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È giusto definire la Biennale Arte 2022 come “la Biennale delle donne”?

La Biennale Arte 2022, curata da Cecilia Alemani, viene definita in più articoli e in più fonti come “la Biennale delle donne” a causa dell’elevato numero di partecipazioni femminili: circa il 90% dell* artist* espost* alla mostra, difatti, erano donne. Alla luce del fatto che la Biennale dello scorso anno è nata con l’intento di dar maggior spazio a identità multiple che vanno oltre il binarismo di genere, è così importante sottolineare la preponderante presenza femminile, idea di per sé binaria, all’interno di questa istituzione? Per rispondere a questa domanda, è essenziale partire da un’analisi delle tematiche affrontante all’interno della Biennale in questione.

La curatrice Cecilia Alemani ha scelto di intitolare quest’ultima edizione Il latte dei sogni riprendendo l’omonimo libro di favole di Leonora Carrington (1917-2011), artista e scrittrice surrealista attiva a partire dagli anni Trenta. Quest’opera non è altro che una raccolta di storie, corredate da una serie di disegni e intrise di personaggi mostruosi, spesso ibridi (si pensi, ad esempio, al bambino con orecchie simili a delle ali o al giovane con una casa al posto della testa), inseriti in un mondo surrealista dalle possibilità infinite. Questi esseri e questo spazio onirico vengono ripresi dalla curatrice Alemani per riflettere, insieme all* artist*, sul concetto di metamorfosi dei corpi e sulla definizione stessa dell’umano che, negli ultimi decenni, sta cambiando.

La nuova concezione del sé diventa un importante spunto di riflessione all’interno della corrente di pensiero del postumano, citata dalla stessa Cecilia Alemani per parlare della sua Biennale e ripresa per la prima volta in arte dal celebre curatore Jeffrey Deitch nella sua mostra Post-Human del 1992. Nel particolare, Deitch crede che il nuovo io, influenzato dagli sviluppi tecnologici (come il progresso nell’ambito della chirurgia estetica) nasca dalla frammentazione stessa del sé che porta alla possibilità di reinventare il proprio corpo a proprio piacimento. Gl* artist* interpretano questo cambiamento attraverso l’utilizzo di esseri ibridi come soggetti del proprio operato, mettendo in evidenza la molteplicità e le varie sfaccettature dell’identità. Il concetto di postumano viene ripreso dalla filosofa Rosi Braidotti che ci offre una definizione più ampia parlando di “condizione postumana”: in primis, al pari di Deitch, ragiona su una metamorfosi della concezione dell’umano influenzato dalle nuove tecnologie; inoltre, secondo Braidotti, questa condizione guarda al postumanesimo (ovvero la critica all’uomo bianco “occidentale” come misura universale) e al postantropocentrismo (ossia la fine della gerarchizzazione tra le varie specie, che poneva l’essere umano al vertice). Cecilia Alemani e l* artist* della Biennale, partendo proprio da queste idee, hanno tentato di mostrarci nuove possibilità di vita ed eventuali modi diversi per rapportarci con il mondo che ci circonda.

All’interno del padiglione della Danimarca, ad esempio, era stata allestita l’opera di Uffe Isolotto, We Walked the Earth (2022), un’installazione ambientata in una vecchia stalla abitata da una famiglia di tre centauri. Dagli strumenti presenti e dallo scenario di morte e sofferenza a cui si assisteva, non si poteva far a meno di interrogarci sul nostro futuro e sul nostro atteggiamento, spesso di sfruttamento, nei confronti delle altre specie. Altro esempio emblematico era rappresentato dal lavoro di Tishan Hsu, artista nativo di Boston che ha rappresentato la perfetta simbiosi tra parti del corpo umane e nuove tecnologie attraverso i suoi cyborg.

Tuttavia, Il latte dei sogni non è stata solo questo: vagando per gli spazi della Biennale era possibile ammirare anche tutta una serie di opere incentrate sul tema della diaspora e del postcolonialismo, così come tantissime rappresentazioni di corpi femminili. Simone Leigh, ad esempio, ha realizzato una serie di grandi opere scultoree nere, in cui era possibile riconoscere forme derivare dal corpo femminile e dall’estetica dell’arte africana. Altro esempio emblematico era rappresentato dall’opera The Slave Ship Brooks (2007) di Frantz Zéphirin, artista proveniente da Haiti che ha raffigurato una nave di schiavi africani diretta ai Caraibi su cui gli schiavisti erano rappresentati come animali. Inoltre, al Padiglione della Gran Bretagna era possibile sentire e vedere l’operato di Sonia Boyce con Untitled (2021), un’istallazione dedicata al suono di vocalist donne nere per rappresentare il loro potere e la loro libertà. Sempre in un’ottica postumana (che, è importante ricordare, tratta anche del superamento dell’uomo bianco “occidentale” come misura universale) l’idea di dare spazio a nuove narrazioni postcoloniali e, più in generale, ad artist* rappresentanti delle minoranze è sicuramente vincente.

Allo stesso modo, la scelta della curatrice Alemani di invitare un gran numero di artiste donne è sicuramente coerente dal punto di vista della corrente di pensiero postumana. Bisogna ricordare che le donne in Biennale hanno sempre avuto poca rappresentanza: dal 1895, anno della primissima edizione, solamente a partire dal 2019 le presenze femminili sono state di poco superiori agli uomini. Più in generale, all’interno delle più rinomate istituzioni artistiche, le artiste sono sempre state la minoranza; si pensi, ad esempio, all’operato del collettivo femminista delle Guerrilla Girls, le quali, a partire dal 1984, analizzano e criticano la condotta dei musei e delle gallerie d’arte, complici dell’esclusione di artiste donne e nere dai loro spazi espositivi. Inoltre, osservando con attenzione la moltitudine di opere esposte, non si può far a meno di notare l’elevato numero di rappresentazioni dei corpi (o parti del corpo) femminili. Per secoli questo tipo di raffigurazioni, essendo riprodotte quasi esclusivamente da uomini, sono state concepite come oggetto del desiderio maschile e, di conseguenza, estremamente sessualizzate. Vedere un così consistente numero di figure femminili che diventano soggetto attivo della rappresentazione, nonché spunti di riflessione, aiuta a sovvertire l’idea di donna in quanto oggetto voyeuristico nell’arte. Di conseguenza, ridimensionare la centralità del ruolo maschile nella storia dell’arte e della cultura attuali risulta estremamente necessario sia per contrastare l’idea che l’arte sia una faccenda da uomini e per uomini (bias cognitivo che si è creato proprio a causa della scarsa rappresentanza femminile), sia per dare spazio e voce ad artist* che mai hanno avuto un proprio palcoscenico. Inoltre, al pari dell’importanza di sottolineare la presenza di artiste donne, bisogna evidenziare la partecipazione alla Biennale 2022 di un esiguo numero di artist* di identità non binaria, anch’ess* meritevol* di dare il proprio punto di vista sull’arte e sulla cultura contemporanea.

Quindi sì: possiamo tranquillamente sentirci fieri e fiere dell’elevata percentuale di artiste donne all’interno di un’istituzione quale la Biennale in un’ottica postumana, ricordandoci che non si è trattata solo della Biennale delle donne, ma altresì della Biennale delle minoranze, delle diverse culture, delle diverse identità e, soprattutto, delle diverse narrazioni.

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Ilaria Rusconi

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