Perché dovresti usare anche tu i nomi delle professioni al femminile

Prima di cominciare questo articolo vorrei fare una premessa a tutte le possibili obiezioni che potrebbero arrivare, le quali sono ovviamente ben accette, ma l’unica che non accetterò è “sono solo parole”. Non è accettabile perché, come scrive Vera Gheno, «le parole non sono mai solo parole: sono ganci verso mondi di significati, e al contempo le parole che usiamo ci definiscono agli occhi degli altri». Ciò che non nominiamo non esiste, e anche se è vero che ogni lingua ha le sue differenze, i nomi di genere femminile dovrebbero essere una priorità perché riguardano le persone e le loro identità.

La questione è ampiamente discussa ed è possibile trovare più di un articolo al riguardo nel sito dell’Accademia della Crusca. Qualcuno però potrebbe chiedersi: «perché questo problema dei nomi di carriera si è sollevato solo recentemente? Se volete la parità non dovrebbe essere un problema usare un nome neutro per entrambi i generi!». Stop: fermiamo subito questa catena di sciocchezze. Innanzitutto la lingua, così come la società, cambia e si evolve: il problema si pone ora perché prima alcuni lavori non erano svolti dalle donne. Così come è cambiata la società e nessuno si è scandalizzato, perché non può evolversi anche la lingua? Poi, la definizione di “neutro” in italiano non esiste: è un genere decaduto con il passaggio dal latino ai volgari romanzi, tra i quali quasi tutti, come l’italiano, hanno perso il genere neutro. Infine, parità non vuol dire abolizione delle differenze: parità non è sinonimo di uguaglianza, bensì di rispetto. È universalmente noto che uomo e donna non siano uguali: se parità volesse dire uguaglianza dovremmo obbligare i maschi a indossare un assorbente per cinque/sette giorni al mese anche se non hanno le mestruazioni. Per la lingua vale la stessa regola. Ovviamente non basta cambiare i nomi di professione femminile per risolvere tutti i problemi di gender gap, ma ritengo sia un buon inizio cominciare ad ampliare il rispetto per le donne anche in ambiti meno rilevanti (secondo i profani) per il dibattito femminista.

A questo punto è bene smentire la polemica benaltrista che comincia proprio con “i problemi sono ben altri”. Sì, lo so che i problemi sono ben altri, perché mentre io scrivo questo articolo ci sono in tutto il mondo donne che stanno subendo violenza fisica o psicologica, ci sono donne che denunciano a fatica il loro stalker e sperano che quei 300 metri di distanza forzata possa salvarle dall’essere uccise, e ci sono bambine nei Paesi meno sviluppati che sono appena state vendute come spose a un uomo che potrebbe essere loro padre. Io e tutti quelli che usano questa come obiezione sappiamo bene che è così, ma non credo che colui/colei che usa questa argomentazione smetta di parlare con voi di linguistica per andarsi ad occupare di quei problemi “più grandi”. E allora le persone che muoiono di fame? E quelli che non arrivano a fine mese? Se dovessimo pensare così ci chiuderemmo in un circolo vizioso che si può riassumere con «e se mia nonna avesse avuto le ruote sarebbe stata una bicicletta!». Ci si può occupare di più questioni contemporaneamente senza ledere la sensibilità di nessuno.

Ora passiamo a risolvere la questione linguisticamente, usando le regole dell’italiano: come ben spiega Gheno, in italiano abbiamo:

  1. nomi di genere fisso (fratello-sorella, toro-vacca, marito-moglie);
  2. nomi di genere comune (il/la pediatra, il/la preside, il/la docente, il/la giornalista)
  3. nomi di genere promiscuo (tasso, tigre, elefante, guardia, sentinella, vittima, pedone, spia)
  4. nomi di genere mobile: rettore-rettrice > scrittore-scrittrice, maestro-maestra >ministro-ministra, sarto-sarta > avvocato-avvocata, infermiere-infermiera > ingegnere-ingegnera

Quindi sì, dire sindaca è giusto, così come lo è dire ingegnera, avvocata, architetta per tutte le regole spiegate sopra. Esistono anche donne che spingono per farsi chiamare con il titolo maschile: è giusto rispettare la scelta di ognuna di loro, ma il ragionamento è linguisticamente fallace se loro stesse usano senza problemi sarta, dottoressa, cassiera, regina, operaia. Ancora, non si possono stravolgere le regole della lingua scrivendo “un’avvocato” per indicare una donna avvocato, perché se ognuno facesse a modo suo io poterebbi scrivere cosà e non si comunicherebbe più. Sarebbe come se qualcuno decidesse di non rispettare il semaforo rosso per strada perché preferisce il viola come colore.

Il caso mediatico di Beatrice Venezi a Sanremo, che insisteva nel farsi appellare direttore d’orchestra e non direttrice d’orchestra, ha una radice diversa: come detto sopra, in nomi in -ore hanno il femminile in -ice, così come scrittore/scrittrice e direttore/direttrice, quindi si tratta qui, mi spiace dirlo, di ignoranza della lingua italiana e di finta presa di posizione. Questo ancora di più mette in luce come il problema sia socioculturale e non intrinseco alla lingua, le cui regole sono chiare e ben definite, pur con le dovute eccezioni.

In conclusione, sento spesso dire che “usare il femminile è svilente”: allora si ritiene svilente anche chiamare maestra, professoressa o cassiera una donna che svolge quella professione? Credo proprio di no, quindi l’argomentazione non regge se vale solo in alcuni casi. È bene che le donne imparino a prendere posizione senza stravolgere le regole, ma anzi sfruttando quelle regole a proprio vantaggio, così che tutte coloro che si sentono chiamare signorina in cantiere o in tribunale possano ottenere il meritato riconoscimento. È ora di auto-definirci senza chiedere prestiti a nessuno, neanche in ambito linguistico.

Fateci sapere cosa ne pensate nei commenti! E per chi volesse addentrarsi in ulteriori questioni linguistiche di genere, rimandiamo anche al nostro articolo sull’uso di signora o signorina.

https://violedimarzo.com/2021/08/18/signora-o-signorina-retaggio-culturale-o-distinzione-attuale/

Fonti: Vera Gheno, La questione dei nomi delle professioni al femminile una volta per tutte https://www.valigiablu.it/professioni-nomi-femminili/, Vera Gheno, Femminili singolari

Gloria Fiorentini

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