
In un quartiere residenziale nella periferia di Tōkyō, quattro ragazze adolescenti cercano di sopravvivere alla calura estiva e alle infinite sessioni delle scuole preparatorie all’esame di ammissione all’università.
C’è Toshi, la ragazza con la testa sulle spalle, sostenuta dalla sua famiglia tranquilla e presente; Terauchi, la studentessa modello, Yuzan, la ragazza triste che porta con sé il lutto della madre; e Kirarin, la ragazza dolce e amabile.
Quattro adolescenti appartenenti alla giovinezza normativa, quella che prevede che siano brave e buone, studiose e obbedienti. Non si tratta solo di pressione familiare: è come la società dichiara e decide com’è essere giovani. È un sentimento diffuso e parvasivo, quasi atmosferico. Lo trasmettono i genitori, la scuola, gli amici, i media, l’agenda giornaliera e gli impegni che la scandiscono. È la fase che prepara a quello che verrà dopo: laurea, un buon lavoro, matrimonio, figli. E ogni fase ha i suoi comportamenti attesi e i suoi rituali sociali, soprattutto la giovinezza.
La verità però è che le quattro adolescenti hanno tutte almeno un segreto, tengono strette tra le dita le altre facce del loro dado personale. Ognuna recita per coprire quello che c’è sotto la superficie, un tipo di recita che richiede una quantità penosa di energia e lascia che l’oscurità e i drammi irrisolti si trasformino in mostri sempre più feroci.
Io mi nascondo perché non voglio vedere le tenebre che avvolgono il mio cuore.
A queste quattro vite si affianca un ragazzo, chiamato “Vermiciattolo” per tutto il romanzo ed è lui a dare l’avvio alla storia descritta in queste pagine. Il calmo quartiere residenziale è scosso una mattina da una notizia: un ragazzo ha ucciso la propria madre ed è in fuga.
È il vicino di casa di Toshi che infatti lo incontra subito dopo l’assassinio, pur non essendone consapevole. E a lei che Vermiciattolo ruba bicicletta e cellulare per scappare dalla polizia. È tramite il cellulare rubato che lui entra in contatto con le altre tre ragazze che a loro volta gli tessono attorno una rete concentrica con dei ruoli più o meno fondamentali.
Una rete carica di oscurità e pericoli, che sembra nascere dalle loro interiorità fino a coinvolgere tutto il mondo circostante.
Qualcosa di veramente irrimediabile è un sentimento terrificante come nient’altro al mondo, che ti si forma dentro poco a poco, inesorabilmente, fino a divorarti il cuore. Una persona che porta nell’animo il peso di una cosa a cui è impossibile porre rimedio è destinata, presto o tardi, a essere annientata.
La scrittura di Kirino esplora il mondo spudorato del materialismo e del consumismo, le falle di una società contemporanea che riduce alla compravendita ogni aspetto della vita umana. Una società che si è trasformata in una gigantesca transazione commerciale in cui tutti competono tra loro.
Vermiciattolo qui è colui che cede a quella morsa violenta. È il ragazzo che non sa come comportarsi di fronte alle pressioni materne, a cui non sono stati dati strumenti per capire sé stesso e il mondo che lo circonda e che ne rimane orribilmente schiacciato. E nel suo comportamento non c’è mai rimorso: per lui l’assassinio è la via d’uscita, anche se dall’altra parte è ben difficile che ci sia la salvezza ad aspettarlo.
Nella “normalità” delle quattro ragazze, Vermiciattolo diventa affascinante proprio perché ha smesso di recitare e l’ha fatto nel modo più radicale possibile. Ha rotto il copione. Che l’abbia fatto attraverso un atto orribile è quasi secondario nella percezione distorta delle ragazze: quello che conta è che lui abbia attraversato un confine che loro non osano nemmeno avvicinare. Leggendo, il problema non sembra più nemmeno il comportamento di Vermiciattolo. Piuttosto è la risposta delle ragazze a destare preoccupazione, costruita su rimozioni, silenzi, identità false, traumi mai gestiti.
«Perché hai ucciso tua madre?».
«Non lo so, l’ho dimenticato».
Quello che Kirino fa in questo romanzo è usare il genere thriller come pretesto per smontare le strutture sociali giapponesi.
In queste pagine è il real world, il mondo reale, a essere malato, e i giovani lo sanno a metà, ne sono contagiati, ne pagano le conseguenze. Non è un romanzo sul male individuale. È un romanzo sull’ambiente che lo produce.
In questa distruzione, si osservano da vicinissimo le scorie prodotte da comportamenti malati, non curanza, egoismo, mercificazione. È una denuncia estrema, ma in qualche modo forse anche un’enorme richiesta di aiuto, un invito a rendersi conto dei frutti di una realtà marcia e a correre ai ripari, poiché a un certo punto sarà troppo tardi per invertire la rotta.
Buona lettura.
Real world, di Kirino Natsuo.
Natsuo Kirino è nata nel 1951 a Kanazawa, un’antica città del Giappone centrale. Nel 1993 si è aggiudicata il premio Edogawa Ranpo con il romanzo Pioggia sul viso. Con Le quattro casalinghe di Tokyo (Neri Pozza 2003) ha raggiunto una notorietà internazionale e ha vinto il prestigioso premio dell’Associazione giapponese degli autori di romanzi polizieschi. Morbide guance (Neri Pozza 2004) ha vinto il premio Naoki. Nel 2008 è stato pubblicato con grande successo Grotesque. La fama mondiale della scrittrice è in costante ascesa, e viene ormai considerata un’autrice capace di innovare la lezione di autori come Chuck Palahniuk e Murakami Haruki.
Tradotto in italiano da Gianluca Coci.