Signora o signorina: retaggio culturale o distinzione attuale?

La questione degli allocutivi femminili è diventata centrale negli ultimi anni, legandosi alla sua accezione sessista venuta alla luce grazie ai recenti dibattiti femministi. Partiamo dall’origine del termine: la parola “signorina” è attestata solo dal Cinquecento perché, come ci insegnano le/i docenti di italiano e le serie tv storiche, in italiano antico si usavano “messere” e “madonna” per rivolgersi agli sconosciuti (non so voi, ma io alle medie non riuscivo proprio a capire perché Petrarca chiamasse la sua Laura “Madonna” come la mamma di Gesù). I termini “signore” e “signora”, poi “signorino” da cui si è sviluppato “signorina”, sono calcati sullo spagnolo señor e señora. Nel Cinquecento però non erano termini sessisti: tant’è che fino all’Ottocento signorina veniva rivolto alle giovani nobildonne senza relazione con il loro status matrimoniale. Da quel secolo in poi verrà rivolto alle donne non sposate, per distinguerle dalle donne maritate, a prescindere dall’età. Rimane un retaggio culturale di questa distinzione in alcune signore (appunto) di mezza età non sposate, le quali tendono a correggere chi le appella “signore” sottolineando il fatto di essere “signorine” poiché ancora nubili. Al contrario, le giovani donne tra i 20 e i 30 anni al sentirsi dare della “signora” inorridiscono, associandolo al sembrare più vecchie. Anche a me è capitato di raggelare qualche anno fa sulla metro quando due ragazzine sui 15 anni mi hanno chiesto «Signora, è questa la metro che va a Termini?», e ancora ho un piccolo colpo al cuore nel momento in cui ricevo delle e-mail da un mio professore universitario che usa abitualmente come formula iniziale “Gentile Signora X”. Usare signora/e ha sicuramente una funzione di riguardo, equivale al dare del lei anziché del tu a una persona che non si conosce. Tuttavia, l’oralità sta conoscendo dei cambiamenti e si è portati a dare molto più del tu, tranne in situazioni formali come quelle universitarie; di conseguenza, si tende a eliminare totalmente l’appellativo.

Il problema del sessismo insorge nella comparazione tra il trattamento linguistico riservato ai giovani uomini e quello riservato alle giovani donne: tranne in situazioni goliardiche, nessuno direbbe mai a un ragazzo sui 20 anni «Mi scusi signorino, mi sa dire dove posso trovare una farmacia?», e non credo che esistano ancora case nobiliari in cui i domestici sveglino il figlio dei padroni urlando «Signorino si alzi! È in ritardo per la sua gita a cavallo!». Sì, anche a me suona strano «signorino», ma perché suona strana solo la forma al maschile? Inoltre, sul luogo di lavoro nessuno chiamerebbe mai “signore” un ingegnere o un dirigente, ma gli si rivolgerebbe con il ruolo che ha. Invece, per le donne si usa questa distinzione associandole al loro status in relazione a un’altra persona, come se questo potesse sempre essere più importante delle loro competenze. Come sostiene Murgia, solo da noi donne «si pretende che, prima di avere un perché, dobbiate specificare se nella vita avete anche un per chi».

Esempio recentissimo di questa diatriba si trova nella notizia di un cartello, appeso all’ospedale San Giovanni di Dio di Frattamaggiore, dove le dottoresse hanno voluto ribellarsi contro l’atteggiamento di alcuni pazienti.

Qui non c’è dubbio: la cultura patriarcale impedisce che una donna venga chiamata in base al suo titolo di studio (lo sanno bene le avvocate e le ingegnere che difficilmente si sentono appellare con il titolo per il quale hanno una laurea), quindi il rivolgersi a una donna con il camice chiamandola “signorina/signora” è un atteggiamento sessista. Il problema, però, risiede nel costume: attuare distinzioni in base al sesso è problematico, e il non accorgersene alimenta ancora di più la problematicità. I parlanti che usano signorina nel 90% dei casi lo fanno automaticamente, in modo naturale, e questo indica quanto il sessismo sia radicato nella consuetudine della nostra società. La cosa più grave è il non riuscire a riconoscere il problema laddove esso è radicato nelle nostre abitudini: farlo notare non vuol dire dare risalto a delle minuzie come gli appellativi, ma vuol dire scardinare quelle usanze malsane intrinseche alla mentalità comune.

Non definire una persona con l’appellativo riservato alla sua posizione significa non riconoscere il ruolo che quella persona ha nella struttura in cui lavora e per il quale ha ottenuto delle competenze. Ciò ovviamente non vale solo per le dottoresse: per diventare infermiera, linguista, chimica, avvocata, ingegnera (per chi se lo stesse chiedendo sì, è corretto grammaticalmente dire “ingegnera”) serve conseguire una laurea e il non riconoscere il titolo che si è ottenuto è sbagliato. Significa implicitamente che non importa quanto tu abbia studiato, perché verrai sempre prima definita in base alla relazione che hai con un uomo, e poi, forse, in base alle tue capacità. E no, non è vero che è solo un “appellativo”, perché cognitivamente ciò a cui non diamo un nome non lo riconosciamo culturalmente.

Per capirci, lascio qualche consiglio pratico: rivolgersi a una giovane donna sconosciuta chiamandola “signorina” non è necessariamente sessista, ma il distinguere l’appellativo in base a cosa c’è scritto alla voce “stato civile” della carta d’identità lo è. Lo stesso è usare l’appellativo “signorina” in senso ironico per rivolgersi a una donna avanti con l’età ancora nubile (le cosiddette zitelle) proprio per sottolineare la sua condizione quasi vergognosa. La distinzione è ormai superata, e dovremmo in generale lasciar andare queste consuetudini non più in linea con i tempi, e adottare un sistema di riferimento che sia equo. Rivolgiamoci dunque alle persone dando del lei e con signora/signore, altrimenti se proprio ci piace signorina usiamo anche il corrispettivo maschile. Come sempre, non è la lingua ad essere sbagliata o sessista, ma l’uso che ne facciamo.

Fonti: Paolo d’Achille in risposta al quesito “signora o signorina” per le consulenze linguistiche dell’Accademia della Crusca, Stai zitta di Michela Murgia, “«Qui non esistono signorine». Spunta un cartello, rivolta delle dottoresse a Frattamaggiore” articolo de Il Messaggero (11 maggio 2021)

Gloria Fiorentini

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