Copertina di "I dilemmi delle donne che lavorano", scritto da Fumio Yamamoto

Crepe ed equilibri: I dilemmi delle donne che lavorano, di Yamamoto Fumio

Morning Sun (1952), di Edward Hopper

Planaria è il titolo originale di questa raccolta di cinque racconti scritta da Yamamoto Fumio, nonché la chiave di lettura del primo racconto.

Se rinasco, voglio rinascere planaria.

La planaria è un piccolo verme piatto d’acqua dolce, dall’aspetto semplice e quasi anonimo, finché non scopri cosa sa fare. Una creaturina all’apparenza insignificante, ma con un superpotere: se viene tagliata in più parti, ogni parte può ricrescere e diventare un organismo completo.

Tuttavia, non sono sicura che, in queste storie, la rigenerazione coincida davvero con un cambiamento.

Sono cinque storie senza inizio o fine, cinque storie di donne che si trovano in un punto appena successivo a una svolta fondamentale della loro vita. Una donna che sta gestendo il trauma successivo all’operazione di rimozione di un tumore al seno, una donna divorziata e senza lavoro, una madre, lavoratrice part-time notturna, una giovane donna turbata da una proposta di matrimonio e una chiromante che rifiuta le aspettative sociali.

Se all’inizio della lettura ho avuto l’impressione che si trattasse di racconti di resilienza e di crescita, di storie che ponessero l’accento sul cambiamento che alcuni avvenimenti salienti hanno sulle nostre vite e in particolar modo sulle vite femminili, mi sono dovuta ricredere.

Piuttosto le protagoniste sono immobili. Non imparano nulla e non perché non ne sarebbero capaci: danno piuttosto l’impressione di non voler cambiare, di trincerarsi dietro la loro identità, di aggrapparsi a lei con tutte le forze, malgrado le spinte esterne. Alzano il viso per un momento, tendono il becco come pulcini in attesa del verme e poi non si capisce se il cibo manchi di arrivare o se la “mamma” sbagli la mira.

E così, dall’infanzia ai trent’anni, pensai che non mi mancasse nulla. Oggi non credo di aver preso un abbaglio, ma è certo che quello che consideravo essere un terreno solido era in realtà uno strato di ghiaccio sottilissimo.

Sono donne che si rendono conto che lo sforzo fatto fino a quel momento non le ha rese più solide e che le aspettative rispetto alla loro situazione non fanno che torturare il loro io interiore, tanto da renderle incapaci di andare avanti o di tornare indietro.

Figure immobili con le gambe nel cemento e la mente che cerca appigli su cui agganciare la propria esistenza, non per una poetica salvezza, ma per andare avanti ancora un altro po’.

Se è vero che come dice uno dei personaggi dei racconti «In fondo siamo sempre noi stessi a gettare i semi dei nostri problemi», io credo che la responsabilità sia quasi sempre condivisa. E se ci si sofferma a osservare le tenebre dalle piccole feritoie che sfoggiamo sulla loro pelle, si intravedono riflessi di padri violenti, fiducie evaporate, pressioni sociali che opprimono, figure maschili con l’intelligenza emotiva di pargoli ancora in culla.

Tutto questo genera risentimento e vanifica quella parte di noi che dovrebbe nutrire e affilare l’istinto, che dovrebbe permetterci di urlare e di sbarrare le strade che non ci appartengono, alla ricerca piuttosto di qualcosa di nuovo che edifichi la nostra essenza.

Perché agire costantemente in direzione contraria ai nostri sensi alla lunga ci fa dimenticare chi siamo e cosa vogliamo.

Quel tempo che avevo desiderato così a lungo era un lusso di cui ora disponevo e che stavo letteralmente sprecando. Sin dal mio approdo all’età adulta ero stata sempre troppo occupata, e c’erano mille cose che avrei voluto fare se solo avessi avuto del tempo a disposizione.

È un libro che fa venire voglia di gridare per svegliare la protagonista che parla per frasi a effetto e prive di una vera intenzione, per scioccare piuttosto che per emanciparsi da una malattia che non dovrebbe corrispondere al suo io e in cui lei si rifugia. Un libro che spinge ad andare a cercare la casalinga che accetta certe condizioni per spronarla a non accettare e che niente di tutto quello è necessario.

Forse invece le cinque protagoniste sono planarie. Vengono tagliate, torturate, schiacciate e invece di morire si dividono e restano uguali. E allora forse, da questa prospettiva, questo titolo ha finalmente un senso. Perché continuare a vivere non è sempre la stessa cosa che cambiare.

Buona lettura.

I dilemmi delle donne che lavorano, di Yamamoto Fumio

Yamamoto Fumio (13 novembre 1962 – 13 ottobre 2021) è stata una scrittrice giapponese. È nata il 13 novembre 1962 a Yokohama con il nome di Akemi Omura. Si è diplomata alla Yokohama Seiryo Senior High School e si è laureata in economia presso l’Università di Kanagawa. Nel 1999 ha vinto il Premio Eiji Yoshikawa per nuovi autori con Loveholic. Il suo romanzo Planaria ha ricevuto il Premio Naoki. È morta il 13 ottobre 2021 a Karuizawa, nella prefettura di Nagano, a causa di un cancro al pancreas, all’età di 58 anni.

Tradotto in italiano da Gala Maria Follaco.

Immagine di Alessandra Marrucci

Alessandra Marrucci

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