L’Amica geniale e il racconto del maschilismo tossico

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Chiunque abbia letto i libri di Ferrante e abbia seguito le prime due stagioni della serie su Rai1 non può non aver atteso trepidamente la nuova stagione, finalmente andata in onda domenica 6 febbraio (seguono spoiler del primo e secondo episodio).

Ciò che più mi ha colpito nella lettura della quadrilogia dell’Amica geniale è stato il racconto accurato del maschilismo tossico in ogni sua forma: è vero che le condizioni di vita degli anni in cui è ambientato il romanzo sono diverse da quelle odierne, ma sono davvero così lontane dalla nostra realtà?

Un tratto caratterizzante della scrittura di Ferrante è il far emergere sempre l’oscurità in ogni atto, descrivendo sentimenti e azioni deplorevoli con una sorta di distacco che le rende quasi accettabili. Come scrive Ferrante in La Frantumaglia (Edizioni e/o, 2016), la violenza si manifesta in due forme: «come violenza pura e semplice, grezza, sanguinaria. Ma anche come bonaria ironia degli uomini colti che minimizzano le nostre conquiste e le degradano».

Nella terza stagione si mostra come entrambe le protagoniste subiscano gli effetti delle due tipologie di violenza. E vi sono anche due tipologie di racconto della violenza: abbiamo la violenza esplicita, quella facilmente riconoscibile, quando Lila viene molestata da Bruno Soccavo oppure quando Lenù subisce la stessa sorte dal pittore a casa di Maria Rosa; e quella più sottile, psicologica ma con riflessi fisici, che le due amiche devono tollerare. Il primo esempio è quello di Michele Solara che si presenta nell’ufficio di Bruno Soccavo e narra di fronte a Lila come abbia sottomesso e modellato una ragazza con cui era stato, tanto da insegnarle automaticamente a fischiare. Questo racconto evidenzia un’ideologia ben radicata nell’ambiente rionale descritto, ma che si manifesta ancora oggi: così come religiosamente la donna è creata dall’uomo, così l’uomo ne ha pieno possesso. Senza l’uomo che le ha permesso di essere viva la donna non esisterebbe, quindi è compito del maschio plasmarla a sua immagine e somiglianza, istruirla, farne ciò che vuole.

Questo non funziona con Lila e perciò viene definita “pazza”, come se il non volersi assoggettare all’uomo la relegasse subito al punto opposto della normalità, ovvero la follia.

Dall’altra parte abbiamo un tipo di violenza più subdola, quella che si fa ancora fatica a riconoscere: la violenza psicologica della sottomissione economica e familiare. Questa tipologia si manifesta quando Lenù è a cena con la famiglia Airota dopo aver presentato il suo libro. Il fidanzato, Pietro, si presenta all’improvviso e annuncia di aver ottenuto una cattedra a Firenze. Immediatamente Elena si lamenta di non aver saputo nulla e la suocera le risponde: «Ma Elena è molto meglio così! A noi donne è dato il compito di essere felici per il loro successo» accompagnando il tutto con un brindisi in onore di suo figlio. Perché il primo brindisi fatto viene dedicato a lui e neanche una menzione per il successo di Elena? Non è un fenomeno così raro: il successo di una donna è una frivolezza, un surplus insignificante che non merita una giusta esaltazione perché, se ci è riuscita una donna, era sicuramente una cosa facile. Ancora oggi la celebrazione, ad esempio, della carriera di una donna non è priva di commenti sessisti né di valanghe di slut-shaming. Il successo di Pietro copre quello di Elena, sia a livello economico che psicologico e, come è implicito nelle parole di Adele Airota, Elena dovrebbe solo essere contenta che suo marito possa, tramite ciò che ottiene, dare luce anche a lei.

Ed ecco qui la bonaria ironia degli uomini colti che minimizzano le nostre conquiste di cui parlava Ferrante: solo che la mette in bocca alle donne colte, e questo fa ancora più riflettere lo spettatore. Nonostante la serie sia ambientata nel passato, non si deve fare l’errore di considerare questi meccanismi totalmente scomparsi o rilegati a un livello diastratico basso. Il maschilismo tossico non è compiuto solo da uomini, non è qualcosa che colpisce solo gli uomini, né è archiviabile come “roba da anni ’70”: Ferrante ha solo la capacità di descriverlo magistralmente.

Fonti: La Frantumaglia Elena Ferrante, quadrilogia L’Amica geniale

Gloria Fiorentini

Gloria Fiorentini

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