Racconto: Baile Átha Cliath di Alessandra Marrucci

Rainy night - Dublin is a photograph by Janet O'Carroll which was uploaded on January 18th, 2017.
“Rainy night – Dublin” è una fotografia di Janet O’Carroll del 2017.

Possiede il profilo di una persona sconosciuta, questa città che mi osserva e che non mi aveva fino a ieri. E ora che sono qui, mi guarda mentre esploro i suoi vicoli in cerca di una direzione, quando alzo il bavero del cappotto e calo meglio sulla fronte il cappello di lana che ce ne vorrebbero due per ripararmi da questa pioggia sottile che scoraggia.

Sono qui. Sono arrivata da poco in questa città dove nessuno mi aspetta.

Eppure il suo fascino mi ha raggiunto fin dentro al mio rifugio. Ho avanzato nella sua direzione un metro alla volta, ripercorrendo i passi al contrario. Un sentiero di note che si faceva sempre più intimo e risuonava nelle cavità del mio cuore.

Quando il crepuscolo troppo precoce ha bussato alla mia finestra e ha abbattuto il muro tra ciò che devo e ciò che ancora mi spaventa, ho mischiato il coraggio con la curiosità e mi sono lanciata fuori da quella che dovrei forse cominciare a chiamare casa.

Ho seguito il flusso dei segreti delle piccole schiere di casette di mattoni che nascondono senza restituire e un’arpa bianca ha dato speranza al mio incedere, insieme al Liffey che scorre veloce in questo pomeriggio in penombra. La signora di questo fiume mi ha guidata controcorrente, fin dove le luci brillano più accese, e le figure piene di dolore ai margini delle sue anse hanno cominciato a camminare, ridere e vivere. 

Ammiro le strade del centro dalle porte colorate che fanno sorridere anche col cattivo tempo e gli ingressi dei mille teatri che invitano tutti a farsi spazio. Questa città plasmata con arte e musica, con i suoi giardini rigogliosi e le statue lucide che mancano di arrendersi alla scomparsa di qualcuno. Ogni angolo con la sua storia pronta a traboccare.

Nuoto in un vociare di parole estranee e il loro significato non mi bagna. La mia voce forma un’eco al mio interno, mentre osservo i palazzi del centro e le scritte luminose, quando il mio orecchio viene attratto dal whistle, dal bodhran e dai musicisti di strada. Il calore mi tende una mano che faccio ancora fatica ad afferrare.

Io ballo nell’oscurità che mi cresce dentro. Posso cambiare la terra battuta dalle mie suole e affezionarmi ai luoghi annunciati dalle insegne, imparare questa lingua e fingere che mi appartenga. Cambieranno, sì, i miei vestiti e berrò un giorno la birra scura che si fa attendere e mangerò gli stufati fumanti che conoscono la formula della felicità.

La sua gente mi circonda, ma nessuno mi vede. E in questo groviglio ignoto, mi accingo e mi discosto come saltando da una pozzanghera all’altra sull’asfalto umido in punta di piedi e mi nascondo nelle ombre distese dal cerchio della luna.

Quando a un tratto qualcosa mi impedisce di proseguire. Una musica nostalgica, di quelle incastonate nelle cuffie sugli autobus del mattino che trasportano lezioni da ripetere, pene d’amore nascenti e sbadigli e sogni lasciati su cuscini ancora caldi. Mi arresto davanti a un portone, lo scorgo con difficoltà sul muro della stessa sfumatura di fumo. È la maniglia rossa a tradirlo e stanotte ho bisogno che qualcosa cambi e di scrollarmi il mondo dalle spalle.

Ed è come l’attacco di un’intera orchestra. L’energia che mi investe mi risucchia in un dedalo infinito. Sembra che il tempo inizi dal battito del mio piede che segue i bassi di questo ritmo che attrae e trascina, che mi trafigge senza ferire.

Se c’è un desiderio è di proseguire e la prima stanza rivela una donna dal lungo vestito di tulipani che dipinge un paesaggio in un luogo privo di finestre. Chissà qual è il ricordo dietro a quei verdi e quei blu così intensi a cui qui hanno negato accesso. La seconda è vuota, se non per un secchio al centro del pavimento colmo di luce con accanto una pila di vecchi quotidiani. 

Quella successiva fa esplodere davanti ai miei occhi tutta l’avidità del circo che sa come rubare l’attenzione. Seguo le curve della contorsionista sul cerchio sospeso e mi lascio ammaliare dalla grazia dei suoi movimenti, mentre l’acrobata spicca un salto più in alto del cielo. E i mangiafuoco giocano con le ombre che creano un perimetro di animali feroci e scatole di popcorn. Eppure sono l’unica su cui la gravità ha ancora un peso e sono solo di passaggio. Mi allontano, lasciando indietro il desiderio appartenuto a un’altra vita.

E continuo a viaggiare in quel labirinto di scenari. Mi faccio trattenere solo per un istante dal bosco racchiuso in pochi metri, dove due giovani in ginocchio si baciano con il volto umido di lacrime. Resto quanto basta per scorgere le lucciole che volano intorno ai loro corpi intrecciati e vado via stretta dal timore di disturbare quell’intimità.  Trovo l’immagine di mia nonna che oggi avrebbe compiuto cento anni, con il gatto in grembo che guarda la televisione sorseggiando un tè, ma svanisce senza che io possa stringerla.

Un’altra mi offre l’oceano e alcune vele in lontananza mi raccontano che si arriva e si parte, che si può sacrificare tutto per un pensiero e per il profumo del mare e per i raggi di tutte le ore che si riflettono sulle onde.

Le stanze si materializzano una dopo l’altra e io continuo a bussare, ancora e ancora, e mi sembra che nessuno possa contarle. Spalanco porte che richiudo in silenzio, ne evito altre, mentre alcune restano aperte, e io sull’uscio in attesa di un cenno che mi inviti a entrare.

Arrivo poi all’ultima. L’ultima porta mi guida in un ambiente che ospita decine di volti. E riconosco le loro espressioni, la loro unicità nella bellezza di qualunque dei loro sentimenti. Li vedo camminare, ridere e vivere e sono diversi e sono come me. 

Una ragazza si avvicina e mi porge un bicchiere di vino e una scatola di latta da cui scegliere un biscotto.

Céad míle fáilte” mi dice, e io sento sulla pelle ognuno di quei centinaia di benvenuta che mi dona come un bouquet.

È la scintilla che innesca di nuovo la mia danza. Poco importano le ombre e tutte le risposte che mi sfuggono. E se sono anche solo una sequenza di passi, li lascio crescere insieme a questo senso di appartenenza che ora pulsa e mi fa sentire a casa.

Con le briciole sulle labbra mi siedo anch’io tra le lucine appese alle pareti e le tende sgargianti e le parole che si uniscono alle mie e che finalmente comprendo.

E mi accorgo solo ora che stavo patendo una fame ancora più profonda e ora non più.

Questo racconto è stato selezionato quest’anno dalla rivista Nido di Gazza, per la VI edizione della Call “A voce alta”.

Immagine di Alessandra Marrucci

Alessandra Marrucci

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