Il diario di Sita Camperio Meyer e le sue Crocerossine

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«Pubblico per Voi, care compagne Infermiere volontarie della Croce Rossa Italiana, questo mio Diario di guerra, e specialmente per quelle che mi furono prezioso ausilio nell’opera di pioniera, quando l’idea pareva follia. Ricordate? Quando i più dicevano che la guerra non ci sarebbe mai più stata e che non era ammissibile che giovani donne assistessero soldati?»

Con queste parole l’infermiera Sita Camperio Meyer apre il diario scritto durante la Prima guerra mondiale sulla sua esperienza lavorativa, ma potremmo dire anche femminista, e che ha pubblicato nel 1931. Durante il conflitto mondiale il sistema medico militare dovette impiegare tutte le forze lavoro possibili per fronteggiare i disagi dovuti al numero elevatissimo di feriti di guerra: l’inclusione delle centinaia di infermiere volontarie, tra cui molte donne di alto rango che volevano rendersi utili, fu fondamentale.

Per anni la storiografia italiana ha ignorato il contributo delle donne durante il primo conflitto mondiale, relegandolo a qualche opera di beneficienza elargita da signore aristocratiche. In realtà, e alcune recenti opere lo hanno dimostrato, l’assistenzialismo femminile fu un cardine sull’intero territorio italiano: le donne si occuparono degli orfani, delle vedove, della corrispondenza tra soldati e familiari, di programmare l’invio di beni al fronte. Il ruolo ormai fondamentale delle donne non poteva più essere ignorato e portò alla rivendicazione di nuovi diritti, rivendicazione che fu messa da parte a guerra conclusa.

Sita Camperio Meyer (1877-1967)

Proveniente da una famiglia impegnata nelle battaglie risorgimentali, Sita approfitta della sua situazione agiata per sostenere i meno fortunati fin da giovane. È una donna ben istruita: dopo aver frequentato la Scuola Normale di Pisa e il Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano, si diploma professoressa. Viaggia tra Parigi, Londra e New York insieme a suo marito Luigi Alberto Meyer, e da questi luoghi prende ispirazione per un progetto che mette a punto nel primo decennio del Novecento. Sita infatti viene ricordata per aver fondato la prima scuola femminile per infermiere volontarie nel 1908. Nonostante le opposizioni e le iniziali diffidenze verso una scuola per sole donne, considerate poco adatte ad affrontare le emergenze a sangue freddo, le sue allieve ebbero modo di dare prova della loro professionalità durante i soccorsi per il terremoto di Messina nel dicembre del 1908. Successivamente, nel 1912, Meyer fonda anche l’ospedale-scuola Principessa Jolanda, ispirandosi al modello inglese e americano.

Allo scoppio della guerra l’impiego delle infermiere sul campo di battaglia, misura drastica dovuta all’emergenza in corso, fu accettato tra il malcontento dei generali: a molti, infatti, la presenza delle donne in un ambiente prettamente maschile come quello militare pareva immorale. Sita però si batté fin da subito per dare alle donne un ruolo di rilievo, non solo in anni di guerra. Scrive infatti sul suo diario: «Volesse Iddio che le Infermiere volontarie, tanto entusiaste ora, continuassero in tempo di pace il loro lavoro negli Ospedali e nei Sanatori. […] Il lavoro è la sola vera gioia della vita; tutti dovremmo avere uno scopo anche in tempo di pace, e saremmo molto più felici». Sita si impegnò in prima linea per curare i soldati feriti, essendo stata assegnata presso Sagrado in territorio goriziano, dove giunsero tutti i soldati feriti durante la disfatta di Caporetto. Proprio quella battaglia costrinse Sita e le altre crocerossine ad abbandonare l’ospedale il 28 ottobre 1917. Il suo impegno le valse il riconoscimento “Florence Nightingale” nel 1933; dedicò la sua vita ai progetti assistenziali e alle iniziative benefiche, anche dopo la fine della guerra, fino alla sua morte avvenuta a Rapallo nel 1967.

La storia di Sita è solo una tra le tante crocerossine che ci hanno lasciato un diario delle loro vicende: il loro intento non è letterario, ma il più delle volte patriottico e forse apotropaico: raccontare quello che vivevano ogni giorno durante turni estenuanti a livello fisico e psicologico è per loro un modo per esorcizzare l’esperienza. Non vogliono solamente testimoniare con orgoglio il loro impegno, ma alcune di loro, tra le quali Sita, affidano al diario i ricordi dei soldati deceduti in ospedale, quasi come se volessero render loro omaggio per il sacrificio.

Fonti: Cappai Barbara e Fresu Rita, Donne e Grande guerra, Lingua e stile nei diari delle crocerossine; Il caso di Sita Camperio Meyer, FrancoAngeli, Milano, 2018

Gloria Fiorentini

Gloria Fiorentini

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