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Storie di donne del presente: “Le ribelli che stanno cambiando il mondo” di Rula Jebreal

“Questo libro è per tutte le donne e tutti gli uomini disposti a cambiare. […] Ribelliamoci, affinché le ingiustizie sofferte da noi e da altre prima di noi non continuino a ripetersi e a segnare quelle che verranno. Ribelliamoci, affinché la nostra lotta dia concreto inizio al cambiamento. Nessuno combatte solo per sé stesso. E tutti combattiamo insieme”.

Con queste parole termina il capitolo introduttivo del nuovo libro della giornalista, scrittrice e attivista Rula Jebreal. Quando vidi questa nuova proposta editoriale tra i libri appena usciti in libreria, ne fui subito attratta. In parte perché l’argomento già di per sé mi coinvolge in quanto donna, ma soprattutto perché, dopo aver sentito il discorso di Rula Jebreal a Sanremo 2020, non potevo non leggere qualcosa che fosse un prodotto diretto dalla sua penna.

Rula Jebreal, autrice.

La grande novità di Le ribelli che stanno cambiando il mondo sta nel fatto che le donne in esso celebrate, non sono più donne del passato. Esse sono donne del NOSTRO PRESENTE, coraggiose, determinate, a volte anche impaurite, certo, ma sempre pronte a reagire. Come ha dichiarato l’autrice in diverse interviste, ci sono un’infinità di donne ribelli che stanno provando a migliorare il mondo in cui ci troviamo e in un solo libro non è possibile citarle tutte. Jebreal ne sceglie nove. Nove donne con background diversi e con occupazioni diverse, ma che hanno tutte lo stesso obiettivo: cercare di migliorare un mondo troppo spesso corrotto e diviso, che non lascia molto spazio al nostro sesso. Anzi, spesso e volentieri lo emargina o lo riduce al silenzio.

Il libro prende forma partendo però da una donna che non rientra tra le nove citate in precedenza. Tuttavia, lei è la donna cardine, senza la quale non esisterebbe questo libro: Rauia, la sorella maggiore di Rula Jebreal. Rauia era ciò che noi chiameremmo “il frutto di uno stupro”. Nadia, la madre di Rauia, Rula e Rania, ha subito violenze quando era molto giovane e come molte altre prima di lei, non è mai riuscita a superare questo trauma, che l’ha portata a togliersi la vita. Rauia è cresciuta con la nonna Fatima, ma è sempre stata un punto di riferimento per Rula. Ha sempre lottato contro uno status quo che non le piaceva, portando la sorellina alle marce per la pace, regalandole libri femministi e spingendola a cogliere ogni occasione per farsi sentire. Come Rauia diceva spesso: “Non si combatte mai solo per sé stessi”.

Lei è “la ribelle” grazie alla quale è nato questo libro. Era una donna coraggiosa che, aiutando gli altri, cercava di combattere il male generato dalla ferita di un’infanzia difficile. Rauia è morta a causa di un tumore metastatico nel 2021, ma Rula racconta nella sua introduzione che anche dal suo letto d’ospedale ad Haifa, essa combatteva per il suo diritto a scegliere come morire.

Elena Cattaneo, scienziata e senatrice a vita.

Personalmente questo libro mi ha toccato sin dalla prima citazione, sin dalla storia di Rauia, ma mai avrei pensato che mi avrebbe portata a scoprire donne così attive per i diritti di tutti. Esse vanno avanti nonostante le vessazioni anche di grandi capi di stato o l’emarginazione impostagli dal loro stesso paese d’origine. Tra le nove donne di cui Jebreal parla nel suo libro c’è anche un’italiana, la scienziata Elena Cattaneo, dal 2013 senatrice a vita della Repubblica italiana. Sappiamo benissimo (purtroppo) che la scienza non è mai stato considerato “un mondo per donne” . La Jebreal ce lo conferma con dei dati allarmanti, in cui si apprende che il divario di occupazione e di stipendio tra uomini e donne nelle scienze è evidente.

