maggior ragione perché sono in smart: l’illusione di una vita più comoda dove in realtà si è spesso più sol*.
In “Fine lavoro mai” di Ivan Carozzi ho letto l’esperienza dell* lavorator*, ma anche la mia: il saggio, attraverso una serie di interviste, apre a delle riflessioni sul mondo del lavoro odierno, che, teoricamente, dovrebbe essere più “smart”, ma che non è altro che un inganno. Nella storia di Leonardo, che ha lavorato in un Academy per YouTube a Barcellona, leggiamo della macchinosità del lavoro sui social, in cui la ridicolizzazione, lo sfruttamento e la competitività con le persone colleghe sono all’ordine del giorno. Ma soprattutto parla del rapporto con il suo capo, personaggio che provoca molta pressione nell* su* sottopost*, andando ad invadere li tempo oltre il lavoro delle persone dipendenti, deridendole e al contempo idealizzandole. Dopo due burnout e la chiusura dell’Academy, Leonardo afferma: “Devo dirti che da quel momento ho cominciato a percepire il lavoro come una cosa pericolosa e ho cominciato ad avere delle fobie, delle paranoie e a rifuggire situazioni professionali dove c’era un capo“.
Poi c’è la storia di Luca, project manager per un’azienda che si occupa di siti, che ha lavorato ore su ore in costante pressione e in bilico tra l* clienti e l* sviluppator*. Perché per far sì che il progetto venga portato a termine, Luca deve essere accondiscendente, paziente, al contempo disponibile e deciso con tutte le persone coinvolte, mettendo da parte la rabbia, sentimento che, in realtà, gli rimane sempre addosso. Poi racconta la storia di Moritz Erhardt, morto di lavoro: con già problemi di insonnia e di gestione dello stress, Moritz non riesce a reggere le pressioni costanti al lavoro e muore per un attacco epilettico avuto in doccia. L’autore con Niccolò parla di tutte quelle azioni automatiche che vengono svolte al PC e che ci si dimentica di aver fatto: come fossimo dell* automi, durante il lavoro compiamo delle azioni (come mandare delle e-mail) in maniera del tutto automatizzata. Non solo non controlliamo il nostro tempo, ma ora pure le nostre azioni. Poi c’è l’immagine del computer e della tecnologia, che tornano spesso nel testo, che ci dovrebbero in qualche modo rendere più agevole il lavoro, ma che, in realtà, rendono tutto più performativo, più veloce e che ci costringono a passare il nostro tempo davanti a uno schermo, sempre più sol*.
Il libro di Ivan Carozzi sicuramente non dà delle soluzioni concrete al problema, non consola l* lettor* e non ci mette a nostro agio, ma mette in luce di come l’esperienza del lavoro, così gerarchizzato, performativo e insostenibile, sia un fatto che lega molte persone.