Copertina di "L'ora di greco", di Han Kang.

Sottrazioni: L’ora di greco, di Han Kang

Ci sono libri che raccontano il dolore alzando la voce, e altri che scelgono il sussurro. L’ora di greco appartiene profondamente alla seconda categoria.

Han Kang scrive L’ora di greco con un lirismo rarefatto, delicato, quasi impalpabile, spesso complesso, e una raffinatezza che non ha nulla di rassicurante. È una scrittura che sfiora continuamente la perdita, la paura, il vuoto e il lettore non può che caderci dentro senza protezioni.

I due protagonisti, in fondo, sono due persone definite proprio da ciò che stanno perdendo: lei ha smarrito la voce, come era già avvenuto durante in giovinezza; lui sta perdendo la vista, ma non solo. Scardinato da ragazzo dal suo paese natio e trapiantato in Germania, è tornato in Corea con una spaccatura interiore che a volte sembra andare oltre le sofferenze fisiche.

Non sono solo due mancanze fisiche, ma due modi di stare nel mondo che si incrinano: la possibilità di nominare le cose, di esprimersi, e quella di vedere, orientarsi, trattenere ciò che ci circonda.

L’ora di greco sembra il tentativo di Han Kang di immaginare che due persone possano ancora raggiungersi dentro le proprie fratture, piuttosto che perdersi nell’oblio.

Eppure non credo che L’ora di greco sia davvero l’opposto de La vegetariana. Anche qui c’è qualcosa di inesorabile. Anche qui Han Kang osserva una forma di dissoluzione. Ma se La vegetariana era una discesa nell’abisso, qui quella stessa inesorabilità non coincide con l’annientamento: sembra piuttosto un lento svanire dentro cui, in modo quasi inspiegabile, resta ancora possibile l’incontro.

La protagonista femminile lascia un segno profondo durante la lettura proprio per questo. La sua afasia non sembra solo un sintomo, ma il punto d’arrivo di un trauma più antico, quasi originario. Crescere con l’idea di essere stata rifiutata ancora prima di nascere, interiorizzare il dubbio del proprio diritto a esistere, reprimere continuamente sé stessa: tutto questo rende il silenzio qualcosa di molto più complesso di una semplice assenza di parole. Se il linguaggio può essere violenza, imposizione, ferita, allora il silenzio diventa una forma di protezione. Forse persino di resistenza.

Persino il figlio coglie questa sua trasparenza vitale e le attribuisce per gioco il soprannome di “tristezza della neve che imbianca“. Dentro quella descrizione c’è tutta la delicatezza del romanzo, ma anche il suo gelo. Una tristezza che non esplode, che cade piano, che copre tutto senza rumore, che disorienta e svanisce.

Han Kang ha definito questo libro una sorta di lieto fine, ma è un lieto fine che non assomiglia all’estasi della gioia. Si concentra piuttosto sulla possibilità di essere visti, o ascoltati, proprio mentre qualcosa di noi si spegne.

E poi c’è una domanda che viene fatta scivolare, come un bigliettino, quasi una nota tra studenti. È una domanda che attraversa il libro come una corrente sotterranea.

Nel passaggio in cui si dimostra come ogni cosa contenga in sé gli elementi che finiranno per distruggerla, si porta l’esempio dell’infiammazione che devasta gli occhi e rende ciechi o della ruggine che corrode il ferro riducendolo in polvere. Quindi, per analogia, perché l’anima umana non viene distrutta dalla sua stupidità e malvagità?

Perché Han Kang non racconta solo la fragilità del corpo o del linguaggio, ma anche quella morale dell’essere umano. La capacità di ferire, sopravvivere alla propria crudeltà, continuare.

Ed è forse questo che rende il romanzo così doloroso e così delicato allo stesso tempo.

È un libro etereo, ma non fragile. Perché guarda la perdita senza addolcirla, eppure lascia aperta la possibilità che l’incontro con un altro essere umano possa ancora essere una forma di salvezza.

Buona lettura.

L’ora di greco, di Han Kang.

Han Kang, nata a Gwangju nel 1970, è una scrittrice sudcoreana che ha studiato letteratura coreana alla Yonsei University. Ha esordito come poetessa nel 1993 e come romanziera nel 1994. Autrice di opere come La vegetarianaAtti umaniL’ora di greco e Non dico addio, ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali, tra cui il Man Booker International Prize per La vegetariana nel 2016 e il Premio Nobel per la Letteratura nel 2024.

Tradotto in italiano da Lia Iovenitti.

Immagine di Alessandra Marrucci

Alessandra Marrucci

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