Copertina di Noia Terminale di Suzuki Izumi

Distopie interstellari: Noia terminale, di Suzuki Izumi

Esplosione interstellare

Se hai questo libro tra le mani in questo momento, aspetta un attimo.

Osserva la copertina scura dai colori fluo, le forme della grafica ideata da NERO, riflettici sopra un attimo. Fai un bel respiro. Sgombra la testa da ogni pregiudizio. Perché quello che troverai all’interno di questo volume, questa raccolta di racconti distopici futuristici di Suzuki Izumi, non è niente a cui gli innumerevoli volumi di letteratura giapponese letti finora ti abbiano preparato.

Si tratta di una raccolta di sette racconti di grande impatto. L’ultimo dei quali dà il nome all’intera opera: Noia terminale.

Leggendoli ci si rende conto della provenienza della penna acuminata di molte scrittrici contemporanee come Murata Sayaka, Oyamada Hiroko o Kawakami Mieko, per citarne alcune. La scrittura di Suzuki Izumi si infila in possibilità distopiche quasi inafferrabili, spesso oltre i confini terrestri, per mostrarci l’inverosimilità di alcune meccaniche del mondo moderno o accendere un faro accecante sui pericoli di alcuni comportamenti che potrebbero portarci in luoghi che spero non vedremo mai.

Una gigantesca sfera stroboscopica che riflette luci e soprattutto ombre di un’intensità di grande inquietudine e spavento.

La raccolta inizia portando il lettore in un mondo matriarcale spinto a un’estremità tale da considerare gli uomini alla stregua di meri donatori di sperma da tenere relegati in carceri di sicurezza. È un mondo in cui il genere maschile è ritenuto responsabile dell’invenzione della guerra e tutto ciò che di male è connesso a essa. È un mondo in cui anche l’amore è condivisibile solo tra donne, ma non è più visto come un concetto astratto:

Anche tra le donne esisteva una cosa chiamata “amore”, ma non era un concetto astratto. Significava sopportare il pianto di un neonato e cambiargli il pannolino pur essendo morte di sonno. Significava trovare cibo e condividerlo con quelle creature piccole e deboli, ma non con gli estranei altrimenti né loro né la loro progenie sarebbero sopravvissute.

Da lì si passa a un altro mondo futuristico che soffre di sovrappopolazione. In questa realtà, i governi hanno trovato il modo di risolvere il problema imponendo alla popolazione una soluzione momentanea: la criogenesi. Procedura obbligatoria, ma arriva con una piccola variante, cioè con la possibilità di selezionare una persona, anzi i sogni di una persona in cui trasferirsi, e con la promessa di essere risvegliati qualora le condizioni mondiali lo permettessero. Sembra un “semplice” racconto futuristico eppure Suzuki utilizza questo espediente per parlare di risorse, ecologia e eutanasia. E non solo. Questo scenario è anche la possibilità perfetta per riflettere sulla conoscenza profonda che si instaura tra due persone che possono condividere uno spazio privato e fragile come il mondo onirico.

È nei sogni che siamo davvero ciò che vogliamo essere e che incarniamo la nostra realtà più vera? E cosa succede quando sono gli altri a scoprirlo, a essere messi di fronte a quella realtà cruda e spietata e non possono più nascondersi dietro all’opinione che si sono creati di noi e che hanno sempre dato per corretta?

E questo carosello di mondi non dà il tempo di abituarsi che subito si viene catapultati in quello successivo. In Picnic notturno ho avuto quasi la sensazione di ritrovarmi nei mondi immaginifici di Cronache marziane, di Ray Bradbury (lettura da recuperare, in caso mancasse), con un’aggiunta di queerness che rende questo romanzo scritto negli anni Ottanta non poi così visionario e quasi profetico. Uno scenario alieno in cui quattro creature cercano di capire l’umanità dai libri e dai film reperibili:

«Per quanto mi riguarda può anche essere noioso. Spero ci siano scritte cose vere, perché, sai, i libri possono confondere… ci sono quelli fatti di bugie, le vie di mezzo e quelli in cui trovi solo verità.»

e

Perché vivete imitando – anche se non so se si tratta davvero di terrestri – dei perfetti estranei? Se smetteste di farlo, sareste liberi. Potreste vivere sereni, senza angoscia.»

Ci sarebbe tanto da dire per ogni singolo racconto. I temi trattati sono infiniti e molti di grande avanguardia considerando il suo tempo. La malattia mentale, l’abuso di droghe, il razzismo, la misoginia, le disuguaglianze. È tutto raccolto qui e fa girare la testa.

Sì, perché Suzuki non sceglie mai la via facile per raccontare qualcosa. Lo fa descrivendo mondi pieni di vertigini e smagliature, silenzi funebri e baccano assordante.

La sua fantascienza psichedelica, il confronto tra familiare ed estraneo in tutte le versioni possibili, la critica alle convenzioni sociali, le manipolazioni governative, si mescolano in una scrittura complessa che deve essere seguita parola per parola e che cerca in tutti i modi di lasciarti indietro e di provocare smarrimento.

E, non ultima, accanto alla passione dell’autrice per i film di Fellini, non manca la costante condanna a tutte le guerre.

Sai perché sul nostro pianeta non ci sono state guerre negli ultimi duemila anni? Perché noi non dimentichiamo il terrore e la tragedia. Quando sono intensi, questi sentimenti vanno a finire nel DNA, seppure in dosi minime. I sentimenti forti non si possono dimenticare.

Buona lettura.

Noia terminale, di Izumi, Suzuki

Suzuki Izumi (1949-1986) è stata un’icona della controcultura e una pioniera della fantascienza giapponese. Ha lavorato come attrice per registi del calibro di Terayama Shūji e Wakamatsu Kōji, e come modella per il fotografo Araki Nobuyoshi, le cui foto sono raccolte nel volume Izumi, This Bad Girl. Le sue opere sono spesso paragonate a quelle di Ursula K. Le Guin, Octavia E. Butler, Philip K. Dick e Anna Kavan. Si è tolta la vita a trentasei anni.

Tradotto in italiano da Ozumi Asuka.

Immagine di Alessandra Marrucci

Alessandra Marrucci

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