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Donne di conforto

TW: violenze, umiliazioni, linguaggio forte

Tra le 50.000 e le 400.000 si stima furono le comfort women, o donne di conforto, che servirono la patria. Le donne che si offrono volontarie per aiutare i soldati.

Gli uomini, la politica, hanno rivestito questa definizione eufemistica di un’aura quasi poetica, che rimanda ad un concetto di donna che ti aiuta nel momento del bisogno.

Perlomeno non si pensa subito a schiave sessuali. Ironico vero? Un appellativo del genere si riferiva a donne e bambine che furono portate via dalle loro case e costrette alla schiavitù per lunghi anni.

Perché è questo che le comfort women furono davvero; schiave del sesso, trattate in modi disumani e costrette ad immolarsi al proprio carnefice.

Cos’erano le comfort station

Se parliamo di comfort women non si può non parlare di di dove venivano ospitate o meglio, imprigionate. Questi luoghi erano le comfort station, dei bordelli organizzati costruiti vicini ai cambi di battaglia.

In questo caso parliamo del periodo ante e durante il secondo conflitto mondiale e il colpevole in questione è il Giappone. Nel periodo in cui cominciò le lotte per la sua espansione, durante il 1932, cominciò anche a costruire questi centri di conforto. Costruiti e sorvegliati dalle forze dell’esercito, erano controllati in maniera organizzata e stabilivano i turni per permettere ai soldati di accedere alle ragazze. Li munivano di un ticket. Un ticket permetteva a soldati semplici di stuprare le donne durante un orario prestabilito. Semplicemente si mettevano in fila ed attendevano che fosse il proprio turno.

Veniva consigliato loro di utilizzare preservativi per non contrarre malattie veneree di cui le ragazze erano portatrici e nelle stanze si potevano trovare lubrificanti per rendere l’esperienza migliore. Se terminata la violenza sessuale avanzava ancora tempo potevano continuare a seviziare le ragazze o picchiarle.

Di seguito un estratto di documentazioni provenienti dalle comfort station.

Clause 63   Instructions
1 Drinking in comfort stations is forbidden.
2 Payment of fee and time keeping should be correctly done.
3 Women should all be deemed as having venereal desease. Use of condoms is absolutely necessary
Clause 64   Miscellany
1 Women are forbidden to have Chinese as clients
2 Women are forbidden to go out except to specially permitted places.
Le regole da rispettare all’interno delle comfort station, documento riportato da Asian Women’s fund

Le donne erano costrette a subire violenze tutti i giorni, dalla mattina alla sera. Potevano arrivare anche a 30 uomini in un solo giorno, tanto che, il pomeriggio, non erano nemmeno in grado di stare in piedi da sole. Poteva succedere che avessero dei giorni di vacanza, ma si trovavano sempre prigioniere.

Ad ogni uomo (parliamo dei soldati semplici) era concessa un’ora ed ogni donna, in base all’etnia, aveva un prezzo. Le giapponesi erano le più costose, le cinesi le più economiche.

Ciò che resta di una comfort station, Shangai

Come tenere alto il morale

A detta dell’allora impero giapponese la costruzione delle comfort station avrebbe funzionato per diversi scopi.

Il primo era evitare gli stupri ai danni di donne civili che abitavano nelle zone occupate dalle truppe giapponesi, proprio per impedire l’aumento delle ostilità dei locali verso chi li aveva invasi. Il secondo era naturalmente quello di permettere all’impero di poter contare sui soldati e quale modo migliore di mettere a loro disposizione un gran numero di donne? Evitare lo scontento avrebbe permesso che il rendimento bellico delle truppe sarebbe stato migliore. Non a caso poco prima delle battaglie i picchi di stupri toccavano vette altissime.

Il terzo scopo era quello di bloccare il diffondersi delle malattie sessualmente trasmissibili. Chi lo dice a tutte le donne che a causa delle malattie e delle infezioni contratte morirono giovanissime, non poterono avere figli o ebbero gravi problemi di salute?

Il quarto scopo era quello di impedire un qualsiasi tipo di rapporto con le donne cinesi poiché ritenute possibili spie. All’inizio l’idea fu di mettere a disposizione dei soldati donne giapponesi ritenute volontarie, ma quando la fame cominciò a chiamare l’impero cominciò a raccogliere le ragazze da tutti i territori sotto il suo dominio.

Mentre tutti i ragazzi venivano chiamati a combattere, le loro mogli, figlie, sorelle, venivano trascinate tra le comfort zone per placare gli appettiti degli uomini.