Tuttavia, Elena Cattaneo è l’esempio perfetto della donna che ha seguito i suoi obiettivi senza mai limitarsi. Anche da donna sposata, anche quando il suo lavoro l’ha portata al MIT di Boston dall’altro lato dell’Atlantico, lei non ha mai smesso di lavorare o di fare ricerca. La sua ricerca sulle cellule staminali embrionali ha portato ad importanti innovazioni e scoperte. Sebbene da un lato il mondo gliene fosse grato, dall’altro ha dovuto sopportare le forti rimostranze sia dello Stato che del Vaticano. Essi hanno scatenato polemiche di natura etica e religiosa sull’uso di queste cellule.

La scienza è sempre stata sinonimo di novità e innovazione e le innovazioni spaventano gli Stati, ancorati sempre e solo a ciò che conoscono bene. Per questo motivo Elena Cattaneo ha ritenuto opportuno non solo continuare la sua ricerca, ma fare più divulgazione possibile sull’argomento. Questa divulgazione avviene soprattutto all’interno degli organi di governo del suo stesso Stato.

In un solo articolo non ho spazio per rendere giustizia a tutte le donne di questo libro, che lavorano duramente ogni giorno per ciò in cui credono. C’è la chef Dominique Crenn, che attraverso la sua cucina, incoraggia la solidarietà e fa sensibilizzazione sui temi del cambiamento climatico e dell’ambiente. C’è la giocatrice di calcio Sara Gama, che lotta contro il sessismo e i pregiudizi nello sport. La giornalista Rana Ayyub, infiltrata nelle sfere di potere dell’India per denunciare gli omicidi degli indiani musulmani perpetrati dagli estremisti hindu.

La scrittrice e attivista Chékéba Hachemi, che ha dedicato la propria vita ad aiutare le donne e bambine dello Stato islamico. C’è l’artista Shirin Neshat, che con le sue opere denuncia la violenza in ogni sua forma e raffigura le donne coraggiose che si ribellano all’invisibilità impostagli da altri. C’è l’hacker e attuale ministra per le politiche digitali di Taiwan, Audrey Tang. Tang ha trovato un modo tutto nuovo di attuare la democrazia nel piccolo Stato, grazie soprattutto all’uso di una tecnologia che ha contribuito a far sentire i cittadini taiwanesi sempre più coinvolti nelle decisioni prese nelle sale del governo.

Ghada Oueiss, giornalista.

Tuttavia, ci sono soprattutto due donne che mi hanno fatto commuovere e riflettere. La prima è Ghada Oueiss, famosa giornalista dell’emittente Al Jazeera. Da settembre 2020, Oueiss è famosa anche per aver sporto denuncia contro il principe dell’Arabia Saudita, Mohammad Bin Salman, in un tribunale della Florida. Ghada Oueiss è un personaggio scomodo da sempre. E’ una donna che non si accontenta di riportare in televisione notizie frivole, ma si occupa di fatti, di colmare le lacune che individua nelle narrazioni ufficiali dei regimi e che denuncia crimini, bugie e soprusi.

A causa di questa sua forte passione per la verità nel giornalismo Ghada riceve continue minacce di morte e molestie sempre più inquietanti. Gli “haters” online non le danno tregua. Fortunatamente, Ghada riceve anche tanto sostegno, come quello dimostratole dal giornalista Jamal Khashoggi nel 2018 . Per questo motivo, lei continua a rispondere, colpo su colpo, ad ogni insulto infertole dal web. Ciò che veramente la porta ad aver paura per la sua incolumità, sarà la scomparsa proprio di Khashoggi sempre nel 2018. Una situazione senza precedenti, perché pare che Khashoggi sia stato ucciso proprio da degli emissari del principe saudita Bin Salman all’interno del consolato saudita di Istanbul. E’ un fatto e una barbarie senza precedenti. La giornalista inizia a temere per la sua vita, poiché sia lei che Jamal denunciavano le stesse atrocità del principe e ricevevano le medesime minacce.

