
L’infodemia è frutto della rapidità con cui circolano le informazioni e le abitudini di consumo mediale che ci tengono incollati agli schermi. Esiste però un’alternativa alle notizie, una forma di comunicazione che utilizza altri mezzi per veicolare messaggi: l’arte.
Visitare musei, assistere a concerti o spettacoli, vedere un film al cinema o ascoltare un album sono atti politici e comunicativi. Sono modi in cui stereotipi, rivoluzioni e informazioni circolano tra la gente, vengono trasmessi nei secoli.
Pensate alla potenza che un fumetto come “Persepolis” (M. Satrapi, Rizzoli, 2002-2003) ha avuto per il mondo. La storia dell’infanzia e la giovinezza di una ragazza iraniana, l’autrice Marjane Satrapi, vista con gli occhi di chi ha subito le varie fasi rivoluzionarie a Teheran, gli effetti delle politiche e delle ipocrisie del regime nella vita di tutti giorni, nell’educazione a scuola e nei rapporti con i vicini di casa, i parenti, i connazionali. Satrapi è stato il mio primo contatto con il mondo persiano, prima ancora di aver mai sentito parlare di Sharazad e “Le mille e una notte”.
Da bambina noleggiavo almeno una volta l’anno il DVD del film d’animazione di “Persepolis” (Francia, Stati Uniti, 2007), adattamento cinematografico curato dalla stessa Satrapi. Ero ammirata dalla chiarezza espositiva delle vicende, dei moti interiori della protagonista. Il racconto è una storia di formazione intrinsecamente legata alle vicende politiche dell’Iran dagli anni Settanta ai primi Duemila – la graphic novel è stata pubblicata tra il 20000 e il 2003, la prima edizione a cura di Rizzoli Lizard è del 2002.
Quello che mi rapì fin da bambina era l’evoluzione che Marjane subiva nel corso della sua crescita: ciò che accadeva intorno a lei, le lezioni di vita che i suoi genitori e la sua amata nonna le avevano insegnato – sia a parole sia con le azioni – fino a quello che aveva assimilato dalla sua esperienza in Europa.
Se non avete mai avuto occasione di leggere il fumetto o di vedere il film, il mio suggerimento e di godervi l’opera ad una prima lettura/visione. Successivamente, datevi del tempo per assimilare ciò che avete ricevuto dalla storia di Marjane, perchè è solo una delle tante persone coinvolte in questo tragico capitolo della storia umana. Non voglio cadere in retoriche pacifiste del tipo “viva la pace”, ma soffermarmi piuttosto sulla preziosità che un racconto come quello di Satrapi è importante.
Come affermato da Satrapi nell’intervista qui sotto linkata, l’opera cinematografica è da considerarsi autobiografica nella misura in cui è basata sulla sua esperienza diretta. Non sarà mai aderente al cento per cento a ciò che è stato detto o fatto all’epoca dei fatti da Satrapi, ma certamente l’esperienza è stata vissuta, processata e trasposta per permettere al pubblico di accedere a quel mondo, a quella storia che l’artista voleva testimoniare.
Come accennavo all’inizio di questo contributo, infatti, la nostra società, i paesi e i popoli del mondo – di oggi e di chi ci ha preceduto – sono fondamentalmente costruiti sulla circolazione delle notizie, delle informazioni ma anche di storie, narrazioni, prodotti culturali. Non tutti possono accedere a tutto lo scibile umano, nè basta una vita per consumare tutto ciò che è stato scritto, filmato, disegnato, fotografato o registrato. Tuttavia, esistono opere come “Persepolis” o “Il seme del fico sacro”, film che permettono a popoli lontani (geograficamente) di partecipare alle tragedie, ai soprusi che colpiscono donne, ragazze e bambine in paesi integralisti come l’Iran odierno.
