Scrivo per esorcizzare, per dare una forma ai pensieri. Scrivo per alleggerirmi, per strappare i sedimenti delle mie emozioni che si depositano nella mia testa e che mi tengono sveglia la notte.
Scrivo per comprendere, per verbalizzare quello che sento, per vedere ciò che sto provando, per riconoscerlo e, se necessario, per lasciarlo andare.
Per tutti questi motivi, oggi scrivo questo piccolo articolo, per la prima volta più personale del solito, perché sento che la mia esperienza ha una connotazione politica e ritengo di doverle dare un senso collettivo.
Evidenzio solo una cosa prima di partire: parlo da donna cis etero che, per il momento, ha avuto relazioni romantiche e monogame solamente con uomini cis etero.
Ho avuto la fortuna e il privilegio di amare tanto. Amare, in senso romantico, mi ha dato tante gioie, mi ha messa in discussione e ha plasmato la mia identità. Purtroppo, però, mi ha anche schiacciata.
Mi sono accorta solo una volta essere uscita dalle mie relazioni che avevo perso qualcosa di grande: un macigno sulle spalle. Mi sono rialzata dalle macerie della fine più leggera e con solamente le mie sofferenze addosso. Ho sentito il vento della calma in viso quando ho fatto il primo passo da sola e mi sono chiesta il perché. Da una parte è ovvio, se due persone non stanno più bene è giusto, per il bene di entrambe, lasciare andare. Ma perché se il combattimento è stata così doloroso, se ho provato in tutti i modi possibili a uscirne in due, una volta che ho smesso di lottare e sono rimasta da sola mi sono sentita estremamente alleggerita? Ho analizzato quello che ho sentito e, oggi, ho capito.
Nelle relazioni mi sono sempre sentita in dovere di prendermi il peso e la responsabilità anche dell’altra persona. L’ho presa per mano, l’ho guidata per un cammino che sembrava giusto per entramb* e mi sono fatta carico delle sue sofferenze, senza chiedermi che effetto avessero su di me. Semplicemente, ho preso tutto e me lo sono messa in spalla. Sono andata avanti spingendo l’altra persona in una strada che sembrava già battuta, ma che, in realtà, stavo costruendo io. Mi sono presa carico delle decisioni e delle responsabilità pensando che fosse il mio compito. Ma, oggi, posso dire che non deve essere così: le relazioni sono a carico di tutte le persone coinvolte.
Perché a noi donne ci hanno insegnato a prendere e portare in spalla. Abbiamo retto macigni sopra le nostre teste senza nemmeno accorgercene, siamo andate avanti nelle nostre vite camminando scomode, appesantite, e lo abbiamo fatto senza chiederci il perché. Semplicemente, prendiamo i pesi altrui e ce li mettiamo addosso pensando che sia il nostro dovere, il nostro modo di amare. Ma non è così, perché prima o poi quel macigno ci schiaccerà e ne usciremo ferite, segnate e affaticate da qualcosa di gigante che abbiamo scelto di non guardare.
Siamo state educate così, è il patriarcato che ci impone di essere le ancelle della cura, le regine del focolare e le esperte di emozioni. Intanto gli uomini deresponsabilizzano, pensano “alle cose concrete”, analizzano poco. Semplicemente, ci passano il peso addosso senza pensarci, perché tanto è sempre stato così.
Chissà se loro il macigno sopra di noi lo vedono. Chissà se sono pronti a lavorare sulla loro emotività. Chissà se sono in grado di mettersi in discussione dall’alto del loro piedistallo.
Chissà, invece noi, quanto siamo disposte a sopportare addosso prima di crollare. Chissà quanta forza ci è servita, quanta potenza abbiamo avuto, ma quanto è bello essere leggere?
Oggi sono felice di poter dire che il macigno, anche se tardi, l’ho visto, l’ho riconosciuto, l’ho analizzato e l’ho lasciato indietro. Personalmente, prometto di esaminare di più il mio sentire, di cercare di percepire quello che ho addosso e di scegliere con cura ciò di cui voglio prendermi carico, con la consapevolezza che non deve essere tutto sopra di me.
Dall’altra parte, spero che gli uomini si prendano le loro responsabilità.
Perché è ora di mettere un pensiero lucido all’interno delle relazioni romantiche, di non dare niente per scontato: è il momento di rivoluzionare il nostro modo di stare con l’altr* chiedendosi sempre in che direzione si vuole andare, quanti passi si vogliono fare, cosa portarsi e non portarsi addosso e quanto costruire, sempre insieme.