NELLIE BLY: PIONIERA DEL GIORNALISMO D’INCHIESTA E AUTRICE DI DIECI GIORNI IN MANICOMIO

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Più di un secolo fa, nel 1887, successe un fatto particolare: moltissimi giornali di New York riportavano tra le pagine la notizia di una misteriosa ragazza proveniente da Cuba che si comportava in modo strano. La trovatella, a causa dei suoi atteggiamenti che facevano pensare a una malata di mente, stava per essere mandata al manicomio femminile dell’isola di Blackwell. I giornali non persero tempo e pubblicarono la notizia allo scopo di ritrovare la sua famiglia o dei parenti, ma nessuno si presentò a prenderla. E fu così che Nellie Brown, dopo ben tre visite mediche fatte da esperti, venne dichiarata demente senza possibilità alcuna di cura e rinchiusa con molta facilità presso il Women’s Lunatic Asylum, sulla stretta isola di Blackwell. Uno dei pochi giornali che non pubblicò alcuna notizia relativa alla povera Nellie Brown fu il New York World. E non certo per mancanza di interesse, ma perché dietro l’identità dell’ambigua ragazza, si nascondeva Nellie Bly, la loro principale cronista, che aveva deciso di fingersi pazza per farsi internare nel manicomio e raccontare cosa succedeva alle pazienti.

Cenni biografici

Nellie Bly nasce Elizabeth Jane Cochran il 5 maggio del 1864 in Pennsylvania. La sua famiglia era benestante, ma dopo l’improvvisa morte del padre, furono costretti a vendere la casa e a trasferirsi in un quartiere più povero. Fu un periodo di ristrettezze economiche a causa del quale Elizabeth dovette fermare i suoi studi. Un giorno la ragazza lesse un articolo sul Pittsburgh Dispatch nel quale l’autore si dichiarava scandalizzato dall’aumento di giovani donne che stavano cominciando a lavorare nei negozi, negli uffici e nelle fabbriche. L’invito che il giornalista fece alle suddette fu quello di starsene nell’unico luogo che veramente apparteneva loro, cioè la casa. Un invito, insomma, come tante volte ci dicono ancora oggi, a “tornare in cucina” e starsene buone. Per molti era infatti inconcepibile pensare che le donne potessero ottenere un qualche posto di lavoro e rivendicare la loro autonomia. Elizabeth, che già si sentiva soffocata dalla mancanza di opportunità dovuta alla condizione della sua famiglia, scrisse una lettera di risposta al giornalista. Descrisse i molti ostacoli che le donne più povere incontrano nella ricerca di un ruolo nella società al di là di quello di mogli e casalinghe e scelse di firmarsi Lonely orphan girl. Questa lettera, nonostante l’ortografia un po’ scorretta, aveva una scrittura così chiara, diretta, precisa ed emozionante che il direttore del giornale, convinto che l’autore fosse un uomo, pubblicò un annuncio per invitare il misterioso scrittore a prendere contatto con la redazione. Elizabeth lo fece e mandò loro un suo articolo d’inchiesta sulla discriminazione del datore di lavoro nei confronti delle lavoratrici. È fatta, Elizabeth Cochran diventò la prima cronista donna del giornale e, insieme ai colleghi, scelse di firmare i suoi articoli con lo pseudonimo di Nellie Bly, più accattivante del suo vero nome. La strada della giovane Elizabeth iniziò finalmente a prendere forma: scrisse molte inchieste e articoli di denuncia. Si recò anche in Messico, come corrispondente estera, per denunciare le violenze del presidente Diaz. È colei che aprì le porte al giornalismo investigativo vero e proprio ed è una delle prime donne reporter, che con le sue inchieste cambiò il giornalismo e il mondo.

Ma, forse proprio perché una donna cronista nella seconda metà dell’ottocento era una rarità, al suo ritorno dal Messico la situazione cambiò. Il Pittsburgh Dispatch la relegò a cronista di vita della società, costretta a scrivere articoli sul giardinaggio e sulla moda, come si confaceva ad una donna. Ma Nellie non si fece certo intimidire: mise insieme i bagagli e si trasferì a New York, cercando lavoro come cronista. La strada si fece nuovamente in salita: se già in Pennsylvania l’idea di una donna reporter non era molto accettata a New York Nellie dovette faticare non poco per riuscire a trovare un giornale che la assumesse. Una donna giornalista? E pure di inchieste riguardanti minoranze come le donne? Che idea assurda!

Infine la giovane rivolse una proposta al New York World: si sarebbe fatta internare nel manicomio di Blackwell per dieci giorni e il giornale avrebbe potuto pubblicare il suo reportage sulle reali condizioni delle pazienti femminili. Il direttore, Joseph Pulitzer, accettò. E così, nel 1887, a soli 23 anni, Nellie si fece rinchiudere in un manicomio per portarne a galla i segreti. Decise di passare la notte prima di cominciare la sua recita provando le espressioni che solitamente venivano attribuite a chi considerato affetto da follia davanti allo specchio. La mattina dopo, passata la notte in bianco, Nellie si recò presso una Casa di accoglienza femminile e affittò una stanza. Presso la Casa cominciò la recita vera e propria: finse di non ricordarsi nulla della sua vita, di dover assolutamente ritrovare i suoi bagagli e dichiarò ripetutamente che tutte le donne lì presenti le sembravano pazze e che temeva per la sua vita. Passata un’altra notte insonne presso la Casa di accoglienza l’assistente della direttrice decise di chiamare la polizia, spaventata che Nellie avrebbe potuto farle scappare tutte le residenti. La ragazza venne portata presso la Corte di Giustizia della polizia di Essex e sottoposta a un esame medico che la giudicò in breve tempo mentalmente instabile. Addirittura il medico scambiò la dilatazione delle sue pupille dovuta alla miopia per i sintomi di una tossicomane. Nellie rimase stupita, nel corso delle visite a cui fu sottoposta, della facilità e velocità con cui gli psichiatri la dichiaravano malata di mente.