L’arte non è apolitica. Il lavoro di intellettuali e testimoni diretti, di giornalisti e artisti sono indissolubilmente legati al prezioso compito di rendere conto della realtà che li circonda, di tenere traccia di ciò che accade. Soprattutto i paesi in cui chi governa tende e trama per censurare l’informazione, per non far trapelare azioni e piani di segregazione e limitazione delle libertà, lì le opere d’arte come film e fumetti, poesie e canzoni sono importanti tanto quanto i reportage di giornalisti stranieri, di articoli di approfondimento di esperti di relazioni internazionali o report di organizzazioni non governative.
Le opere d’arte non valgono meno dell’informazione veicolata sotto forma di notizia. Benché siano visioni parziali e soggettive di ci che accade nei paesi coinvolti, è proprio la posizione di alto coinvolgimento emotivo degli artisti che rende cos importanti queste opere, soprattutto quando riescono ad essere distribuite al di fuori dei paesi d’origine. E ricordiamo che anche i giornalisti non sono esenti da bias o da partigianeria politica.
Un film come “Taxi Teheran” (Iran, 2015) è emblematico: il regista Jafar Panahi è noto in patria e all’estero, è amato da alcuni connazionali e censurato dal governo del suo paese. La genialità del film – valsa l’Orso d’oro al Festival di Berlino 2015 – risiede nel raccontare quello stesso paese che controlla in tutti i modi la narrazione interna ed esterna del regime. Sotto il rigido controllo della vita dei cittadini e delle donne, Panahi filma dal taxi i passeggeri e le loro storie, interagendo e conversando con loro.
I protagonisti di quest’opera sono cittadini qualunque, dalle professioni e storie più diverse, ma tutte e tutti toccati dalle rigide regole governative e religiose, dall’ironia della sorte, dalla frenesia del traffico. Il film testimonia – negoziando in ogni momento con lo spettatore il grado i finzione e realismo portato sullo schermo – piccole grandi tragedie quotidiane di un giorno a Tehran.
Proprio grazie alla possibilità che le opere citate mi hanno dato per entrare poco a poco in contatto con la quotidianità e la storia dell’Iran, vorrei dare un suggerimento a chi sta leggendo questo articolo. Per non rimanere anestetizzati i fronte alla violenza delle immagini e delle parole cui siamo esposti quotidianamente, non dobbiamo smettere di informarci tramite quotidiani e telegiornali, testate online ed esperti di geopolitica.
Al tempo stesso, possiamo accedere al sapere di popoli e paesi diversi dal nostro grazie alle biblioteche pubbliche e alle librerie indipendenti, alle cineteche e ai cinema che propongono documentari e rassegne – proprio ora che sto scrivendo questo articolo trovate gratuitamente “Taxi Tehran” su Raiplay.
Dovunque vi troviate, esistono e fioriscono realtà, in luoghi fisici e digitali, dove sono fruibili materiali d’inestimabile valore. Non date per scontato che tutto sia disponibile a pagamento. Le biblioteche pubbliche molto spesso racchiudono curatele, sezioni ed eventi dedicati ai temi d’attualità ad accesso libero e gratuito.

Per esempio, parlando con una bibliotecaria della Biblioteca Italiana delle Donne di Bologna, ho ricevuto ottimi suggerimenti di lettura: ero entrata con l’intento di prendere in prestito “Persepolis”, ne sono uscita con quattro libri scritti da donne iraniane, tra cui il noto “Leggere Lolita a Tehran” (2004) di Azar Nafisi. Proprio prendendo in prestito questo libro, ho scoperto l’iniziativa “Una biblioteca tutta per sé“. Come volevasi dimostrare, da una piccola curiosità (leggere in forma integrale fumetto a cui è tratto uno dei miei cartoni preferiti) sono arrivata a conoscere un’interessante curatela di libri e opere.
Diamo una chance alle reti del territorio e dei nostri quartieri, alle associazioni culturali, ai piccoli spazi come librerie e cinema indipendenti: ci permettono di entrare in contatto, anche solo per la durata di un film, a mondi molto più vicini di quanto non pensiamo. La conoscenza rende liberi, ma anche consapevoli. E la consapevolezza è uno degli antidoti all’indifferenza.