Comfort women in attesa

La brutalità non è mai così lontana

La prima comfort station venne costruita a Shangai e le prime ragazze furono davvero prostitute giapponesi che si offrirono volontarie. Ma questa cosa cambiò presto nel momento in cui le volontarie furono sempre meno, mentre l’impero giapponese si continuava ad espandere. Un esercito più grande necessitava anche di un maggior numero di donne. Fu così che le donne cominciarono ad essere ingannate con promesse di lavoro come operaie o infermiere e venivano portate via dalle loro case. Con la promesso di un ritorno appena avessero raggiunto l’età per il matrimonio. Donne coreane, cinesi, filippine, qualsiasi donna che si trovasse sotto il dominio dell’impero nipponico.

Ma non era solo ingannare. Era anche rapire ragazze, strapparle dai loro genitori e dalle loro case senza alcuna spiegazione. In Corea, uno dei territori occupati dal Giappone, durante la seconda guerra mondiale, si creò un sistema di prostituzione altamente organizzato. Rapimenti e coercizioni erano i metodi usati per reclutare le donne per i bordelli militari.

Rapite con false promesse, deportate, rinchiuse e stuprate. Come si può chiudere un occhio su tutto questo quando si parla di storia? E quando si parla di guerra? La guerra non è solo uomini morti in battaglia, non è solo ideologie ed eroi. La guerra è anche una strage di donne di cui si è dimenticata persino l’esistenza. Della guerra si ricorda solo ciò che si preferisce, ciò che viene scritto dagli uomini.

L’impero voleva prevenire gli stupri di guerra, che però accadevano ugualmente, come successe negli eventi ricordati come stupro di Nanchino (Cina) durante il 1937. La brutalità non è poi così lontana quando viene commessa da molti.

Sono solo una vittima?

Si stima che il 90% delle comfort women non sopravvissero. L’essere forzate a rapporti sessuali continui e brutali per tutti i giorni, dormire in condizioni inumane ed essere riempite di botte sicuramente non giovava alla loro salute. Alcune delle pochissime sopravvissute, che sono riuscite ad arrivare ai 90 anni, ricordano con dolore un periodo in cui la loro identità gli è stata strappata. Le loro lacrime durante le interviste, il loro rimpianto di non essere riuscite a denunciare prima tutto questo, la loro frustrazione nel momento in cui si rendono conto che dovranno lottare fino alla loro morte per un reale riconoscimento di quanto accaduto e delle scuse dall’attuale governo giapponese.

Dolori fisici interminabili, gravidanze non volute ed aborti, malattie sessualmente trasmissibili. In molte morirono per le infezioni, per complicazioni dovute alle violenze dei soldati o suicide. Ancora oggi si chiedono perché nessuno ha ancora riconosciuto la loro sofferenza. Una volta tornare dalle loro famiglie in molte hanno scelto di non raccontare nulla, per non recare altro dolore ai loro familiari.

Il 1946 è l’anno della fine delle comfort station. Ma il Giappone continuerà a fingere che nulla sia mai successo, cercando per un po’ di nascondere l’esistenza di questi bordelli facendo diventare le comfort women infermiere negli ospedali militari.

Dove sono le scuse?

Il 4 agosto 1993 con la Dichiarazione di Kono il governo giapponese, a termine di un’inchiesta, ammise la propria colpa nell’aver costretto migliaia di donne a prostituirsi nei bordelli militari.

Il governo ha ammesso che in modo diretto o indiretto il Giappone è stato coinvolto negli stupri di tutte queste donne. Molti ritengono ancora che le comfort women non siano mai esistite, ma siano semplicemente invenzioni di donne bisognose di attenzioni.

In Corea, dal 1992, è stata istituita la dimostrazione del mercoledì. Una protesta settimanale che si svolge a mezzogiorno davanti all’ambasciata giapponese a Seoul. L’obbiettivo è il riconoscimento di quanto successo come crimine di guerra, ottenere una punizione per i colpevoli ed esigere delle scuse ufficiali che, al giorno d’oggi, non sono ancora arrivate. Stiamo parlando di reati contro l’umanità.

Nel 2015 ulteriori scuse e la creazione di un fondo per risarcire le vittime.

Nel 2021 la prima sentenza giudiziaria riguardo a questa questione: il tribunale sudcoreano ha ordinato al governo giapponese di risarcire dodici schiave del sesso. Tokyo si continua a distaccare dalle accuse che gli vengono mosse, affermando che sono stati i civili a rapire le ragazze e privati a costruire e gestire i bordelli militari.

Ma ciò che le poche sopravvissute come Kim Bok-Dong vogliono davvero è che la storia venga corretta. Che tra le pagine dei libri si parli anche di quanto accaduto a migliaia di queste donne e che si racconti di tutte le vite che gli uomini e la guerra si sono presi.

Le statue dedicate alle comfort women

Corea del Sud
Filippine
Taiwan
Ragazza coreana (sinistra, quella della prima statua) accanto ad una ragazza cinese (destra), Corea del Sud
San Francisco
Picture of Erica Nunziata

Erica Nunziata

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