
Io che non ho conosciuto gli uomini è un romanzo distopico della scrittrice belga Jacqueline Harpman, pubblicato nel 1995. Lasciate che vi dica che è uno dei romanzi più belli che ho letto negli ultimi anni, forse perché amo il genere distopico, forse perché ha definitivamente cambiato la mia visione del mondo.
Non si sa dove e quando si svolgono i fatti descritti nel romanzo: questa è la prima di una lunga serie di domande che non troveranno risposta. La storia narra di quaranta donne che vengono rapite e rinchiuse in una gabbia, costrette a vivere isolate dal mondo esterno. Queste donne vivono sotto la stretta osservazione di alcune guardie, giorno e notte, e durante le loro giornate cucinano, cuciono, chiacchierano. Non è permesso loro toccarsi, leggere, scrivere. Le guardie le scrutano tutto il tempo per assicurarsi che non facciano del male a sé stesse e alle altre.
Le donne, di varie età e nazionalità, non sanno come sono arrivate in quel bunker, e non lo sapranno mai. Ricordano solamente che un giorno, tanto tempo prima, ci furono un grande trambusto, esplosioni, grida, e poi il vuoto. Probabilmente drogate, furono trasportate in questo luogo inquietante e desolato, dove il tempo sembra essere sospeso e dilatato, scandito solamente dalle rughe che appaiono nei visi delle donne e dai loro capelli che diventano grigi. Non hanno ricordi di quel periodo di transizione, non sanno cosa ne è stato dei loro cari. Si tratta di donne che prima avevano una vita normale, con una famiglia, una casa, un lavoro.
Tranne una di loro.
La narratrice, infatti, non è come tutte le altre donne, perché lei è stata rinchiusa nella gabbia quando era solo una bambina. Di conseguenza, non ha mai conosciuto una vita precedente, contrariamente alle sue compagne. Non ha nemmeno un nome: le compagne la chiamano semplicemente “bambina”, anche quando sarà adulta. La narratrice non sa esattamente quanti anni abbia e da dove venga. Non ha mai conosciuto gli uomini, non ha mai interagito con loro. Lei stessa racconta di non avere ricordi se non quelli dei giorni monotoni e grigi trascorsi nella gabbia.
Un tema che emerge molto spesso nel libro è quello della sessualità. La narratrice, infatti, a causa del contesto in cui cresce, non raggiungerà mai la pubertà e non avrà mai le mestruazioni. Questo altera in maniera permanente il rapporto con il suo corpo, ma non il suo desiderio di sapere che cosa sia il sesso, argomento di cui ha spesso sentito parlare le altre donne. Il fatto che lei non abbia mai scoperto la sessualità e non abbia conosciuto gli uomini è uno degli aspetti per cui lei continuerà a sentirsi diversa dalle altre.
L’aspetto più sorprendente, rivoluzionario e caotico di questo libro è che tante domande – se non tutte – non hanno risposta. Sapevo, quanto ho iniziato il libro, che non avrei trovato nessuna risposta. Questo mi faceva paura, pensavo che il libro non mi sarebbe piaciuto, ma mi sbagliavo. Il fatto che le domande rimangano tali è priorio ciò che secondo me rende la storia così intrigante, misteriosa e avvincente. Dà infatti il via libera alla nostra immaginazione. Saremo noi, se lo vorremo, a interrogarci su quello che accade, ed è esattamente per questa ragione che questo romanzo rimarrà con me per moltissimo tempo.
Io che non ho conosciuto gli uomini è estremamente filosofico, per i motivi che vi ho appena elencato. Ci porta a chiederci cosa rimane degli esseri umani quando gli viene tolto tutto. Cosa siamo senza la nostra storia, la nostra memoria, la nostra cultura, la nostra conoscenza?
Non penso sia una sorpresa il fatto che il libro abbia avuto molto successo negli ultimi anni, considerando ciò che sta accadendo nel mondo. Oggi, infatti, l’interesse per i romanzi distopici è molto alto, comprensibilmente. Pare infatti che il libro sia stato riscoperto soprattutto a partire del primo mandato di Trump negli Stati Uniti, così come altri romanzi distopici molto conosciuti, tra cui 1984 e Il racconto dell’Ancella. Interessante, no?
Io che non ho conosciuto gli uomini è un romanzo lento, estremamente descrittivo. Nonostante il testo sia molto arido, così come il paesaggio descritto dalla narratrice, si percepisce un barlume di speranza, data dal fatto che l’umanita nasce anche nelle situazioni più avverse e dal fatto che la narratrice continua a provare curiosità per il mondo e la vita fino all’ultimo dei suoi giorni.
La sorellanza è – chiaramente – messa al centro del racconto, e non posso non nominarla. Il rapporto tra le donne non è idilliaco e non è sempre facile. La narratrice esprime chiaramente la sua solitudine anche quando è circondata dalle sue compagne, specialmente quando era ragazzina. Tuttavia, i personaggi evolvono notevolmente durante la storia, la narratrice per prima. Pian piano nascono sempre più momenti di tenerezza, unione e condivisione tra queste sconosciute che si trovano a condividere un destino tanto assurdo e inspiegabile.
Così come la solidarietà femminile, la curiosità è un altro elemento fondamentale, a mio avviso quello che racchiude il messaggio più potente. La narratrice ha sempre avuto fame di conoscenza e questo è stato ciò che le ha dato la forza di continuare a vivere, da quando era adolescente e desiderava scoprire come funzionava il sesso, a quando, donna adulta, impara a leggere le etichette dei barattoli di zuppa. Il suo desiderio di scoperta e la sua attitudine alla riflessione e all’introspezione sono tangibili in ogni gesto che lei compie e in ogni parola che lei scrive. Queste caratteristiche danno un senso alla sua vita e sono una parte preponderante della sua persona. D’altronde, è lei stessa a dirlo, in una delle prime pagine:
Per molto tempo, i giorni si sono susseguiti, ogni giorno identico a quello precedente. Poi ho cominciato a pensare, ed è cambiato tutto.
Questa frase racchiude l’essenza del libro: un invito a non smettere di pensare e di provare curiosità verso il mondo. E ricordarci che nulla è da dare per scontato.