Ciò nonostante, Ghada va avanti, ma nel 2020, dopo la pubblicazione sui social di una sua foto in costume da bagno, sospetta di essere spiata dal suo cellulare. Sembra infatti che, grazie a un potentissimo software chiamato Pegasus, che permette l’hackeraggio dei cellulari, il regime saudita abbia iniziato a spiarla. Ghada è quasi tentata di fuggire col marito e la paura è davvero tanta, ma alla fine avrà la meglio la sua determinazione. Così, a settembre 2020, parte la sua denuncia contro Bin Salman. In gioco c’è la libertà del giornalismo, che è vitale per la democrazia di ogni paese.

Lynsey Addario, fotografa.

La seconda figura femminile che mi ha colpito per la sua tenacia nel continuare il suo lavoro nonostante gli immensi pericoli che lei già conosce bene, è Lynsey Addario. Del suo essere fotografa, Lynsey dice: “Il mio lavoro è mostrarvi immagini che vi mettano a disagio, che vi raccontino storie di fronte alle quali nessuno dovrebbe rimanere indifferente”. Addario è una fotoreporter di guerra che in questo momento si trova proprio in Ucraina per riportarci le immagini che noi dobbiamo vedere e una situazione di cui tutti devono essere consapevoli. Ha viaggiato ovunque e ci ha riportato immagini anche violente, ma vere e dirette, che non lasciano spazio a fraintendimenti.

Lynsey dice che nei film i fotoreporter di guerra sono soprattutto uomini in cerca di adrenalina. Essi fumano, bevono o si drogano, ma lei afferma che dietro c’è ben più di questo. E’ stata in Afghanistan tre volte prima del fatidico attacco dell’undici Settembre alle Torri Gemelle ed è in Iraq che viene per la prima volta rapita insieme a un collega. Fortunatamente, essi vennero rilasciati 24 ore dopo, ma questo non è stato l’unico momento traumatico della sua vita. Nel 2009, dopo aver vinto un premio Pulitzer, Addario si trova sulla strada per Islamabad e rimane coinvolta in un incidente d’auto. Fortunatamente lei si rompe solo una clavicola, ma l’autista della vettura resta ucciso.

Nel 2011, un evento traumatico le sconvolge la vita. Addario viene rapita insieme a tre colleghi del New York Times durante il loro passaggio su un veicolo vicino alla città di Tripoli. I militari di Gheddafi li trattengono per una settimana, durante la quale picchiano e torturano ogni giorno i tre colleghi della fotografa. D’altra parte, lei si trova ad essere palpeggiata e toccata sopra ai vestiti da ogni uomo di Gheddafi che le passa accanto. Certo, lei non è stata picchiata come i colleghi, ma ha subito un tipo differente di tortura. Come scrive Rula Jebreal: “Questo è il trauma di una donna che è stata molestata sessualmente, di una donna che, pur non essendo stata fisicamente violata, ha vissuto giorni in uno stato di continua minaccia fisica”.

Dopo questo trauma, alcuni colleghi le suggeriscono di fermarsi, ma Lynsey non ci riesce. “It’s what I do”, dice lei, “E’ quello che faccio”. Lynsey utilizza il suo privilegio per poter raccontare le storie e dar voce a persone che altrimenti non avrebbero nulla. Ovviamente, ogni volta che parte, Addario sa di essere soggetta al solito ritornello che si sente da anni: può una madre fare anche la reporter di guerra? Che genere di madre volta le spalle ai figli per recarsi in luoghi pericolosi? E per cosa poi? Per l’adrenalina e il brivido dello scoop? A tutto questo c’è un’unica risposta: nessuno può permettersi di fare queste domande, perché nessuno ha il diritto di giudicare le scelte delle donne!

Spero con questa recensione di essere riuscita ad accendere la vostra curiosità. Andate a comprare questo libro e a informarvi: le donne che cambiano la storia SONO VIVE ADESSO.

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Selenia Romani

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