Da qui fu portata all’ospedale di Bellevue e conobbe una paziente, Miss Ann Neville, la prima di tante donne incontrate da Nellie mentalmente sane che però furono scaricate dai parenti o dai mariti all’ospedale. La regola non scritta del 1800, e anche degli anni a venire, era che se tua moglie ti rendeva insofferente potevi mandarla in manicomio con un qualsiasi pretesto. Ed era quasi impossibile che ne uscisse.

Cominciò già all’ospedale il calvario di Nellie. Le infermiere risultavano essere scortesi e indifferenti ai bisogni delle pazienti, dando loro solo un vecchio scialle per proteggersi dal freddo e obbligandole ad attese infinite. Un secondo parere medico dichiarò Nellie “affetta da demenza” e considerata un caso senza speranza. Nel suo libro Dieci giorni in manicomio lei stessa dichiarò: “diminuì notevolmente la considerazione che fino a quel momento avevo nutrito sulle competenze degli psichiatri” (pg 45). Passò una notte presso l’ospedale e il giorno dopo, in seguito ad un ulteriore giudizio di demenza, venne portata sull’isola di Blackwell, luogo dove erano rinchiusi tutti coloro che venivano considerati pazzi, ritardati o chiunque con cui non si sapesse cosa fare (anche chi aveva semplicemente problemi di linguaggio veniva mandato sulla temuta isola).

Nellie ci aveva visto giusto a proporre un’inchiesta del genere: le pazienti del manicomio venivano trattate alla stregua di animali e delinquenti che necessitano di un trattamento correttivo. Addirittura c’erano determinate strutture in cui venivano rinchiuse coloro considerate troppo violente e che venivano punite ancora di più dalle infermiere. Svegliate tutti i giorni alle 5.30, erano obbligate a restare sedute su panche dure di legno fino alle 8 di sera, sempre nella stessa posizione. Se provavano a muoversi per sgranchirsi o alzarsi venivano riprese subito dalle loro aguzzine, le infermiere. Una tortura che, secondo Nellie, avrebbe portato chiunque sano di mente alla pazzia. “La consapevolezza che, per quelle povere donne, non vi era alcuna speranza di una rapida dimissione e del fatto che ciò che attendeva tutte loro era il grigiore di una vera e propria prigionia che, senza colpa alcuna, le avrebbe probabilmente accompagnate per il resto dei loro giorni” (pagina 55). Si rese presto conto che Blackwell era una trappola per topi umani: era facilissimo entrarci, ma impossibile uscirne. Le donne straniere restavano sole perchè non c’erano traduttori e non venivano prese in considerazione le richieste di più coperte o cibo migliore. Le pazienti erano costrette a mangiare pane andato a male e burro rancido mentre davanti ai loro occhi passavano le prelibatezze destinate al personale.

L’igiene consisteva in bagni ghiacciati nonostante le basse temperature della struttura e le condizioni fisiche delle donne, spesso malate. Lo stesso panno era utilizzato per asciugare tutte, senza tener conto di infezioni cutanee o malattie della mpelle. Il sapone veniva utilizzato solamente una volta a settimana e i vestiti venivano cambiati una volta al mese. Le infermiere compivano violenze vere e proprie nei confronti delle donne più deboli e disabili.

La giornalista descrive nel suo libro come rinchiusero senza motivo un’anziana donna cieca dentro un armadietto, obbligandola a rimanere lì per ore. Un fatto ironico fu che non si comportò più da pazza non appena entrò in quel posto e che la totale incompetenza dei medici e delle infermiere la lasciò senza parole, nessuno ascoltava realmente ciò che lei o le altre avevano da dire, per i medici erano solo le parole di donne pazze. Nessuna donna era davvero curata e seguita. Sulle 1600 presenti sull’isola probabilmente la maggior parte erano sane, rinchiuse per non essere un peso alla famiglia o al marito. All’epoca comunque non era raro che le donne, solo perché povere o straniere, o ripudiate dal loro consorte, o addirittura perché reagivano con fervore a molestie e abusi finissero internate in manicomio. E il manicomio era considerato l’anticamera dell’inferno.

Arrivato il termine dei suoi dieci giorni di prigionia il giornale liberò Nellie. Con i suoi articoli, denunciò le violenze delle infermiere e l’indifferenza e incompetenza dei medici nei confronti di donne che avrebbero dovuto ricevere adeguate cure. Un’indagine del Gran Giurì confermò le denunce della giornalista e riuscì ad ottenere lo stanziamento di un milione di dollari per la cura dei malati di mente. Da un lato ciò che più ha aiutato Nellie è che nessuno si immaginava che una donna potesse fare la giornalista. La ragazza, già da giovanissima, aveva chiaro in testa cosa voleva fare: scrivere di determinate faccende in modo di poterle cambiare. Raccontare al mondo le condizioni delle donne e di altre minoranze per riuscire ad ottenere per loro migliori condizioni e giustizia.

Per il resto della sua vita Nellie continuò a occuparsi di tematiche sociali, come la vita delle donne nelle fabbriche, e fu la prima a compiere il giro del mondo compiuto dal protagonista del libro di Jules Verne nel suo libro. Morì a 57 anni di polmonite, dopo aver dedicato la sua vita al giornalismo e all’emancipazione femminile.

Erica Nunziata

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